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Ambiente | 10 settembre 2026 | 12:00

L'emergenza incendi vista da chi gestisce le operazioni: "Ogni euro investito in mezzi aerei dev'essere accompagnato da risorse per territorio, persone, formazione, dati e organizzazione"

Gli incendi dell'estate 2026 saranno ricordati e studiati a lungo, in quanto capaci di mostrarci una "nuova normalità" a cui è necessario e urgente prepararsi. Come sono stati vissuti da chi organizza e gestisce la complessa macchina dell'antincendio boschivo? Una preziosa testimonianza dall'interno del sistema operativo del Friuli Venezia Giulia

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Gli incendi dell'estate 2026 saranno ricordati e studiati a lungo, in quanto capaci di mostrarci una "nuova normalità" a cui è necessario e urgente prepararsi.

 

In tanti ne hanno parlato e scritto, mentre immagini terribili rimbalzavano tra social, giornali e TV. Tuttavia, in tutta questa sovraesposizione mediatica, a essere meno visibili sono stati, paradossalmente, i servizi AIB (anti incendi boschivi) regionali, quelli direttamente impegnati nelle operazioni di spegnimento. Il costante stato di emergenza non ha permesso loro, nella maggior parte dei casi, di essere presenti nell'immediatezza del dibattito attorno ai fatti di cronaca, portando un punto di vista fondamentale, cioè quello interno alla "macchina operativa" che ogni giorno, anche quando i boschi non bruciano, lavora per la sicurezza del territorio.

 

Finito il picco dell'emergenza abbiamo quindi pensato che fosse utile dare loro voce. Lo abbiamo fatto ponendo alcune domande ai responsabili del sistema AIB della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, un territorio che è stato particolarmente colpito e che, a differenza di altri del centro-sud, più abituati al fenomeno degli incendi estivi, si trova di fronte alla necessità di un cambiamento strutturale delle proprie priorità e azioni in questo ambito.

 

Ringraziamo Rinaldo Comino, direttore del Servizio Foreste della Regione, Flavio Cimenti, coordinatore del settore antincendio boschivo del Corpo Forestale Regionale e Gregorio Lenarduzzi, tecnico della Struttura stabile per l'attività di prevenzione e organizzazione della lotta agli incendi boschivi regionale, per averci risposto punto su punto, portando informazioni approfondite e utili per affrontare un dibattito informato sul tema.

 

A seguire l'intervista completa.

Il Friuli Venezia Giulia ha vissuto un'estate molto complessa per quanto riguarda la situazione incendi. Ve l'aspettavate, dato l'andamento climatico e la situazione di stress della vegetazione?

 

Sì, le condizioni di elevata pericolosità erano state previste e monitorate. Da diverse settimane registravamo temperature molto alte, precipitazioni insufficienti e una progressiva perdita di umidità della vegetazione. Proprio per questo, dal 13 luglio il Servizio Foreste della Regione autonoma FVG d'intesa col Corpo Forestale Regionale e la Protezione civile regionale ha dichiarato lo stato di massima pericolosità su tutto il territorio regionale. Bisogna però distinguere tra prevedere il pericolo e prevedere il singolo incendio. Possiamo stimare con buona attendibilità quando la vegetazione è facilmente infiammabile e quando un eventuale focolaio può propagarsi rapidamente. Non possiamo conoscere in anticipo il luogo e l'ora dell'innesco, né prevedere con assoluta precisione l'interazione locale tra vento, orografia e combustibile. La criticità di questa estate non è derivata da un solo fattore, ma dalla combinazione tra caldo persistente, assenza di piogge diffuse, siccità cumulata e stress idrico della vegetazione. In queste condizioni i combustibili fini si accendono più facilmente, mentre quelli più grossi e profondi mantengono a lungo la combustione e complicano le operazioni di bonifica. In montagna si aggiungono pendenza, accessibilità limitata e venti locali. È questa combinazione che ha trasformato anche un singolo innesco naturale, come un fulmine, in un incendio esteso e difficile da controllare.

Molte persone sono rimaste incredule di fronte alla possibilità che un grande incendio, come quello del Monte Amariana, si sia potuto innescare da cause naturali, come un fulmine. Forse imputare il problema al "piromane" è più semplice e "consolatorio" per molti. Di fronte a questo andamento climatico, invece, a volte basta davvero poco per innescare un incendio. Statisticamente queste cause naturali stanno aumentando?

