Se la stagione vegetativa si allunga, gli alberi crescono di più, assorbendo più CO2: il cambiamento climatico, quindi, si auto-mitiga? Uno studio mostra che la realtà è ben più complessa

Dato che il riscaldamento globale prolunga la stagione di crescita, gli alberi hanno più tempo per produrre legno, immagazzinando quindi anche più carbonio. Ma un nuovo studio internazionale dimostra che, in particolare nelle foreste mediterranee e temperate, il potenziale vantaggio di una stagione più lunga è spesso compensato, o addirittura annullato, dal rallentamento della produzione di cellule

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Se le stagioni vegetative si allungano a causa del cambiamento climatico, allora gli alberi possono crescere di più e, di conseguenza, immagazzinare più carbonio, contribuendo a mitigare il cambiamento climatico stesso".
Non di rado capita di ascoltare considerazioni di questo tipo, talvolta accompagnate da un sottile concetto sottinteso: "Il riscaldamento globale, per certi versi, più rappresentare anche un bene e la natura sa come autoregolarsi".
La realtà è ben più complessa, come ha dimostrato, sulla rivista scientifica Science, un nutrito gruppo internazionale di ricerca composto anche da esperti del WSL, l'Istituto federale svizzero di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio, che ha reso noti i risultati dello studio sul proprio sito web.
Il team ha analizzato più di 50.000 campioni di legno di 27 specie di conifere provenienti da 100 siti distribuiti in 4 continenti. I ricercatori hanno monitorato la formazione e lo sviluppo di nuove cellule cambiali (quelle presenti nella parte esterna dei tronchi, dove si formano gli anelli annuali), misurando quando il processo inizia, quando finisce, e a quale velocità avviene.
Tra i siti dove sono stati raccolti i campioni c'è anche la Lötschental, una valle del Canton Vallese, dove i ricercatori del WSL da ben 20 anni raccolgono campioni di legno ogni settimana durante la stagione vegetativa. Si tratta di un set di dati particolarmente raro e perciò assai prezioso per ricostruire come la formazione del legno risponde alle diverse condizioni ambientali.
Ma arriviamo ai risultati. Nello studio, i ricercatori spiegano che, secondo i dati raccolti, la velocità con la quale gli alberi producono nuove cellule ha un'influenza maggiore sulla crescita rispetto alla durata complessiva della stagione vegetativa. Inoltre, sopra una soglia di temperatura, la produzione di cellule rallenta, probabilmente a causa della ridotta disponibilità di acqua.
Ciò significa, in pratica, che una stagione di crescita più lunga non aumenta necessariamente la produzione annuale di legno.
Questa scoperta aiuta a spiegare il motivo per cui le stagioni di crescita hanno effetti differenti a seconda della latitudine a cui si trovano le diverse foreste: quelle boreali, più fredde, traggono generalmente vantaggio dalle temperature più alte, poiché crescono più a lungo e più velocemente; nelle foreste mediterranee e temperate, più calde, il potenziale vantaggio di una stagione di crescita più lunga è invece spesso compensato, o addirittura annullato, dal rallentamento della produzione di cellule.
I risultati dello studio mettono in discussione, insomma, l'idea secondo cui le stagioni di crescita più lunghe, favorite dal cambiamento climatico, migliorino necessariamente l'immagazzinamento di carbonio nelle foreste, mitigando quindi, almeno in parte, il cambiamento climatico stesso.
"Mentre le temperature continuano ad aumentare, anche le foreste boreali potrebbero produrre legno più lentamente e perdere i vantaggi di una stagione di crescita più lunga", evidenzia Antoine Cabon, ecologo forestale presso il WSL e il Consiglio superiore delle ricerche scientifiche spagnolo. "I nostri risultati", sottolinea il ricercatore, "mostrano l'importanza di considerare non solo la durata della formazione di legno, ma anche la sua velocità, quando si vogliono prevedere le reazioni delle foreste al riscaldamento globale".

Tra gli autori dello studio pubblicato su Science anche Alessio Giovannelli, ricercatore del CNR-IRET (Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi Terrestri) di Sesto Fiorentino (FI), che ha spiegato a L'Altramontagna l'importanza di questa ricerca dal suo punto di vista.
"Il lavoro valorizza i risultati di circa vent'anni di monitoraggio della crescita di ecosistemi forestali", spiega Giovannelli. "L'attività è stata condotta da un network internazionale di ricerca di cui fa parte anche il Laboratorio di Dendrobiologia del CNR-IRET. Oltre al valore scientifico dei risultati, lo studio evidenzia l'importanza della collaborazione tra gruppi operanti in contesti geografici e ambientali differenti. Le ricerche hanno progressivamente contribuito a chiarire i meccanismi che regolano la crescita degli alberi, consentendo di proporre una visione più completa dei possibili effetti del cambiamento climatico sulle foreste".
"Una delle parole chiave di questo lavoro è senza dubbio monitoraggio", evidenzia il ricercatore. "Oggi è sempre più difficile sostenere programmi di osservazione a lungo termine, in un contesto che tende a privilegiare risposte rapide a processi che, invece, si sviluppano secondo i tempi propri dei sistemi biologici. I risultati ottenuti rappresentano il frutto di investimenti scientifici realizzati a livello locale, nazionale e internazionale per comprendere fenomeni che richiedono necessariamente serie temporali estese. Essi testimoniano, inoltre, il valore dei dati raccolti sul campo, delle analisi di laboratorio e delle attività di elaborazione che trasformano le osservazioni in conoscenza scientifica".
Un ulteriore aspetto di interesse, secondo Giovannelli, riguarda l'approccio adottato: "L'analisi di processi che avvengono a scale molto ridotte, come la divisione e lo sviluppo delle cellule del legno, fornisce informazioni fondamentali per interpretare fenomeni che si manifestano su scale molto più ampie e che coinvolgono interi ecosistemi forestali. Le moderne tecnologie e gli strumenti di analisi oggi disponibili consentono di sviluppare modelli previsionali sempre più affidabili, ma tali strumenti possono essere realmente efficaci solo se supportati da dati empirici di alta qualità raccolti nel lungo periodo".
"Studiare la formazione del legno significa non solo comprendere come le foreste rispondono al cambiamento climatico, ma anche prevedere quale tipo di legno potremo aspettarci nel medio-lungo periodo", spiega infine il ricercatore. "Sebbene preliminari, questi risultati evidenziano l'importanza di comprendere in che modo l'estensione del periodo vegetativo possa influire sulla qualità del legno. Nello specifico, a parità di biomassa prodotta, potrebbe infatti corrispondere una qualità diversa del materiale legnoso. Riteniamo che questa ipotesi possa essere di interesse per la filiera foresta-legno negli ambienti alpini e mediterranei".
L'auspicio di Giovannelli è che queste conoscenze possano contribuire non solo all'avanzamento della ricerca, ma anche alla gestione sostenibile delle foreste, fornendo basi scientifiche solide per le decisioni e le politiche di settore: "Oltre a favorire una maggiore consapevolezza sul ruolo delle foreste e dei processi biologici che ne regolano il funzionamento, ricerche come queste contribuiscono a una più ampia comprensione delle sfide poste dal cambiamento climatico e della necessità di rafforzare la resilienza degli ecosistemi forestali".












