Salire un ghiacciaio alpino durante un'ondata di calore: "Il ghiaccio si ritirava verso l'alto con violenza, spaccandosi in mille crepe e denti aguzzi, feroce di rabbia come un condottiero costretto alla ritirata"

La morte di un ghiacciaio, al contrario di quanto sembri da valle, è un processo violento, che frantuma, che sfonda, che crepa. Noi che abitiamo il Ventunesimo secolo, viviamo questi mutamenti così grandi in un ristretto lasso di tempo, li tocchiamo con mano e ne siamo turbati. Se poi ci capita di vederli da dentro o da vicino, ci sentiamo minacciati da essi e, forse, in qualche modo, sentiamo finalmente che è anche affare nostro

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Stiamo camminando ormai da un’ora e abbiamo guadagnato almeno 800 metri di dislivello. Finalmente ci siamo: di fronte a noi si apre la Vedretta de la Mare, uno dei più imponenti ghiacciai del gruppo Ortles-Cevedale, nel cuore del Parco dello Stelvio.
Una coltre di neve dal colore torbido, interrotta qui e là da qualche lastrone di ghiaccio scoperto, si distende per centinaia di metri sopra alle nostre teste. In alto, una cresta puntuta sale in direzione nord verso cima Cevedale, a 3767 metri, dove siamo diretti. Proprio lì, su quella linea sommitale, passa il confine tra Trentino e Lombardia.
Forse per l’eccitazione, forse per l’altitudine, ho passato la notte in bianco e ho potuto osservare a lungo il ghiacciaio: dalla camerata del Rifugio Larcher, già molto prima dell’alba, si vedeva nitido il confine tra la terra e il ghiaccio su cui ora ci prepariamo a puntare i ramponi. Da laggiù, il Cevedale aveva l’aria placida e calma, come di un gigante addormentato.

Ci leghiamo in cordata: un otto ripassato sull’anello di servizio e tre nodi a palla sulla corda, nella speranza che possano rallentare un'eventuale caduta; quindi un nodo Prusik come autobloccante se ci fosse bisogno di effettuare manovre di soccorso e un altro per attrezzare l’eventuale sosta. "Sarebbe stato meglio avere una corda più lunga", commenta il mio compagno di cordata mentre indossiamo i ramponi e liberiamo le piccozze dallo zaino. Si parte.
I primi passi su ghiaccio riescono comodi: è mattina presto e la coltre sembra reggere. Il vago segno di una traccia lasciata nei giorni scorsi, però, diventa via via più profondo: segnale che la neve si ammolla. Io sono in testa alla cordata e i passi iniziano a sprofondare, prima fino al ginocchio, poi fino al bacino. La neve è cotta, completamente fradicia. Qualche volta anticipo la caduta e riesco a puntarmi sull’altro piede o sulla piccozza, ma alla lunga i muscoli delle gambe cominciano a dolere.

Il primo accecante sole dell’alba, dopo pochi passi, lascia il posto alle nuvole, che di tanto in tanto ci avvolgono in un’atmosfera più cupa e svelano un manto nevoso tutt’altro che candido. Le pause aumentano di frequenza e con esse il divagare dei pensieri.
Prima di partire, dicevo, ho osservato a lungo il ghiacciaio dalla finestra. Dal mio arrivo al rifugio non ho fatto che gettargli fugacemente delle occhiate, senza però scovarvi mai niente di così funesto, se non forse qualche strano presagio. Certo, la fronte va ritirandosi in maniera evidente: le fotografie storiche appese alle pareti del rifugio non lasciano spazio a dubbi; però sembra tutto sommato un processo lento, lontano da noi e in qualche modo placido.
Ora che ci siamo dentro, invece, questa sensazione si è capovolta. Il ghiacciaio ha qualcosa di diverso, a tratti sinistro. Alla nostra destra, un fronte di ghiaccio che prima inghiottiva uno strapiombo roccioso, ora si ritira verso l’alto con violenza, spaccandosi in mille crepe e denti aguzzi, feroce di rabbia come un condottiero costretto alla ritirata.

Andiamo avanti senza più proferire parola, il respiro si fa sempre più pesante e i passi rallentano il loro ritmo. Qua e là, nelle zone di ghiaccio scoperto, si intravvedono profondi crepacci; e quando accade, la mano scende istintivamente a tastare la tensione della corda.
Volgendo lo sguardo a sud, si scorge il mare di ghiaccio che si apre ai piedi del vicino Monte Rosole. Lì il confine tra ghiaccio e neve è evidente arriva a quote molto alte: ben oltre i 3000 metri la neve si è fusa quasi del tutto, lasciando scoperto l’azzurro del ghiaccio.
Intanto, sul nostro cammino, la neve ancora candida e fresca - ancora poco coinvolta dai processi di metamorfismo - scarseggia. Se ne vede appena una spruzzata nella linea di cresta sommitale, a breve distanza dalla croce. Il resto è tutta neve vecchia, accumulo dell’anno scorso, che non appena inizia a fondere tende a sporcarsi di alghe, sabbie e polveri.

