“La lana arrivava dal Lagorai con i carri, l'apice della produzione fu negli anni '40 con le forniture per l'esercito”. Storia dell'antico Lanificio Dalsasso: 1877 firme per il recupero
A Pergine il comitato “Sos Lanificio Dalsasso” ha consegnato una petizione popolare per l'acquisto, il recupero e la valorizzazione dello storico opificio nato alla fine dell'Ottocento. Ecco la sua storia

PERGINE. Sono ben 1877 in tutto le firme raccolte nel giro di due mesi dal comitato “Sos Lanificio Dalsasso”, nato a Pergine Valsugana per promuovere la tutela e la valorizzazione dello storico lanificio cittadino – una vera e propria testimonianza di archeologia industriale.
“Dal 7 aprile scorso – scrivono i promotori dell'iniziativa – sono state raccolte, principalmente nel Perginese, 1757 sottoscrizioni di cittadini residenti in Provincia di Trento (più 22 di residenti fuori Provincia), 77 di operatori economici (ditte, negozi eccetera), 21 di enti e associazioni locali. In totale sono 1877 firme di coloro che hanno voluto esprimere un sostegno alla salvaguardia di un importante patrimonio storico, culturale e produttivo del territorio trentino, scegliendo di non considerare il lanificio Dalsasso solamente un edificio del passato, ma una possibilità e una risorsa per il futuro”.
Le firme, continuano, sono state consegnate alla Provincia autonoma di Trento e al Comune di Pergine Valsugana “proprio come attestazione dell'interesse diffuso nei confronti di questo opificio nato alla fine dell'Ottocento, che conserva ancora i macchinari funzionanti e rappresenta una preziosa testimonianza di archeologia industriale”.
La raccolta delle sottoscrizioni, spiega il comitato, ha permesso inoltre di confrontarsi dal vivo con cittadini e con cittadine e con varie realtà economiche e culturali del territorio: “Le quali hanno condiviso riflessioni, ricordi e proposte legate al vecchio laboratorio di Vicolo dei Mulini e alle potenzialità derivanti da una conservazione e valorizzazione. L'obiettivo della petizione non è soltanto giungere alla preservazione di un edificio storico, ma la promozione di una visione che vede una risorsa culturale capace di generare nuove opportunità per il territorio”.
Risorsa che, da un punto di vista storico, rappresenta un contesto particolarmente interessante. Lo stesso comitato ne ha riportato i passaggi chiave, ricordando come l'opificio risalga al 1896, quando Eugenio Dalsasso acquistò un vecchio mulino a Pergine: “Uno dei tanti un tempo attivi sul corso della 'roza granda', il canale macinante che forniva forza motrice agli opifici della borgata, e vi trasferì il suo laboratorio artigianale per la lavorazione della lana, integrandolo con nuove macchine”.
Queste vennero sostituite nel 1925 dal figlio Eugenio II (al quale era passata l'attività) con macchinari di produzione tedesca, usati, risalenti alla fine dell'Ottocento ma efficienti: “Eugenio iniziò anche a vendere i filati nel vicino Vicolo dei Mulini. Nel 1936 il vecchio laboratorio venne ingrandito, diventando così una piccola industria, che negli anni '40 raggiunse l'apice dell'attività per le richieste di forniture dell'esercito, arrivando a contare fino a 20 operai, perlopiù donne. Ad affiancare il proprietario c'è il figlio Ciro, perito tessile. Il ciclo della lavorazione era completo: dall'arrivo della lana, proveniente o dalla Valle dei Mocheni e dai monti del Lagorai (condotta con carri e carretti) oppure dall'estero in grandi balle, al lavaggio, alla sgrossatura, alla cardatura e alla filatura mediante una macchina all'avanguardia. Il filato era poi avvolto in fusi, in rocchetti o matasse che potevano anche essere tinte. Una quantità del prodotto veniva persino tessuta in azienda, dove era installata una seconda ruota per la follatura dei panni, ma la maggior parte era venduta ai mercati. Nel 1974 la conduzione del lanificio passò al terzo Eugenio e alla sorella Fernanda. Solo nel 1982 il laboratorio, che fin dall'inizio era stato azionato dalla forza motrice della roggia, venne convertito all'energia elettrica. L'attività continuò fino alla cessazione della produzione nel 1992”.
L'insegna dell'emporio “Eugenio Dalsasso & Figlio Lanificio”, continua il comitato: “Capeggia tuttora sopra la bottega di via delle Pive, in un edificio che conserva l'impostazione di fine Seicento. Attraverso uno stretto passaggio si accede alla corte per il carico scarico (oggia via dei Molini) sulla quale si affacciano i ballatoi delle abitazioni. Al di là del blocco dei fabbricati è ancora visibile un tratto del canale macinante, ormai all'asciutto, e la vecchia ruota in metallo. Sul lato nord della corte, nell'ex mulino, fu ricavato il laboratorio, al primo piano. All'interno, le macchine e gli strumenti di lavoro tracciano quasi in completo il percorso evolutivo manualità-macchina. Immersi fra cinghie di trasmissione e pulegge sono fermi, dormienti in attesa di risvegliarsi e ripartire, veri e propri monumenti non solo per dimensioni, ma anche per forme e dettagli dei componenti, caratteristici del design d'epoca”.
In definitiva, per i promotori l'intervento dovrebbe prevedere: “Il risanamento dell'immobile, che mantenga inalterati funzionali gli ambienti di lavoro e conservi le strutture e gli elementi di valore storico, antichi e moderni; la conservazione del tratto di roggia pertinente e dei macchinari, con la loro messa in sicurezza per l’apertura al pubblico; la possibilità di utilizzare le macchine per la lavorazione della lana; la possibilità di utilizzare l'immobile per laboratori, esposizioni, mostre, eventi culturali e via dicendo”.












