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Storie | 23 giugno 2026 | 06:00

Nei Pirenei, i cani da guardiania sono in aumento perché funzionano. Dopo la reintroduzione dell'orso, svolgono un mestiere antico in un mondo nuovo, fatto anche di turismo di massa dalle città

L'associazione francese "La Pastorale Pyrénéenne" supporta gli allevatori nella selezione e nell'addestramento dei cani da guardiania. Segue le linee di discendenza e cerca di rafforzare un'antica razza di cani da protezione, il cane da montagna dei Pirenei. Ma nel mondo post-pandemico, l'aumento del turismo di massa, spesso inconsapevole del funzionamento del pastoralismo, genera nuove difficoltà

scritto da Carlo Berti

Il cane da montagna dei Pirenei – di taglia grande, con pelo lungo e bianco, talvolta con macchie grigie o color sabbia, di origine probabilmente orientale – per secoli ha protetto il bestiame sulla catena montuosa tra la Francia e la Spagna. Ma da quando orsi e lupi erano praticamente scomparsi dai Pirenei, questo cane era sparito dagli alpeggi, diventando principalmente un animale da compagnia.

 

Solo con la reintroduzione dell’orso a partire dagli anni Novanta e con il ritorno dei lupi (che nei Pirenei, tuttavia, non hanno ancora formato branchi stabili e non si sono ancora diffusi ampiamente), il cane da montagna dei Pirenei ha ricominciato a essere un attore cruciale del pastoralismo estensivo. E il "ritorno" nei pascoli di questo possente animale da protezione porta con sé non soltanto un aspetto della "tradizione" di cui forse molti allevatori e pastori avrebbero volentieri fatto a meno, ma anche una serie di complessità, problematiche e costi legati al volto moderno della montagna.

 

Già Vanesa Freixa, pastora e documentarista catalana, ci aveva parlato della necessità di bilanciare i vantaggi e i rischi che si accompagnano alla presenza di questi cani. Se da un lato sono di grande aiuto nella protezione delle greggi, dall’altro la loro presenza può risultare spiacevole o, in rari casi, persino pericolosa per chi frequenta la montagna non per lavoro, ma per passatempo, turismo o sport. Da questo deriva, secondo Freixa, non solo il bisogno di selezionare e seguire questi cani con il supporto di professionisti, ma anche la necessità di apertura di tutti gli attori coinvolti a modificare le proprie pratiche per convivere nel migliore dei modi con questa "nuova" presenza. Di qui, l’importanza di una comunicazione adeguata sui comportamenti da tenere di fronte ai cani da guardiania e la centralità della presenza istituzionale nel supportare (dal punto di vista economico e tecnico) pastori e allevatori.

 

La Pastorale Pyrénéenne, associazione di cui ci siamo già occupati recentemente, ha accolto questa sfida dedicandosi a due tipi di attività cruciali. Da un lato, svolgendo attività di comunicazione e sensibilizzazione per favorire l’accettazione dei cani da guardiania presso il pubblico fruitore della montagna, con diffusione di informazioni, incontri a livello locale, attività di animazione. Dall’altro, affiancando gli allevatori nella scelta e nell'addestramento dei cani da protezione, fornendo assistenza tecnica per tutta la durata della carriera del cane. La stessa associazione si occupa inoltre di monitorare le linee di sangue dei cani da montagna dei Pirenei, per evitare la consanguineità e migliorare la qualità genetica dei cani. Nel 2025, con una squadra di 8 tecnici e una coordinatrice, sono stati monitorati 1070 cani e assistiti 577 allevatori, un trend in crescita ormai da diversi anni.

 

Anne-Laure Andreu, direttrice dell’associazione, ci aiuta a capire meglio il ruolo di questi cani nel pastoralismo estensivo e la situazione attuale nei Pirenei francesi. "I cani da protezione che seguiamo - spiega - nascono nelle stalle e restano sempre con il gregge. La loro famiglia è il gregge. Quando individuano un intruso, reagiscono in modo graduale a seconda della minaccia. In un primo momento danno l'allarme: abbaiano per segnalare che ci hanno individuato e per manifestare la loro presenza. È un modo per dirci ‘attenzione, sono qui con il mio gregge’. In seconda istanza, si interpongono tra il gregge e l’intruso: si avvicineranno per identificarci e capire se rappresentiamo una minaccia. Possono avvicinarsi di più o di meno, abbaiando. Se ciò non basta e l'intruso continua ad avanzare verso il gregge, il cane può cercare di fermarlo (mordendolo, pizzicandolo, inseguendolo...). Ecco perché bisogna mantenere la calma, fermarsi e lasciarsi identificare. Altrimenti, il cane potrebbe considerarci una minaccia per il suo gregge. Ma il più delle volte, se adattiamo il nostro comportamento, tutto va per il meglio". Andreu aggiunge che, in una situazione normale, il cane è consapevole che il padrone lo supera nella gerarchia: il pastore potrà dunque toccarlo e maneggiarlo e, quando è presente, il cane non dovrebbe trovarsi in modalità di protezione.

