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Ambiente | 14 settembre 2026 | 12:00

Se dai ghiacciai riemergono i reperti della Grande Guerra, significa che cento anni fa c'era meno ghiaccio?

Ogni estate dai ghiacciai riemergono armi, attrezzature e resti umani risalenti alla Prima guerra mondiale. C'è chi interpreta questi ritrovamenti come la prova che cento anni fa i ghiacciai fossero nelle condizioni attuali. Il ragionamento sembra intuitivo, ma dimentica un elemento fondamentale del glacialismo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Secondo Gianni "Questa è la conferma che 100 Anni fa non c'era tutto questo ghiaccio come dicono. È inutile, la natura fa quello che vuole, senza se senza ma", Marco invece si sbilancia con "100 anni fa non c'era il ghiaccio, quindi il surriscaldamento è una bufala, chiedo per un amico". Qualcosa di simile lo dice Francesco, con tanto di faccine sghignazzanti: "Quindi se appoggiati sul terreno ci sono cannoni bombe, attrezzature, arsenali e siti della guerra 15/18 si può indicare che 100 anni fa non c'era poi tutto sto ghiacciaio". Un altro Marco approfondisce l'analisi: "Forse la capite che gli sviluppi climatici sono ciclici …. Forse …..".

 

Questa è solo una selezione minima dei tanti commenti comparsi sotto recenti notizie riguardanti il ritrovamento di materiale bellico in corrispondenza dei ghiacciai dell'Adamello (qui e qui). Parliamo naturalmente di reperti della Prima guerra mondiale, combattuta anche ad alta quota perché all'epoca il confine tra Regno d'Italia e Impero Austroungarico attraversava diversi massicci glacializzati.

 

Non è certo una novità. Ogni volta che dal ghiaccio emergono ordigni, attrezzature, salme o altri resti della Grande Guerra, sono in molti a interpretarli come la prova che le condizioni attuali dei ghiacciai siano simili a quelle di un secolo fa.

 

Il ragionamento su cui si basa questa conclusione è semplice. Cento anni fa una bomba, un cannone o il corpo di un soldato viene abbandonato sulla superficie di un ghiacciaio. Nelle settimane e negli anni successivi viene coperto dalla neve. Nevicata dopo nevicata entra a far parte della massa glaciale, mentre al di sopra si accumulano nuovi strati di neve e ghiaccio.

 

Poi le temperature aumentano, il ghiacciaio perde massa e quello spessore costruito sopra il reperto si assottiglia, fino a scomparire. Il reperto torna così esposto all'atmosfera. Da qui la conclusione apparentemente inevitabile: se un oggetto che si trovava sulla superficie del ghiacciaio cento anni fa torna oggi alla luce, allora la superficie attuale del ghiacciaio deve trovarsi più o meno alla stessa quota di quella di allora.

 

Il ragionamento sembrerebbe filare.

 

C'è però un problema: considera il ghiacciaio come se fosse immobile. E un ghiacciaio immobile, salvo casi particolari, non esiste. In questo ragionamento sono stati dimenticati due protagonisti che in glaciologia lavorano continuamente insieme: gravità e movimento. Il ghiaccio non rimane fermo sulla montagna. Sotto il proprio peso si deforma e scorre verso valle. Le velocità cambiano enormemente da un ghiacciaio all'altro e persino da una zona all'altra dello stesso ghiacciaio, ma sulle Alpi spostamenti dell'ordine di alcuni metri o di decine di metri all'anno sono del tutto normali. I ghiacciai, insomma, camminano.

 

E insieme al ghiaccio si muove anche tutto ciò che è stato inglobato nel ghiaccio. L'aggiunta di questo piccolo elemento cambia completamente l'interpretazione sul significato glaciologico e climatico dei ritrovamenti.

 

Un reperto abbandonato nel 1916 sulla superficie di un ghiacciaio può essere stato rapidamente sepolto dalla neve, incorporato nel ghiaccio e poi trasportato per decenni verso valle. In un secolo il suo spostamento può raggiungere centinaia di metri e, in alcuni casi, anche molto di più. Quando quel reperto torna alla luce, quindi, non sta riemergendo nel luogo in cui si trovava durante la guerra. Qè uesto il punto che fa saltare il ragionamento di prima.

 

Il confronto tra la quota della superficie glaciale di oggi e quella del punto in cui emerge il reperto non ci dice quale fosse lo spessore del ghiacciaio in quel luogo cento anni fa, perché nel frattempo il reperto ha viaggiato insieme al ghiaccio, perdendo in molti casi quota visto che il ghiacciaio si muove sempre verso il basso.

 

Trasportare verso valle neve, detriti, rocce e qualunque altra cosa venga incorporata nella massa glaciale è una parte del normale funzionamento di un ghiacciaio. Il trasporto e l'abbandono del materiale alla fronte accadrebbe anche durante una fase climatica favorevole ai ghiacciai.

Il forte regresso glaciale degli ultimi decenni aggiunge però qualcosa alla vicenda. Più ghiaccio fonde durante l'estate, maggiore è la quantità di materiale inglobato che può essere liberata. Non sorprende quindi che molti ritrovamenti avvengano proprio durante le estati particolarmente negative per i ghiacciai. Questa estate 2026 è un esempio, ma qualcosa di simile successe ad esempio nel 2022, altra annata grama per i ghiacciai alpini.

 

Il ritrovamento di un reperto della Grande Guerra, dunque, non dimostra che il ghiacciaio sia tornato alle dimensioni che aveva nel 1915-1918. Dimostra semplicemente che un oggetto entrato nel sistema glaciale un secolo fa è stato trasportato dal ghiaccio e che oggi l'ablazione lo ha nuovamente esposto.

 

C'è anche un altra chiave che ci aiuta a convincerci dell'inesattezza dell'interpretazione "statica" dei ritrovamenti. Mio padre frequentava i ghiacciai dell'Adamello già una cinquantina di anni fa. Anche allora ritrovare reperti della guerra era del tutto normale. E da allora queste scoperte si sono susseguite continuamente. Se la riemersione di una bomba significasse davvero che il ghiacciaio è tornato al livello che aveva quando quella bomba fu abbandonata, dovremmo concludere che il livello del ghiacciaio durante la Prima guerra mondiale fosse contemporaneamente uguale a quello di cinquant'anni fa, di trent'anni fa, di vent'anni fa, di dieci anni fa e di oggi. È evidentemente impossibile.

 

Un ghiacciaio non è una montagna di ghiaccio ferma nel paesaggio. È una massa che scorre, si deforma, accumula materiale e lo trasporta. Capire questo elemento basta a risolvere l'apparente paradosso dei reperti della Grande Guerra. E per avere una prova aggiuntiva, e del tutto indipendente, del fatto che i ghiacciai di oggi non sono nelle condizioni di cento anni fa, basta fare affidamento a fotografie, carte, rilievi topografici e osservazioni glaciologiche che permettono un confronto diretto e impietoso. Uno dei tanti e impressionanti confronti fotografici tra inizio Novecento e oggi, basterebbe a convincere a chiunque: i ghiacciai alpini attuali non assomigliano affatto a quelli di allora.

 

I reperti restituiti oggi dai ghiacciai non raccontano che il clima è tornato quello di una volta, non confermano i famosi cicli climatici che dovrebbero essere l'alternativa alla teoria del riscaldamento antropogenico. Raccontano, piuttosto, che da allora è passato un secolo, il ghiacciaio ha camminato e parecchio ghiaccio è andato perduto.

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