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Belluno
06 luglio | 11:01

''Vedevo quella terra incolta e venendo da una famiglia di contadini non ho resistito'', lascia la carpenteria per la campagna ora è il Principe di Mel: ''Grazie anche ai vigneti resistenti''

A Borgo Valbelluna, tra i suoi filari, Giuliano Menel è ormai noto con il nome del suo vino: Il Principe di Mel. Il Dolomiti è andato a trovarlo per farsi raccontare la sua storia: dalla nascita dell’attività, per non vedere la terra dei genitori abbandonata, al contatto con gli artisti locali, dei quali riproduce le opere su alcune bottiglie. Fino alla fiducia nei giovani e nel futuro del territorio

BORGO VALBELLUNA. “Quando ho chiuso la carpenteria, l’ho fatto senza troppo dispiacere. Chiudere qui, invece, sarebbe diverso perché la terra è viva e se ho iniziato a lavorarla è stato soprattutto per non vederla abbandonata. È un’attività che, se nel piccolo riesci a produrre qualità, può sicuramente funzionare”.

 

Tra le aziende agricole dell’associazione Mele a Mel, dopo aver esplorato l’arte di intrecciare ceste con il salice del Piave (qui), Il Dolomiti è andato tra i filari di Giuliano Menel, meglio noto come “Il Principe di Mel” dal nome del suo vino. Un nome nato per caso e rimasto come marchio distintivo di un prodotto innovativo del territorio.

 

Dopo la gioventù a lavorare in giro per il mondo, Menel ha gestito una carpenteria per oltre trent’anni, ma la vista della terra incolta gli ha fatto compiere 12 anni fa una scelta particolare. “Sono figlio di contadini - racconta - e vedendo la terra non curata come un tempo mi sono chiesto cosa potevo coltivare di diverso, finché ho avuto la fortuna di conoscere l’enologo Emanuele Serafin. Lavorava all’Istituto superiore Cerletti di Conegliano, dove facevano sperimentazione con le viti resistenti”.

 

Si tratta di varietà che resistono a malattie fungine come peronospora e oidio, diffuse nel Bellunese a causa dell’elevata piovosità. Con il senno di poi Menel lo definisce un “azzardo”, ma con pazienza e non senza qualche errore è andato tutto per il meglio grazie - tiene a ribadirlo - al continuo supporto di Serafin. Partito con 5mila metri, oggi Il Principe è a 10mila anche se non ancora tutti a pieno regime. “Mi fermo qui - specifica - perché faccio tutto da solo. All’inizio era un hobby, ma l’impegno è totale e fortunatamente dà grande soddisfazione”.

 

Il bianco ‘solaris’ e il passito vanno infatti a ruba. “Non è facile - ammette - perché nel Bellunese i costi sono maggiori, inoltre con piccole quantità non è scontato trovare chi le lavora. Però, essendo varietà resistenti, non richiedono particolari lavorazioni e quest’anno non ho usato trattamenti grazie alla buona annata. E questo incide sulla qualità”.

 

Un tema, quello dei trattamenti, spinoso per il territorio. In questi giorni al centro del dibattito c’è il vitigno di Bes, dove i cittadini si stanno mobilitando per paura dei prodotti fitosanitari (qui). Menel però non ha dubbi. “Se vuoi fare economia - afferma - i vitigni devono farne parte. Secondo me le viti resistenti sono una buona soluzione, anche se al momento sono ancora poco note sul mercato. Qui siamo stati i primi a livello regionale a fare un’associazione e nel frattempo anche le altre Regioni hanno autorizzato queste varietà, per cui qualcosa cambierà. Il problema è che il settore vitivinicolo è in sofferenza, ma il vantaggio delle piccole produzioni è avere un prodotto di nicchia che funziona: basta puntare sulla qualità”.

 

Si riesce a viverci? “Io riesco a stare in piedi come azienda. Certo ho anche la pensione - risponde - ma se un giovane ci aggiunge un piccolo bed & breakfast o un’altra produzione, ne ricava un’attività. Fondamentale, però, è la passione perché bisogna lavorare sempre: mica si può far aspettare la natura”.

 

I giovani, appunto, verso i quali nutre speranza (finalmente!). “Ci sono molti ragazzi con tanta voglia di fare - ammette - forse l’unica pecca è che i pochi rimasti difficilmente si aprono ai cambiamenti. Tutti quelli che hanno sperimentato qualcosa di innovativo arrivano da mondi diversi, come nel mio caso”.

 

Innovativo…e artistico. "Coinvolgendo artisti locali come Marta Farina, Noemi Durighello e Arcadio Lobato - spiega - faccio un centinaio di bottiglie con un’etichetta diversa che riporta una delle loro opere. In più, quando chiesi a Noemi un dipinto, me ne mandò sedici così, in difficoltà nella scelta, ho fatto decidere ai clienti più affezionati. Tuttora quello che va sulle bottiglie è il quadro scelto da loro: non so come, ma scatta qualcosa nelle persone che spinge verso quello prescelto. Un bel modo per valorizzare gli artisti”.

 

Io non ho figli - conclude - ma un nipote mi aiuta quando è libero dal lavoro. Certo non pretendo faccia questa scelta, ma mi piacerebbe decidesse di proseguire. Sfruttando le opportunità che il turismo enogastronomico offre, si può davvero vivere di questo e farlo immersi nella natura. Ci vuole impegno, ma a fronte anche del settore industriale che non offre le garanzie di una volta, sarebbe un ottimo modo per dare valore al nostro territorio”.

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