Rientrato in redazione il giorno seguente e raccontando quest’esperienza a Giovanni Baccolo, glaciologo di riferimento per il comitato scientifico de L’Altramontagna, ho scoperto una strana coincidenza. La data che ho scelto per intraprendere questo giro, lunedì 29 giugno, è coincisa con "Glacier loss day" di quest'anno, ossia il giorno in cui i ghiacciai svizzeri hanno perso l’intera riserva di neve e ghiaccio accumulato durante l’inverno, dopo il quale inizieranno a perdere massa.
Questa misurazione, sebbene riguardi la Svizzera (dove v'è presenta la maggior concentrazione di ghiacciai delle Alpi), è un’ottima stima per quel che riguarda l’intero arco alpino. "I ghiacciai alpini - mi ha spiegato Baccolo - hanno già perso tutta la neve che è caduta in questa stagione di accumulo: d’ora in avanti, ogni goccia d’acqua che vediamo uscire dai ghiacciai è acqua a debito, che va ad intaccare la massa di ghiaccio e non solamente quella di neve".
Prima della mia scalata sul Cevedale, però, tutto questo non lo sapevo, e i miei pensieri erano ben lontani dal rigore scientifico offertomi dal collega glaciologo. Si trattava piuttosto di sensazioni, forse alimentate anche dalla fatica.

La cresta è più lunga del previsto e il tragitto fino alla cima costa un grande sforzo: l’aria rarefatta prosciuga in fretta ogni energia e la mente si annebbia leggermente. Impieghiamo oltre un’ora per percorrere circa 200 metri di dislivello. Finalmente, giunti alla croce, ci sediamo ai suoi piedi con estremo sollievo; ci vuole un po’ prima di rialzarci e accorgerci del panorama che si è aperto tutto attorno.
Dal lato opposto a quello da cui siamo venuti, svettano le cime del Gran Zebrù e dell’Ortles: le uniche che superano i 3767 metri del Cevedale. Poco lontano da noi, invece, si alza uno spuntone aguzzo di roccia che sembra un parafulmine: è lo Zufallspitze, la cima secondaria del Cevedale - soltanto 12 metri più bassa -; ma per raggiungerla bisogna attraversare una sella che ci regala almeno altri cento metri di dislivello.
La maggior parte degli alpinisti che raggiungono cima Cevedale, salgono per il verso opposto al nostro, raggiungendo lo Zufallspitze e di lì – tramite la sella – arrivando alla cima; per poi ritornare indietro per la stessa strada. Per questo motivo, questo tratto presenta una traccia ben più marcata, che si distende progressivamente alla vista in una linea di cresta incredibilmente acuta.

Proprio qui si trovano anche i crepacci maggiori. Scendendo, uno di questi nascosto appena dalla neve inghiotte la mia gamba destra. Mi reggo accovacciato sul ginocchio sinistro mentre sento l’altra gamba dondolare nel vuoto sotto la neve. Dopo un attimo di spavento avverto il mio compagno, e distendendomi lentamente riesco a tirar fuori la gamba e a rialzarmi.
L’adrenalina ha come dissolto l’affaticamento e catalizzato la nostra attenzione. La concentrazione è al massimo e sorveglia ogni movimento, allontanando i pensieri. Aggirato lo sperone di roccia che divide le due cime, un passo dopo l’altro arriviamo finalmente allo Zufallspitze. Qui ci sleghiamo e – sganciati i ramponi – ci dirigiamo alla cima, poco sopra.
Da ora in avanti, la discesa dovrebbe essere più serena. Per tornare al rifugio Larcher il sentiero è all’asciutto: senza incrociare quasi mai tratti di ghiaccio o neve, segue in cresta fino ad arrivare al Passo della Forcola, per diverse centinaia di metri di dislivello negativo.

Fino ad oggi, il "Glacier loss day" era caduto così presto soltanto in un’occasione. Nel 2022, l’anno peggiore mai registrato in Svizzera, questo punto era stato raggiunto il 26 di giugno. Alla fine dell’anno, i ghiacciai avevano perso il 6% della massa. Tantissimo.
Oggi, l’andamento della fusione è molto simile a quello registrato nel 2022, e le cause sembrerebbero essere da ricondurre agli spessori del manto nevoso, in parte ai minimi storici nel mese di aprile, alla polvere sahariana di marzo e all’ondata di calore in corso.
Scendendo da queste creste, mi ero girato di tanto in tanto ad osservare il ghiacciaio che avevamo attraversato poco prima e, ogni volta, un pensiero mi attanagliava la mente. Cos’è cambiato rispetto a quando lo osservavo dal Rifugio? Cosa aveva di così diverso e minaccioso una volta visto da vicino?
Di qui, in lontananza, si vede con chiarezza l’espansione di certi crepacci che, come piaghe già molto aperte, mancano ormai della loro "coperta" nevosa. Il ghiaccio nudo apre voragini ampie e profonde. È un’immagine violenta, inconsueta rispetto alle forme morbide della neve che siamo soliti riconoscere nel movimento dei ghiacciai.

Penso alle fotografie d’archivio; penso alle fronti dei ghiacciai sempre più lontane, ma pur sempre familiari; penso alla neve che d’inverno quando cade in città ci fa ben sperare. "Forse è questa la differenza", rifletto tra me e me, "una differenza che trova la sua massima espressione nel vedere il ghiacciaio da lontano e nel vederlo da vicino". La morte di un ghiacciaio, al contrario di quanto sembri da valle, è un processo violento, che frantuma, che sfonda, che crepa: qualcosa di radicalmente incomparabile alla durata della vita umana, a cui non dovremmo essere esposti perché non riusciamo a comprenderlo.
Eppure, noi che abitiamo il Ventunesimo secolo, viviamo questi mutamenti così grandi in un ristretto lasso di tempo, li tocchiamo con mano e ne siamo turbati. Se poi ci capita di vederli da dentro o da vicino, ci sentiamo minacciati da essi, sentiamo tutta la violenza nascosta in simili eventi, e, forse, in qualche modo, sentiamo finalmente che è affare nostro. Un affare non è più rimandabile.













