“Non avevo mai visto le foglie delle mie mele bruciate dal caldo, ma temo sarà sempre peggio. Oggi dico a mia figlia di studiare: tornassi indietro, lo farei fino a 40 anni”
Produce mele e patate, ma racconta di un territorio che deve fare squadra per crescere, di piccole aziende su cui gravano costi e burocrazia e di sua figlia, che esorta a studiare anche le materie noiose perché tutto contribuisce a un bagaglio personale utile qualsiasi lavoro poi deciderà di fare. È la storia di Massimo Venturin, titolare di un’azienda creata quand’era poco più che trentenne e oggi parte dell’associazione “Mele a Mel”

BORGO VALBELLUNA. “Non mi interessano i contributi, mi basterebbe comprare le materie prime a un giusto costo e che il mio prodotto fosse valorizzato. Ora pesano soprattutto i prezzi del gasolio, per i quali a me non serve a nulla il credito d’imposta: piuttosto ci vogliono aiuti concreti e che le pratiche siano semplici, anziché sentirci sempre abbandonati in favore delle grandi aziende. Assurdo pensare che un’impresa agricola stia in piedi grazie ai contributi: servono costi minori e semplificazione”.
Massimo Venturin è titolare di un’azienda agricola a Borgo Valbelluna. Produce principalmente mele, prodotto locale di eccellenza, e patate. A pochi giorni dalla conclusione dell’ormai rinomata manifestazione Mele a Mel, Il Dolomiti è andato a trovarlo per farsi raccontare la sua storia.
Venturin apre l’azienda nel 2017, poco più che trentenne. “Un azzardo a pensarci - esordisce - perché ero giovane, avevo una bambina piccola e uscivo da un periodo non facile, ma è quello che ho sempre voluto fare”. Il settore agricolo è la sua passione, nata un po’ nei campi del nonno e cresciuta con lui, che di studiare altro non aveva intenzione. “Ho fatto l’istituto agrario - spiega - perché fin da piccolo volevo lavorare la terra. Ammetto di non aver avuto voglia di studiare e me ne pento, tanto che ripeto spesso a mia figlia di impegnarsi anche in materie che le sembrano inutili o noiose: tutto fornisce un bagaglio importante, qualsiasi lavoro tu decida poi di fare”.
Anche lei frequenta l’agrario e aiuta il papà tra i filari, ma la sua passione sono i cavalli. “Farà le sue scelte ed è giusto così - aggiunge - ma spero impari più cose possibile, perché così potrà arrangiarsi. Io dopo la scuola ho passato quasi dieci anni in un’azienda conto terzi nel settore vigneti e poi sono ripartito da zero imparando un nuovo mestiere, ma potessi tornare indietro andrei a scuola fino a 40 anni”.
Oggi la sua azienda è parte dell’associazione Mele a Mel ed è convinto che il futuro delle piccole realtà sia nel fare squadra. “In questi dieci anni è andata bene - ammette - ma non nego le difficoltà perché fare agricoltura significa importanti investimenti da pagare subito, ma con rientro a lungo termine e tante variabili nel mezzo. Credo che le cose funzionino se si lavora in gruppo sul territorio: io conferisco parte del prodotto a una cooperativa e il loro ruolo è fondamentale, ma devono arrivare a raccogliere tutto il prodotto, eliminando così lo scarto. Per me sarebbe l’aiuto principale, perché una cooperativa ha più forza per farsi e farti conoscere e insieme si può lavorare per unico obiettivo, cioè vendere il prodotto locale”.
La fiducia nella bontà di quello che si fa è infatti fondamentale. “Non è sempre semplice - spiega - perché i piccoli borghi faticano, anche se fortunatamente il nostro Comune si dà da fare per il paese. Io cerco di garantire, nei limiti del possibile, il prodotto e lo faccio senza trattamenti, togliendo l’erba a mano, con rese minori ma un prodotto di qualità che si distingue nel mercato: poi deve essere tutto il territorio a dare una mano a valorizzarlo”.
Nel futuro c’è l’idea di un laboratorio per piccole produzioni locali, nel quale trasformare direttamente le sue mele. Da quattro anni, infatti, realizza anche succhi, marmellate e mostarde e vuole puntare su mele essiccate (kodinze) e conserva di mele essiccate (kodinzon), un’idea partita a causa di un ostacolo piccolo nelle dimensioni quanto invasivo. “La cimice è un grande problema - afferma - cresciuto negli ultimi anni. Ci sono tecniche per combatterla, ma non lo risolvi del tutto. L’insetto infatti punge la mela e succhia il nettare, perciò il frutto si rovina diventando marcio: anche per questo ho optato per la trasformazione, così non butto le mele rovinate e salvo la parte sana”.
E poi c’è il cambiamento climatico, che già Enrica Balzan - anche lei coltivatrice di mele - ammette essere un punto di domanda per il futuro (l’intervista). “Se ne parla - conferma Venturin - ma viverlo è diverso. Quest’anno le mele sono maturate prima a causa del caldo e ho avuto un calo del 20-30%. Nella mia vita non avevo mai visto le loro foglie bruciate e temo sarà sempre peggio, ma non saprei dire come lo si affronta. La nostra sfortuna è non avere sistemi di irrigazione strutturati, un po’ perché non ne abbiamo mai avuto bisogno e un po’ perché il territorio montano non è adatto. Potrebbero essere utili dei pozzi, ma devi avere i frutteti vicini tra loro e non è il mio caso: l’acqua sarà quindi un problema. Vedremo quali opportunità riserva il futuro, di certo bisogna continuare a crederci”.














