Pale eoliche: il rischio di collisione degli uccelli migratori è tra le questioni più critiche. Come ridurre l'impatto ecologico senza perdere produzione di energia?

La transizione energetica è ormai imperativa e risulta importante sviluppare strategie che minimizzino l'impatto - in termini ambientali ed ecologici - degli impianti che producono energia rinnovabile, mantenendo al contempo adeguati livelli di produzione. Attraverso i radar meteo, uno studio mostra come ridurre l'impatto ecologico degli impianti eolici senza perdere produzione di energia

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Quest'estate ci siamo resi conto della gravità degli effetti della crisi climatica (anche se, per la verità, mi è capitato di sentire qualcuno dire che "non è vero che fa più caldo, è che a forza di dirci che fa più caldo ci stiamo credendo"). Una crisi che ha origine dall'aumento progressivo e rapido della temperatura globale a partire dagli anni '60 del secolo scorso, legato al contemporaneo aumento, altrettanto progressivo e rapido, della concentrazione di gas climalteranti, anidride carbonica in primis. Che a sua volta, per chiudere la storia che ormai dovremmo sapere tutti (ma il condizionale ahimè è d'obbligo), è conseguente alle emissioni derivanti dalle attività antropiche, anch'esse cresciute in maniera esponenziale dal secondo dopoguerra.
Non è neppure una novità che tra le principali misure per ridurre le emissioni rientri il potenziamento delle energie rinnovabili (solare ed eolico), nonostante anche in questo caso il ginepraio di pareri all'interno del mondo politico e tra i leoni da tastiera veleggi tra nostalgici vaneggiamenti ammiccanti addirittura al carbone e futuristiche visioni in cui il nucleare è "la" soluzione che ci salverà. Sorvolando sul fatto che, se nel frattempo non avremo cambiato nulla, per quando il nucleare potrà essere davvero una soluzione (non l'unica, bensì una tra le altre) saremo già belli e cotti.
Ma torniamo alle energie rinnovabili attualmente sfruttabili, per le quali la tecnologia ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni. Chi lavora in ambito conservazionistico sa bene che queste tecnologie comportano dei costi in termini ambientali ed ecologici, e d'altra parte la transizione energetica è ormai imperativa. Diviene quindi sempre più importante sviluppare strategie che minimizzino l'impatto degli impianti che producono energia rinnovabile, mantenendo al contempo adeguati livelli di produzione.
Nel caso degli impianti eolici, il rischio di collisione da parte degli uccelli migratori è tra le questioni ecologiche più critiche. Gli Stati Uniti hanno stimato che ogni anno tra i 140.000 e i 380.000 esemplari vengono uccisi dall'impatto con le turbine, mentre un recente studio austriaco basato su 108 specie di uccelli europei, ha determinato un'alta vulnerabilità all'impatto per ben 27 di queste (il 25%). Parallelamente, l'espansione del settore in Europa, impulsata dalla necessità impellente di decarbonizzare la produzione di energia, prevede nei prossimi anni l'installazione di qualcosa come 24-32 mila nuove turbine. La migrazione degli uccelli rischia di diventare così sempre più una gimkana tra le pale.
Un gruppo di ricerca internazionale coordinato dalla dottoressa Silke Bauer del centro di ricerca elvetico Wsl (Istituto Federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio) ha recentemente pubblicato su Nature Sustainability un interessante studio che prova a mettere insieme la necessità di protezione degli uccelli durante la fase critica della migrazione, con quella di mantenere adeguati livelli di produzione di energia. E lo fa utilizzando una tecnica in realtà già conosciuta nel monitoraggio dell'avifauna, ovvero attraverso i dati dei radar meteorologici distribuiti sul continente. Questi radar normalmente misurano l'intensità delle precipitazioni e della nuvolosità nell'atmosfera, ma sono in grado di rilevare anche i movimenti degli stormi di uccelli, coprendo aree decisamente più ampie rispetto ai radar specializzati nel monitoraggio dell'avifauna, e con una maggiore risoluzione spaziale e temporale (le misurazioni sono effettuate circa ogni 15 minuti).
I ricercatori hanno utilizzato i radar meteorologici di Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, in cui sono presenti in totale 42.000 turbine eoliche, per stimare prima di tutto il numero di uccelli transitati nel 2018 nell'area e in un secondo momento stimare il numero di quelli a rischio di collisione con pale in funzione: una media di circa 800 all'anno per turbina, per un totale di oltre 200 milioni di uccelli all'anno in tutta l'area di studio.
A questo punto i ricercatori hanno testato quale sarebbe l'effetto sulla produzione elettrica di tre scenari di arresto degli impianti, volti ad evitare il 50 o il 90 percento delle potenziali collisioni: dalle turbine spente durante l'intero periodo di maggiore intensità migratoria, agli impianti in arresto ogni volta in cui la densità di uccelli nei dintorni supera un valore soglia, fino allo spegnimento delle turbine quando il numero di potenziali collisioni per chilowattora di elettricità producibile supera un valore limite definito. I primi due scenari porterebbero ad una riduzione di produzione di energia elettrica del 2 o del 20 percento, a seconda della proporzione di uccelli (50 o 90 rispettivamente) che si vuole preservare; nel terzo scenario la perdita sarebbe invece compresa tra l'1,2 e il 7,6 percento. Si tratta di perdite del tutto accettabili, sempre che si voglia davvero raggiungere un compromesso tra le esigenze di conservazione e quelle di produzione.
La questione degli impianti eolici è sicuramente complessa e ad essa sono legati molti altri aspetti oltre a quello affrontato in questo studio (paesaggistici, sociologici, nonché altri impatti ecologici dovuti all'alterazione e frammentazione degli habitat). La via del compromesso è inevitabile, ma presuppone anche un dialogo continuo tra le parti. Come sottolineato dagli stessi autori dello studio, "in definitiva, la scelta delle strategie di limitazione richiede una discussione sociale e un pensiero trasformativo. È necessaria una quota maggiore di energia rinnovabile per mitigare gli effetti del cambiamento climatico antropogenico […], ma strategie di limitazione efficaci dovrebbero ridurre gli impatti diretti sulla biodiversità (ad esempio, attraverso una riduzione del rischio di collisione), entro limiti accettabili di perdita energetica. Il costo dell'inazione - sia nel posticipare l'espansione della produzione di energia rinnovabile nel tempo e nello spazio, sia nel voler progettare le misure di mitigazione perfette per salvaguardare l'avifauna selvatica, o nell'attendere dati ideali per caratterizzare e attuare l'espansione da un lato e la salvaguardia dall'altro - può essere estremo."












