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Belluno
01 ottobre | 20:18

Dai leprotti che vivono tra le viti, alle api e vespe attirate dall'uva che hanno fatto 'nascere' il primo spumante: storia di una passione diventata lavoro alla Tenuta Crodarossa

In attesa del tradizionale evento Mele a Mel, Il Dolomiti ha fatto visita a Tenuta Crodarossa, che fa parte dell'associazione. Martina Vergerio ci racconta la storia di una passione di famiglia: gli inizi subito in salita, i dieci anni di tentativi con varietà che nessuno nel territorio conosceva, fino alle produzioni di oggi, apprezzate da clienti attenti alla maggiore qualità che i vitigni resistenti offrono

Dai leprotti che vivono tra le viti, alle api e vespe attirate dall'uva che hanno fatto 'nascere' il primo spumante

BORGO VALBELLUNA. “Lavorare con i vigneti non è facile, ma se ci credi e lo fai bene è davvero un bel lavoro”. Crodarossa si presenta come “un progetto che parla di famiglia, radici e passione” nato nel 2013 nella frazione di Colderù, quando “la bellissima passione di Paolo Remini e Alessandro Rigo si è trasformata in un vero e proprio lavoro”. Tenuta Crodarossa è infatti oggi parte dell’associazione Mele a Mel, del Consorzio Vini Coste del Feltrino e della rete Piwi Veneto, nata proprio qui quasi dieci anni fa da viticoltori e appassionati di vigneti resistenti.

 

Dopo aver raccolto la storia del Principe di Mel (qui), Il Dolomiti ha fatto visita anche alla famiglia Remini, che poco distante coltiva le sue varietà dopo dieci anni di tentativi, fatica e soddisfazioni. “Nel 2013, alla sagra di San Giacomo - racconta Martina Vergerio, titolare assieme a Paolo della Tenuta - ci fu un evento con quattro produttori locali. Assaggiandone i vini è nata l’idea di provarci anche noi nel piccolo terreno sotto casa. All’inizio erano poche piantine, poi ho ottenuto il contributo europeo per l’imprenditoria femminile e ho deciso di dedicarmi all’agricoltura. Quella per i vigneti è sempre stata la passione del mio compagno, ma ora per me è diventata l’attività principale”.

 

Martina e Paolo partono con alcune varietà tradizionali (Pinot nero, Pinot grigio e Chardonnay), ma la strada è subito in salita. “Con quel contributo - prosegue - abbiamo costruito la cantina e acquistato un trattore. Per tutto il resto invece, nei primi quattro anni, ho sempre lavorato a mano, mentre le nonne tenevano i bambini. Solo con il tempo abbiamo acquistato un attrezzo dopo l’altro”.

 

“Siamo partiti da hobbisti appassionati - aggiunge - ma tra lavoro, variabilità del meteo e costi, produrre vino non è facile. Il primo anno, ad esempio, una tempesta ha distrutto tutto. Poi nel 2014 a Belluno hanno concesso le varietà resistenti e l’anno successivo siamo partiti con dieci varietà: eravamo tra i primi, quindi siamo andati per tentativi. Abbiamo girato, fatto assaggi e portato a casa le varietà che ci piacevano di più, ma le condizioni ambientali sono diverse perciò abbiamo provato e riprovato: adesso se qualcuno chiede sappiamo dare delle dritte, ma nel 2015 abbiamo iniziato quasi in solitaria”.

 

Di quelle dieci varietà oggi ne hanno tenute due a bacca bianca, Solaris e Souvignier gris, che coltivano in circa due ettari e mezzo a 450 metri di quota. “Il 9 agosto 2017 - riprende - abbiamo fatto la prima vendemmia. Volevamo produrre vino fermo, ma c’erano tanti insetti tra api, vespe e calabroni e per giorni ho tolto a mano tutti gli acini marci, finché mi sono arresa. Se avessi aspettato la giusta maturazione non avrei trovato più nulla, perciò il nostro enologo ci ha consigliato di spumantizzare”.

 

Non era nei progetti, ma come ogni storia costruita passo dopo passo si sono adattati e così è nato il loro primo spumante, “Derù” dal nome del paese. Poi, con l'acquisto di un terreno poco distante, è arrivato anche il vino fermo, il cui nome è ancora più peculiare: “Col del Jevero”, che in dialetto è la lepre. Tra le viti corre infatti una famiglia di leprotti “che mentre lavoro - ammette - sono lì a mangiare i germogli con i nostri cani di fianco: dove ci sono loro, è tutto pulito”. Ma non solo: non mancano oggi due rossi, coltivati a Mugnai, e il Vermouth bianco il cui nome, Man dea Striga, è ispirato alla leggenda di una donna che dimora nelle Dolomiti e assume le sembianze di fata o strega a seconda di chi la incontra.

 

Tutto ciò è reso possibile da una dedizione che negli anni si è raddoppiata: tra quelle viti, sono nel frattempo cresciuti anche i bambini, Andrea e Nicole, che oggi aiutano i genitori. In particolare Nicole, che ci confessa di voler portare avanti l’azienda: oggi 20enne, studia enologia “grazie alla passione trasmessa da papà”.

 

“Adesso con altri produttori - conclude Vergerio - facciamo serate di degustazione verticale: ognuno porta i suoi vini che i sommelier assaggiano. A noi serve per capire dove siamo posizionati, ma chiunque apprezzi i vini resistenti ha la possibilità di confrontare prodotti dello stesso vitigno, altitudine e versante, sentendo come cambiano in base al gusto del produttore e all’enologo che li lavora. Anche i privati sanno infatti il valore che c’è dietro, l’importanza di studiare tanto e intendersi di vini, oltre al fatto che facciamo pochissimi trattamenti. Le persone capiscono cosa significa: vogliono visitare i vigneti e conoscere la nostra storia e io gliela racconto volentieri”.

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