I "barch", relitti disseminati tra i campi del bellunese: "L'oro un tempo era il fieno. Ora che il valore si è spostato, è mutato anche il paesaggio"

"Tutto è partito da un'immagine, quella di mio nonno che tagliava il fieno con la falce". Da qui si sviluppa il cortometraggio 'Oro', scritto e diretto da Alessandro Padovani. Il film ci porta nel mondo di barch e mede, architetture agricole di un tempo ormai lontano, elementi dove una generazione che non li ha conosciuti, torna a cercare la propria identità

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Antichi tipi di fienile, sopravvissuti soltanto nelle zone del feltrino e del Monte Grappa, testimoniano un sistema socio-economico ormai tramontato. Del tutto svuotati della loro antica utilità, "barch" e "mede" rimangono tra i campi del bellunese come relitti incomprensibili, quasi perturbanti in un mondo così vocato al pragmatismo. Eppure, come antichi geroglifici di cui vagamente intendiamo le forme senza afferrarne il senso, questi si fanno palinsesti: luoghi dove nuove interpretazioni e riletture convergono e si sovrappongono come fossero forcate di fieno.
"Per conservare il fieno nei prati dove era stato prodotto o dove sarebbe stato consumato, esistevano due soluzioni principali: allestire una meta (méda-méa), cioè un covone, oppure costruire e caricare un barch. La realizzazione di un barch o di una méda risultava decisamente meno onerosa rispetto alla costruzione di un fienile e, soprattutto, poteva essere allestita direttamente nei luoghi dello sfalcio".
A spiegarlo è l’antropologa Daniela Perco, nella presentazione di Barch Art, un progetto che ha dato vita ad un percorso tematico di istallazioni artistiche costruite a partire da queste strutture.
"I barch venivano dotati di un tettuccio mobile (cuèrt), che poteva essere realizzato con materiali diversi a seconda delle zone: paglia, canna palustre, mannelli di faggio, come i fojaroi del Grappa, oppure erbe alte (pajon). La disposizione dei mannelli, disposti a falde sovrapposte, aveva la caratteristica di avere tetti piuttosto acuminati, favorendo così lo scorrimento dell’acqua. Inoltre, la pendenza del tetto era maggiore in montagna, per permettere un rapido scivolamento della neve".

Sempre Dolomiti Hub, impresa sociale responsabile di Barch Art, è stata promotrice di un contributo audiovisivo al tema. Il cortometraggio Oro, però, scritto e diretto dal feltrino Alessandro Padovan, non risponde pedissequamente a questa richiesta.
"I barch sono il relitto di un mondo che non c’è più, qualcosa che è rimasto quasi per errore". La cosa più commovente di queste architetture, che fanno parte del paesaggio interiore del regista sin da quando era bambino, è proprio il fatto che sono totalmente antistoriche. Nel loro potenziale allegorico, queste casette arrugginite contraddicono i valori dell’odierna società dei consumi.
Il titolo, Oro, riflette l’idea di come è cambiato il valore – anche economico - che noi diamo alle cose che abbiamo intorno.
"Una volta, in quel mondo contadino, l’oro era il fieno. L’oro, anzi, era qualsiasi filo d’erba. Adesso questo valore si è spostato: i prati sono lasciati a sé stessi e ormai sono diventati boschi, e il valore si è concentrato su altre cose – petrolio, gas, beni di lusso -, che una volta non erano centrali. È interessante come, in relazione a questo, cambi anche il paesaggio".
Ecco perché Padovani non condivide del tutto questi progetti di rimodernamento artistico. Così, infatti, i barch tornano ed essere in qualche modo funzionali: se non altro come istallazioni di un museo a cielo aperto. "Invece, la cosa bella dei barch è proprio che sono dei reperti archeologici. Solo nell’abbandono possono tornare ad esistere: qualcuno ci mette la legna, li usa come ripostiglio, dopotutto sono solo piccole casette per coprire dalla pioggia".
Tra le inquadrature, subito dietro il campo e quelle strutture arrugginite, si sorge la superstrada affollata di auto. In questi contrasti di prospettiva, secondo il regista, emerge il cortocircuito. "Sono un cortocircuito culturale, adesso, i barch. Ed è bello che lo siano".
"Tutto è partito da un’immagine, quella di mio nonno che tagliava il fieno con la falce".

"La mia generazione - spiega Padovani - non ha più una connessione diretta con quel mondo lì, mentre i nostri genitori ce l’hanno. Eppure in qualche modo l’hanno rifiutata. Secondo me è interessante anche questa cosa. I nostri genitori hanno in qualche modo hanno scelto di non appartenere a quel mondo rurale: forse anche perché è cresciuti negli anni Ottanta, in un mondo molto più espansivo, che spingeva verso l’esterno. Noi invece viviamo in un mondo che si chiude: pur essendone molto più lontani, cerchiamo le nostre radici, e sentiamo il bisogno di ritrovare un ‘centro’. Guardiamo ad un mondo che non abbiamo vissuto e – in qualche modo - ne sentiamo la mancanza e abbiamo il desiderio di risignificarlo".
"Oro unisce un po’ queste immagini d’archivio di come era prima il paesaggio e di come, in qualche modo, si è trasformato".
Nei video d’archivio su cui Alessandro Padovani ha lavorato, c’erano gruppi di persone che costruivano questi barch altissimi, alzando il tetto fino a stipare montagne di otto-dieci metri di fieno. Tutte scene che guardiamo che oggi hanno l’effetto straniante di vecchi film muti, o esibizioni come fossero delle messe in scena. "Secondo me è anche questo il punto: la nostra generazione non ha visto di persona quelle cose. È già qualcosa che travalica la memoria diretta, e passa soltanto filtrata dai ricordi di altri".
Oggi che il "mercato" artistico sembra guardare con favore al mondo della provincia, soprattutto per quel che riguarda il cinema, sempre più persone guardano con interesse a paesaggi diversi rispetto a quelli romani: storie, luoghi e parlate finora inascoltati. Un’occasione per soddisfare questa ricerca d’ascolto rivolta al centro piuttosto che all’esterno, ma anche un concreto rischio di deformarne i tratti.

"C’è sempre il rischio che tutto diventi una moda. Ne parlavo anche con Matteo [Lo scrittore bellunese Matteo Melchiorre, n.d.r.]. Per esempio, nel mercato librario la montagna è diventata quasi un genere. La montagna che purificava, la montagna più thriller, però è sempre un genere. Come tutto ciò che entra nel mercato, rischia di svuotarsi e diventare una moda. Adesso, per esempio, con il successo di Città di Pianura, è scoppiata la cosiddetta ‘Veneto Wave’; quindi c’è un interesse nel cercare tutti gli scrittori e i registi che parlano di quello".
"Però, quest’attenzione è anche una sfida a cui non ci si può sottrarre. Questi territori sono stati ignorati per anni, vivendo nella marginalità e perdendo pian piano i loro abitanti. Ora credo possano tornare a raccontarsi, a raccontare le controindicazioni di un sistema così polarizzato sui poli urbani, ad essere un territorio dove chi vi abita possa riconoscersi".












