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Belluno
16 luglio | 18:11

“Non uso pesticidi e produco con quello che la terra concede”. L’amore di Deborah per la natura nel suo negozio di paese: “Coltivare implica attesa e rispetto delle stagioni”

In una piccola frazione di Borgo Valbelluna, cinque anni fa Deborah Scarton ha lasciato l’insegnamento per aprire una piccola azienda agricola. Il Dolomiti è andato a trovarla, facendosi raccontare la sua scelta e il modo con cui ogni giorno coltiva la terra e si prende cura de “Le coccinelle”. “Siamo abituati ad avere tutto e sempre, invece l’agricoltura ti insegna che non tutto quello che semini raccogli e che serve tempo per maturare”

crediti foto Roberto De Pellegrin

BORGO VALBELLUNA. “Coltivare la terra implica attesa e rispetto delle stagioni. Trovo indispensabile insegnare ai bambini, e agli adulti, i tempi della natura, a non comprare prodotti fuori stagione o esotici o solo frutta e verdure esteticamente perfette. Siamo abituati ad avere tutto e sempre, invece il mondo dell’agricoltura ti insegna che non tutto quello che semini raccogli, che dipendi da fattori da te indipendenti, e che serve tempo per maturare. Perciò devi avere cura della terra, aspettare e anche un po’ sperare, a volte, che tutto vada a buon fine”.

 

Ha compiuto cinque anni lo scorso maggio “Le coccinelle”, ma è già ricca di storie e riflessioni da raccontare. Siamo a Borgo Valbelluna, nella frazione di Corte, dove una piccola azienda agricola rispecchia l’energia della sua proprietaria, Deborah Scarton. Membro anch’essa dell’associazione Mele a Mel, Il Dolomiti è andato a trovarla tra vasetti di confettura, ortaggi di stagione e prodotti realizzati con quanto coltivato poco distante. Oltre ai fiori che non mancano mai perché aiutano la biodiversità (e portano colore ai mercatini): dalie, zinnie, astri e quest’anno - ci svela in anteprima - uno splendido campo di girasoli per fare l’olio.

 

“L’ho chiamata Le coccinelle - racconta - perché è un animale piccolo, semplice e simbolo di un’agricoltura che segue un certo percorso. Non abbiamo al momento la certificazione biologica, ma seguiamo comunque quella strada. Siamo i primi consumatori di quello che produciamo e la gente conosce il nostro modo di coltivare”.

 

Parla al plurale perché, nonostante sia l’unica titolare, le quattro coccinelle nel logo sono la sua famiglia: il marito, che fa l’idraulico ma è sempre presente per lavorare la terra, e le figlie, oggi adolescenti e quindi - lo dice sorridendo - sempre più difficili da arruolare (ma comunque attive in negozio). Inoltre, la mamma e le sorelle accorrono nei periodi più intensi: una vera grande famiglia.

 

Oltre a non usare pesticidi - prosegue - privilegiamo varietà locali, come il fagiolo Gialet, il Bala rossa, lo zafferano delle Dolomiti e un tipo di mais che amici agricoltori usano da trent’anni”. I prodotti sono venduti freschi o trasformati in sciroppi, confetture e pasta da laboratori esterni, ma seguendo le ricette da lei scelte. Insomma, la varietà non manca.

E non solo quella. “Sapendo dell’intervista - confessa - ho pensato a tre parole chiave per parlare di noi: colore, movimento e ascolto”. Parole la cui spiegazione è semplice quanto significativa, un po’ perché va oltre il puro significato, un po’ perché non te l’aspetti, tra quei vasetti, di scoprire così tanto oltre al valore della terra.

 

“Amo i colori - spiega - perché simboleggiano la possibilità, per ognuno, di esprimere la propria unicità. Inoltre mi aiutano con i bambini: ho fatto la maestra d’asilo per anni, mi piacerebbe aprire una fattoria didattica ma intanto vado io nelle scuole. Ci sono tante cose da insegnare e per farlo porto con me quattro colori: il marrone della terra, il giallo del sole, l’azzurro dell’acqua e il rosso. E subito i bambini capiscono subito che simboleggia l’amore, la passione del fare: perché loro li mettono in tutto ciò che fanno, mentre noi adulti tendiamo a perderli nella fretta quotidiana”.

 

E le altre due parole? “Il movimento - risponde - rispecchia il mio modo di essere, mi piace fare tante cose e se una non va pazienza, si passa alla successiva. Tendo a pensarla così anche con i prodotti: se uno non viene, abbiamo gli altri, la natura va così. E poi l’ascolto: amo avere un piccolo negozio in un piccolo borgo, dove tutto si basa sull’ascolto di chi entra e il racconto di chi sei e cosa fai. Si crea una fiducia che nella grande distribuzione non c’è, ma di cui sempre più persone hanno bisogno”. 

 

Ci racconta infatti che in quello stabile, 40 anni fa, c’erano due alimentari e un bar, e poco distante un negozio di stoffe: tutto chiuso col passare del tempo. “Oggi tanti vogliono tornare alle piccole realtà - afferma - dove è la persona a fare l’azienda. Chi entra qui sa già cosa vuole e il loro approccio è a 360 gradi: arrivano con la borsa di stoffa, a volte con i sacchetti di carta da riutilizzare, e mi chiedono com’è andata negli orti, mi augurano che esca il sole quando c’è tanto freddo e che piova quando c’è siccità. Sono attenti e curiosi”. 

 

Non ho grandi terreni - conclude - produciamo prima per noi e, solo se avanza qualcosa, per altri negozi. Alcuni supermercati mi hanno chiesto di farlo, ma abbiamo rifiutato per non compromettere la qualità: voglio lavorare con quello che la natura mi concede, e se un raccolto è scarso faccio con quello che c’è”. 

 

 

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