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Ambiente | 09 settembre 2026 | 06:00

La corteccia degli alberi non è solo una protezione, ma anche un condominio affollatissimo: ogni rugosità è una nicchia ecologica, un riparo dall'umidità o una dispensa per gli uccelli

Se il legno è lo scheletro dell'albero, la corteccia è la sua pelle, la sua armatura e la sua carta d'identità. Avvicinando lo sguardo a pochi centimetri dal tronco, scopriremo un universo fatto di fessure, licheni e insetti, dove ogni ruga ha una funzione vitale e una storia di adattamento da raccontare

scritto da Paola Barducci

Quando attraversiamo un bosco indubbiamente troviamo similitudini e differenze osservando le cortecce degli alberi: ma vi siete mai domandati quante funzioni assolve questa particolare struttura vegetale? Proviamo a scoprirle assieme.

 

Innanzitutto facciamo chiarezza sul nome: infatti ogni volta che accarezzo il tronco di un faggio o di una quercia durante i miei rilievi, non sto toccando solo del "legno esterno", ma sono davanti a un prodigio di ingegneria evolutiva che noi forestali chiamiamo amichevolmente… ritidoma. Sembra proprio una brutta parola, quasi una malattia eppure sta proprio ad indicare la parte più esterna del fusto, ma anche delle radici (ci avevate mai pensato?).

 

Il ritidoma è costituito da cellule morte e nel tempo può, ma non sempre, ispessirsi: se osservo un tronco tagliato di faggio infatti mi accorgerò che il suo ritidoma è davvero minimo di spessore, mentre altre piante, come tutte le querce ma anche i pini o il larice, possono produrre anche diversi centimetri di spessore di scorza o ritidoma. Se poi passiamo alla sughera, entriamo nel regno della coibentazione estrema: quel materiale spugnoso e leggero che usiamo per tappare il vino è in realtà una barriera ignifuga pazzesca, evoluta per sopravvivere agli incendi del Mediterraneo. Mentre tutto intorno brucia, il cambio - ovvero il "cuore pulsante" dove nascono le nuove cellule - resta al fresco, protetto da un incredibile strato di suberina.

 

Si tratta di meccanismi differenti per proteggersi, ma in linea generale più il ritidoma cresce, più si fessura: col tempo può sfogliarsi o lacerarsi per screpolature longitudinali e addirittura distaccarsi; chi non ha mai giocato da bambino con una corteccia di betulla? Ma anche l’acero montano e pure il carpino nero si sfaldano, solo che in strisce verticali.

 

In più, sulla corteccia di alcuni alberi come ciliegio, salicone e pure sull’arbusto nocciolo possiamo osservare dei puntini di colore differente: si tratta di lenticelle, veri e propri "boccagli" attraverso cui l'albero scambia gas con l'esterno, perché anche i tessuti vivi sotto la corazza hanno bisogno di ossigeno. Tutte le piante hanno le lenticelle solo che alcuni mostrano queste “lentiggini” in maniera più marcata.

 

Ma la corteccia non è solo un muro di protezione, è un condominio affollatissimo: fra le piante che apprezzano le cortecce ci sono i muschi ma anche i licheni, quei pionieri testardi che sono metà fungo e metà alga, e che dipingono il tronco di grigio, giallo o verde acido: che pittori fantastici!

 

Tra le pieghe della corteccia corrono formiche sempre indaffarate, si nascondono ragni predatori e svernano larve di coleotteri che aspettano solo il momento giusto per fare il loro debutto in società. Ogni rugosità è una nicchia ecologica, un riparo dall'umidità o una dispensa per gli uccelli come il rampichino, che scala il tronco come un alpinista esperto alla ricerca di uno spuntino proteico tra le fessure. Per non parlare della nocciolaia, furbissimo corvide che, trovatosi senza mani, sfrutta le cortecce per incastrare noci e nocciole al fine di estrarne la parte edibile… e lasciare il suo rifiuto lì in bella vista!

 

Insomma, la prossima volta che passate accanto a un tronco, non limitatevi ad un'occhiata distratta: lì sopra c'è scritta una storia di adattamento lunga milioni di anni, basta solo avere la pazienza di saperla leggere centimetro per centimetro.

 

Ah un ultimo appunto sulle cortecce: i segni della natura sono bellissimi, lasciamo che siano solo quelli a decorare il ritidoma, evitando di incidere il proprio amore per Genoveffa o Ermenegildo, a scapito di una ferita inutile sugli alberi!

il blog
Imparare a guardare il bosco

Mi chiamo Paola Barducci, ma tutti mi chiamano Forestpaola. Sono una dottoressa forestale e Imparare a guardare il bosco è l'invito che rivolgo a chiunque desideri trasformare una semplice escursione in un'esperienza di scoperta profonda. Spesso, infatti, attraversiamo i paesaggi alpini percependo i boschi come uno sfondo statico, sempre uguale. Ma la montagna in cui si inseriscono è in realtà un organismo vivo, un insieme di dinamiche invisibili e storie scritte nel tempo.

In questo blog vi invito idealmente a camminare al mio fianco, lungo i versanti e tra i boschi di abete, larice o rovere, per decifrare insieme i segni della natura e l'evoluzione del paesaggio montano: dalla semplice definizione di bosco al riconoscimento degli alberi quando non hanno le foglie, faremo divulgazione scientifica "con gli scarponi ai piedi", imparando a leggere la complessità della foresta con occhi nuovi e consapevolezza tecnica, ma senza mai perdere lo stupore di chi sa ancora ascoltare il respiro della montagna.

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