"Coltivo canapa per la sua storia, ma la propaganda politica non aiuta. In passato era diffusa: voglio recuperare la tradizione di un prodotto con tante proprietà"
La storia di Elisa Colle è territoriale e personale: coltiva canapa sativa a Stabie (Borgo Valbelluna), è insegnante e ha aperto un’azienda agricola spinta dalla passione per un prodotto che lei considera tradizione. Il Dolomiti se l’è fatta raccontare: dagli inizi al tentativo oggi di spiegare ai giovani (e non solo) che scegliere il giusto cibo significa curare se stessi e l’ambiente

BORGO VALBELLUNA. “Scegliere il cibo che mangiamo è tra le cose più importanti e dovremmo averne più cura. Cerco di far capire soprattutto ai ragazzi che spesso si prendono medicine per curare abitudini sbagliate, quando basterebbe fare più attenzione: tutto passa per il cibo, che può diventare cura o veleno. Inoltre, purtroppo, a volte la politica si mette di traverso e passano messaggi sbagliati su prodotti che, invece, hanno proprietà eccezionali”.
Elisa Colle è un’insegnante con “una bella famiglia, innamorata del territorio in cui vive, che a un certo punto si è chiesta cosa potesse fare per valorizzare i terreni ricevuti in eredità qui, in provincia di Belluno”. Con queste parole presenta la sua “Dolomiti Canapa” nel sito: Il Dolomiti l’ha incontrata per farsi raccontare come la storia e le virtù della canapa sativa l’hanno spinta a coltivarla in Valbelluna.
Tutto inizia nel 2016, quando la legge 242 ne reintroduce la coltivazione. “Sono partita - esordisce - con i semi per l’olio e la farina, poi ho sviluppato una linea alimentare salata e dolce. Quando poi nel 2020 il mio olio è arrivato secondo a un concorso nazionale, ho pensato di aggiungere una linea cosmetica per recuperare gli scarti dell’alimentazione”.

Oggi l’azienda, parte dell’associazione Mele a Mel, produce infatti olio, farina, biscotti, crackers, fettuccine, grissini, creme e sapone: una produzione interamente legata al territorio, perché il ciclo di trasformazione avviene in laboratori locali. Due gli ettari totali circa: uno per la canapa e uno per altri prodotti tipici come mais sponcio rosso, fagiolo Gialet e le patate rosse di montagna.
Per Elisa, infatti, anche la canapa è tradizione. “Sono originaria di Torino - confessa - e nel Bellunese mia zia aveva un’azienda agricola. Mi sono trasferita dopo la laurea: lavoravo per una ditta locale, poi ho lasciato per crescere i miei tre figli. Mentre ero a casa ho seguito un corso sulla coltivazione della canapa e mi sono innamorata non solo di ciò che fa al terreno, ma anche della sua storia: in provincia ogni famiglia, fino alla Seconda guerra mondiale, aveva il suo terreno per fare tessuti. La coltivazione fu poi abbandonata per vari motivi, tra cui il piano Marshall che ci spinse verso le fibre derivate dal petrolio”.

Ma non è interessante solo la storia territoriale: nella sua personale, infatti, si scoprono il rispetto per i ritmi naturali e il ruolo (stavolta positivo) del cambiamento climatico. “Oggi coltivo a Stabie, ma non è sempre stato così. I primi anni - prosegue - la pianta non maturava perché troppo in quota. Così fino al 2022 ero itinerante: coltivavo campi in comodato d’uso soprattutto in destra Piave, perché la canapa ha bisogno di caldo e sole. Inoltre, i proprietari mi chiedevano di farlo perché pulisce il terreno dagli infestanti”.
Dal 2023 invece la può coltivare a casa, dato che il clima ha reso ottimale farlo anche a 600 metri di quota. Quest’anno però non ne ha piantata: al suo posto c’è il grano saraceno, per rispettare la rotazione dei terreni. Non ci saranno quindi prodotti alimentari, solo la cosmetica (che ha una lunga scadenza): si ripartirà il prossimo anno.

E infine c’è la storia politica. “La canapa - spiega - ha molte proprietà. La farina è ricca di fibre e proteine e priva di amido, l’olio di sali minerali, vitamine, acidi grassi essenziali, omega 6 e 3, oltre agli usi medicinali, in bioedilizia e nella tessitura delle piante. Ma a livello culturale è un prodotto controverso: il periodo d’oro è stato dal 2016 al 2018, quando era accolta grazie alla legge che permise di riprenderne la coltivazione. Poi l’allora ministro Salvini ha iniziato una propaganda contro la canapa light e ho dovuto ricominciare a spiegare che i miei prodotti non erano diventati una droga: una fase che dura ancora oggi, quando molti mi chiedono se ho la canapa ‘giusta’”.
“Tuttavia - conclude - le persone anziane, soprattutto le donne, si avvicinano con fiducia: hanno molto rispetto per un prodotto lavorato dalle loro nonne e madri, ci vivevano in mezzo e lo conoscono per quello che è realmente. I giovanissimi, invece, anche a causa delle canzoni che ascoltano assorbono sempre più l’idea che tutta la cannabis sia droga. Fortunatamente c’è un bel movimento in Italia di persone che la coltivano con certo modo di fare agricoltura e di concepire l’ambiente come non al servizio dell’uomo”.


















