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Belluno
12 luglio | 22:57

“Il biologico sopravvive solo se i consumatori scelgono di tutelare l’ambiente. Ha senso lasciare ai giovani una terra sterile solo per avere due soldi in più?”

Mentre dilagano le grandi estensioni di vigneti nel Bellunese, con le conseguenze che ne derivano (ma il mais non è da meno), Il Dolomiti intervistato chi sul territorio si occupa di biologico: non solo coltivando, ma anche creando una comunità consapevole, ecco lo sguardo dell'allevatore e presidente del Bioditretto Terre Bellunesi Marcello Barzolai Martini

COMELICO SUPERIORE. “Mediamente nel sistema agricolo tradizionale la terra si depaupera e i danni dureranno secoli, anche se dovessimo partire ovunque con il biologico domani mattina. È una perdita netta che avrà un costo per le generazioni future, cui lasciamo in eredità una terra sterile e desertificata. Ma ha un senso, solo per avere due soldi in più oggi? Io ho 4 figli e 9 nipoti: è a loro che dovremmo pensare”.

 

Dopo aver raccolto la riflessione sui monocolture e prodotti fitosanitari da Mauro Zanini, tra i fondatori del Biodistretto terre bellunesi (qui l’intervista), Il Dolomiti ne ha contattato il presidente Marcello Barzolai Martini. Il Biodistretto è un’associazione con finalità di conversione ecologica e giustizia sociale dei processi produttivi. Comprende 44 comuni della provincia in cui è presente superficie agricola biologica gestita dai soci produttori. “Abbiamo un’adesione importante dalla società civile - spiega - e tutte le 70 aziende hanno la certificazione biologica che, per quanto possa essere vista come un’umiliazione perché sinonimo del ‘mi fido della tua etica solo se la dimostri’, è l’unica strada possibile per evitare che il biologico diventi mera pubblicità alla portata dei grandi sponsor”.

 

Il biologico però è anche altro. “Quando acquisto cereali per i miei animali - afferma - devo acquistare biologico. Questo comporta costi maggiori, ma anche la richiesta a qualcun altro di produrre a sua volta biologico. Diventa cioè una catena che ci lega tutti”.

 

Barzolai Martini è infatti allevatore a Casamazzagno, in Comelico Superiore. Ha circa 140 capi di bestiame, un numero di fronte al quale, afferma, “in pianura si mettono a ridere perché lì le dimensioni aziendali sono paurose, anche fino a 3mila vacche. Il nodo è che nessuno parla della terra a disposizione: nel biologico è tassativo avere 2 bovini adulti per ettaro, in pianura arrivano anche a 14. Questo ha un forte impatto, il cui prezzo finirà per arrivare sulle nostre tavole”.

 

A poter fare la differenza sono i consumatori. Non a caso il Biodistretto è prima di tutto un progetto di comunità, fondato su processi partecipativi tra produttori, istituzioni, enti e cittadini. “Possiamo fare l’agricoltura che vogliono le comunità. Se vogliono fare la spesa spendendo poco - rileva - si tengono quello, perché l’agricoltura virtuosa non può essere fatta in un sistema economico basato sulla corsa al prezzo più basso, dove vince il peggiore. Noi la mettiamo su un altro livello, cioè che anche consumatore e comunità si facciano carico della tutela dell’ambiente in cui vivono”.

 

“In questo - prosegue - la comunicazione è fondamentale, perché il biologico è una nicchia legata al fatto che le persone hanno la sensibilità di informarsi. Certo i costi sono maggiori, anche se chi lo vende spesso ne approfitta (noi calcoliamo un costo di produzione maggiore del 25-30%, che a volte al consumo diventa anche l’80%). Per cui va fatta comunicazione perché, quando sul mercato si propone qualcosa di più, il convenzionale reagisce con una resistenza con cui fare i conti”.

 

In tal senso, l’esempio più virtuoso sono i Gruppi di acquisto solidale (Gas). “Sono 10 in provincia - sottolinea Barzolai Martini - e tutti molto partecipi a questa consapevolezza che ha, di fatto, trasformato il sistema di produzione alimentare. Inoltre, anche i produttori che vendono direttamente al consumatore hanno maggiore interesse a partecipare attivamente perché trasferiscono il know how e l’importanza di vivere in un ambiente sano. Il nodo è più delicato per chi produce per il mercato: qui subentra una mediazione che porta il produttore biologico a essere un po’ meno sensibile al rapporto con le persone”.

 

Che però, di fatto, resta centrale. “Solo se le comunità decidono di accettare la sfida al cambiamento di comportamenti e consumi - ribadisce - si può pensare di resistere, altrimenti difficilmente gli eroismi dei singoli agricoltori potranno produrre un reale cambiamento. Il Biodistretto si propone questo: diffondere una visione dell'ecologia che porti a rivedere alcune cose. Una sfida non facile, ma continueremo a provarci”.

 

“E lo farò finché vivo anche personalmente - conclude - per la terra che coltivo, la mia famiglia e il mio ambiente. Averla vinta sul piano della trasformazione culturale è un altro discorso, perché spesso la politica e le lobby spingono altrove. Inoltre serve consapevolezza: il vigneto a Bes (qui) è un esempio di colonizzazione su una terra, quella bellunese, che costa poco. Ma è anche vero che da oltre un anno scavano quei terreni, eppure le comunità si sono accorte solo ora della trasformazione. Ed è altrettanto vero che, pur non richiedendo così tanta chimica, anche il mais ha un impatto notevole perché la terra da sola non può sostenere quella coltivazione alla velocità che vogliamo. È dunque davvero questo il bene comune che vogliamo?”.

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