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Belluno
17 agosto | 11:59

"Caldo estremo e grandine, a rimetterci sono soprattutto i piccoli agricoltori: i campi bruciano, e i patogeni fanno il resto. Degli incentivi solo le briciole"

Tra le conseguenze di un cambiamento climatico sempre più repentino, anche in montagna, ci sono i danni all’agricoltura. Le rese sono infatti spesso compromesse, a danno soprattutto dei piccoli produttori che faticano a fronteggiare carenza idrica, violenti grandinate e diffusione di patogeni. A raccontarci cosa sta accadendo è Marica D’Incà, giovane titolare di un negozio di Belluno che si rifornisce soprattutto da piccole aziende locali

Caldo estremo e grandine, a rimetterci sono soprattutto i piccoli agricoltori: i campi bruciano, e i patogeni fanno il resto

BELLUNO. “Le piccole aziende agricole o fanno un po’ di tutto ma poco, oppure producono uno-due prodotti in quantità maggiori ma concentrati nella stagione. Perciò se inizia ad andare male, in pochi mesi riduci o azzeri le entrate, a fronte di spese comunque da sostenere tra concimi, gasolio e irrigazione, almeno finché c’è acqua. Grossisti e contadini sono preoccupati: continuano a ripetere che ce la racconteremo tra qualche mese”.

 

Marica D’Incà è titolare de “Il paniere”, negozio di frutta e verdura portato avanti dal 1993 dai genitori. Ci lavora da oltre dieci anni, ma fin da piccola ha osservato l’attività di famiglia e oggi racconta a Il Dolomiti una delle conseguenze di un cambiamento climatico sempre più repentino: quella sulle rese agricole, tra temperature elevate, carenza idrica e grandinate. “Il cliente vede i prezzi alti - ammette - ma dietro c’è una spiegazione”.

 

Lei si rifornisce perlopiù da piccoli contadini, oltre ad avere prodotti propri. “Papà - racconta - ha sempre fatto agricoltura, ma da alcuni anni il cambiamento climatico si sente. In passato, ad aprile, avevamo già disponibilità di zucchine sotto tunnel da vendere, mentre adesso è impensabile. Fatichiamo anche a piantare pomodori in serra per averli a fine giugno, perché sembra retorica ma davvero mancano le mezze stagioni: gli inverni sono secchi e non freddi, e le primavere imprevedibili”.

 

Una situazione che sta colpendo anche da più tempo l’attività del compagno, un coltivatore di Marsan, una frazione di Marostica (Vicenza) a metà strada con Bassano del Grappa. Gestisce l’azienda agricola rilevata dal nonno e coltiva in primavera asparagi bianchi, in estate fagiolini, ciliegie e zucchine tonde tipiche, poi in autunno-inverno zucca e radicchietto. “Da quando ci siamo conosciuti nel 2021 - prosegue - questo è il primo anno che è riuscito a produrre ciliegie in maniera discreta. In passato, c’erano stati una gelata, che ha compromesso circa il 70% del prodotto, poi freddo, grandine, troppa pioggia, e lo scorso di nuovo una forte grandinata. E stavolta, pur essendo andata bene, con il caldo le ciliegie sono comunque diventate mature tutte insieme, anche quelle tardive”.

 

In più il resto. "Il caldo intenso già ad aprile - aggiunge - ha fatto perdere qualche raccolto di asparagi, che necessitano di un clima tiepido moderato. E ora c’è il problema del secco: trattandosi di una piccola azienda, non è dotata di rotoloni per l’irrigazione per cui ogni giorno bisogna spostare i tubi da un campo all’altro per evitare che si bruci tutto”.

 

E oltre le coltivazioni dirette? “Dai grossisti - risponde - fatico a trovare prodotti. Dei ragazzi da cui prendo i mirtilli, ad esempio, uno ne ha persi circa 6 quintali per la grandine, l’altro li ha portati in cooperativa fino a una decina di giorni fa ma ha smesso perché erano praticamente tutti cotti sulle piante. C’è poi penuria di pomodori, poiché il caldo fa salire la temperatura nelle serre e sopra i 40-45 gradi la pianta perde i fiori. Un produttore ferrarese di pomodoro da sugo sta gettando via tutto, con le piante che praticamente ‘bollono’ nel terreno”.

 

Come se ciò non bastasse, il caldo favorisce la proliferazione dei patogeni. “Verso Loreggia (Padova) - spiega D’Incà - i campi bruciano per il caldo e il ragnetto rosso fa il resto. E per i produttori che non fanno trattamenti, o usano prodotti consentiti in agricoltura biologica, su infestazioni così estese l’unica soluzione è estirpare tutto: è infatti dispendioso combattere qualcosa che, se il caldo persiste, tra qualche settimana si ripresenta”.

 

Le prospettive non sono rosee nemmeno per l’immediato futuro. “Vedremo cosa sarà. Sono andata a prendere le mele biologiche precoci locali - afferma - ma di quelle invernali sarà da capire il gusto, perché sono maturate troppo in fretta. Così certe varietà di uva sono già pronte per la vendemmia, ma capita che i magazzini dove i produttori conferiscono siano chiusi con il paradosso di non sapere dove portarla”.

 

Il tutto con conseguenze sul mercato. “Da un lato - conclude - il caldo rischia di incidere su prodotti piantati ora da vendere da qui a due-tre mesi. Entrano infatti in gioco domanda e offerta: se il prodotto non matura ce ne sarà meno, e i pochi che lo hanno, soprattutto gli intermediari, aumenteranno i prezzi. Dall’altro, la politica degli incentivi fatta dall’alto sostiene le grosse realtà, lasciando ai piccoli briciole con le quali di certo non compensano i danni del cambiamento climatico. Se ti capita la grandinata, ad esempio, sono previsti dei rimborsi solo se sei una monocoltura: è un cane che si morde la coda, e i contadini che danno da mangiare a tutti finiscono per essere quelli che ci rimettono”.

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