 

Il caso dell'Amariana dimostra che un grande incendio non richiede necessariamente un atto doloso. L'origine accertata è stata un fulmine caduto in quota il 7 agosto, ma a trasformare quell'innesco in un incendio di grandi dimensioni sono state la siccità della vegetazione, il caldo, il vento, l'orografia, la difficoltà data dall'impossibilità di accesso e, soprattutto, la contemporaneità degli eventi (fino a 12 incendi contemporaneamente). Dal punto di vista statistico le proiezioni scientifiche indicano un aumento dei fulmini maggiormente capaci di innescare incendi, anche in Europa, e osserviamo condizioni meteorologiche sempre più favorevoli alla propagazione. Incrociando i dati delle annate precedenti ricavati da ARDI (archivio regionale degli incendi boschivi), con le informazioni meteorologiche e di fulminazione di OSMER (l'osservatorio metereologico regionale) abbiamo notato un aumento percentuale degli incendi da fulmine, soprattutto in alcune aree della regione (giurisdizioni dell'Ispettorato forestale di Pordenone e di Tolmezzo). Il segnale più solido, secondo noi, non è necessariamente che vi siano già più fulmini, ma che, in presenza di combustibili estremamente secchi, anche un singolo fulmine può avere oggi maggiori probabilità di produrre un incendio persistente e difficile da controllare. Il cambiamento climatico non "accende" direttamente il bosco, ma modifica le condizioni nelle quali un innesco può trasformarsi in un grande incendio.

Di fronte a una stagione come questa si pongono diversi interrogativi per chi deve amministrare e gestire un sistema AIB, che è indubbiamente una "macchina complessa". Quali sono le strategie che la Regione autonoma FVG sta adottando e adotterà per il prossimo futuro per far fronte a questa "nuova normalità"?

 

La Regione sta affrontando e dovrà affrontare questa nuova normalità attraverso un progressivo adattamento dell'intero sistema, non con una singola misura. La priorità è costruire un dispositivo capace di prevedere le giornate critiche, pre-posizionare le risorse, intercettare rapidamente gli incendi e operare in sicurezza anche in presenza di eventi simultanei o ad alta intensità. Questo significa integrare dati meteorologici, caratteristiche dei combustibili e vulnerabilità territoriali, rafforzare la prevenzione selvicolturale e infrastrutturale, formare e specializzare il personale, consolidare il volontariato e migliorare la cooperazione con Vigili del fuoco e i Paesi confinanti (in particolare Carinzia per l'Austria e Slovenia). Sarà necessario anche potenziare mezzi terrestri e capacità aeree, ma valutandoli come componenti di un'unica architettura operativa. Nessun mezzo, per quanto efficace, può sostituire il coordinamento, la tempestività dell'attacco iniziale, la gestione del combustibile e il lavoro delle squadre a terra. La sfida per il prossimo futuro sarà quindi passare da un sistema dimensionato prevalentemente sull'esperienza storica a un sistema costruito anche sugli scenari estremi plausibili. Dovremo essere in grado non soltanto di spegnere gli incendi, ma di evitare che un innesco si trasformi in un grande incendio e che un grande incendio diventi una crisi per le comunità. In questo scenario la gestione del territorio in chiave preventiva sarà la mossa veramente efficiente. Perché una macchina complessa non si migliora semplicemente aggiungendo componenti, ma facendo in modo che tutte le componenti operino in maniera coordinata, tempestiva e coerente con un rischio che sta cambiando. Sarà altresì necessario aggiornare continuamente la pianificazione: per quanto attiene la revisione del Piano regionale antincendio boschivo, questo sta arrivando alla conclusione del suo percorso conformemente alle procedure di legge della valutazione ambientale strategica, mentre i Piani di gestione forestale che riguardano le singole proprietà forestali, una volta approvato il nuovo piano antincendio regionale, dovranno tenere adeguatamente conto anche dei contenuti ivi indicati.

In tanti, di fronte alle immagini degli incendi, hanno richiesto a gran voce "più Canadair". È questa la priorità o, al contrario, occorre ragionare di una gestione integrata del fenomeno? E come?

 

Più Canadair possono essere utili, ma non rappresentano necessariamente la priorità. La priorità è evitare che un innesco diventi un grande incendio e che un incendio boschivo diventi un'emergenza per le persone. Per il Friuli Venezia Giulia ciò significa investire in prevenzione territoriale, gestione del combustibile, manutenzione degli accessi, previsione dinamica, presidio nei giorni critici, rapidità del primo intervento, professionalità del comando e cooperazione con Slovenia, Austria e regioni confinanti. La componente aerea deve essere rafforzata all'interno di questo sistema, valutando non soltanto il numero dei Canadair, ma tempi di arrivo, basi operative, elicotteri, velivoli leggeri, equipaggi, manutenzione e capacità di coordinamento con le squadre di terra. In altre parole, il Canadair è uno degli strumenti per trattare l'emergenza, mentre la gestione integrata serve a impedire che l'emergenza assuma dimensioni incontrollabili. La gestione moderna degli incendi boschivi deve infatti coprire l'intero ciclo: analisi del rischio, riduzione preventiva, preparazione, risposta operativa e recupero post-incendio. Le linee guida internazionali invitano esplicitamente a spostare una parte dell'attenzione dalla sola reazione all'incendio verso prevenzione e preparazione. La scelta più solida non è contrapporre prevenzione a spegnimento, ma costruire un sistema nel quale ogni euro investito nei mezzi aerei sia accompagnato da risorse adeguate per territorio, persone, formazione, dati e organizzazione.

 

 

 

Le foto sono state fornite dagli intervistati

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