"Di fronte ai predatori - aggiunge Andreu - il cane si comporterà come con qualsiasi intruso. Ma essi rappresentano una minaccia reale, quindi il cane avrà una reazione più forte. Tuttavia, se la minaccia è percepita come troppo forte, l’istinto di sopravvivenza può far fuggire il cane: da qui l’importanza di disporre di branchi di cani in determinati contesti".

 

La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è: ma quanti cani servono? La risposta, prevedibilmente, è che dipende. Dipende innanzitutto dalla dimensione del gregge e da quanto esso pascola disperso su aree più o meno ampie. Dipende anche da quanti attacchi si subiscono e, nel caso dell’orso, persino dal carattere del plantigrado. Ci sono infatti orsi che fuggono appena sentono abbaiare, costituendo quindi un rischio minore rispetto a orsi più aggressivi. Infine, dipende dalla presenza o meno del pastore. La media nei Pirenei, comunque, è di poco meno di due cani per allevatore, mentre in alpeggio la media è di 2,59 cani (per gli allevatori seguiti dall’associazione).

 

Nelle zone dei Pirenei a rischio di predazione, i cani sono sovvenzionati sia per l’acquisto che per il mantenimento. Andreu racconta che "quando un allevatore desidera dotarsi di un cane da guardiania, ci rechiamo presso la sua sede per effettuare una valutazione preliminare, al fine di comprendere appieno le sue esigenze, il suo sistema, la configurazione dell’azienda agricola (e dell’alpeggio, se necessario). Successivamente, combiniamo le richieste con i cuccioli disponibili per selezionare il cane che meglio si adatta all'allevatore. Da quel momento in poi, provvediamo al collocamento del cane presso il suo nuovo allevatore e al monitoraggio del cane durante tutta la sua carriera. Ogni volta, forniamo all’allevatore consigli sull'addestramento e ci assicuriamo che tutto proceda per il meglio".

 

Il buon esito dell’uso di cani da guardiania dipende anche dalla professionalità e dalla cura nell’allevamento. "Per fornire cuccioli di qualità", dice Andreu, "collaboriamo con la nostra rete di allevatori-produttori. I nostri tecnici seguono le cucciolate per assicurarsi che i cuccioli si sviluppino bene. Effettuano anche test caratteriali e ne valutano le caratteristiche morfologiche (anche rispetto allo standard di razza). Questo ci permette di selezionare i cuccioli più adatti al contesto e alle esigenze dell'allevatore acquirente". Il lavoro prosegue anche nel tentativo di migliorare la qualità genetica della razza. "Quando abbiamo due riproduttori che riteniamo interessanti, possiamo anche proporre accoppiamenti. Nel nostro lavoro di selezione, ci assicuriamo inoltre che vi sia un ricambio genetico in tutti i Pirenei. A volte seguiamo le linee di discendenza dei cani per diverse generazioni per evitare la consanguineità. Raccomandiamo inoltre la sterilizzazione di alcuni individui che presentano caratteristiche morfologiche o comportamentali poco o per nulla adatte", conclude Andreu. A completamento, l’associazione aiuta gli allevatori a iscrivere gli esemplari che corrispondono alla razza del cane da montagna dei Pirenei al Livre des Origines Français (il registro ufficiale dei cani di razza francesi), tramite una partnership con un esaminatore della Société Centrale Canine (ente che gestisce le razze in Francia).

 

Andreu racconta che in alcuni casi (una manciata, fino ad ora) sono stati persino in grado di fornire cani da guardiania adulti in situazioni emergenziali. L’operazione di spostare un cane adulto in un territorio non noto o con un gregge sconosciuto non è facile, ma è possibile. È capitato in casi in cui le predazioni sono state improvvise e inaspettate, e i cani forniti sono generalmente quelli che, per svariati motivi, non sono stati portati in alpeggio dai loro pastori.

 

Ma al di là del costo economico (temperato dalle sovvenzioni statali) e delle difficoltà di gestione (moderate dalla rete di supporto che abbiamo descritto), resta la questione dei conflitti con il variegato mondo del turismo (oppure del vicinato che non vive e lavora permanentemente in montagna, ma che abita in zona per un periodo dell’anno). Il fatto è che i cani stanno aumentando, semplicemente perché funzionano; ma anche i turisti sono in aumento. Andreu nota che in seguito alla pandemia di COVID-19, il turismo in montagna ha cambiato volto: è aumentato l’escursionismo e ci sono molte persone in mountain bike o bici elettriche, ma non è solo questione di quantità. Il profilo del turista è cambiato, con maggiore presenza di persone provenienti da contesti urbani che non conoscono bene né la montagna né il pastoralismo. Si registrano atti di inciviltà e un atteggiamento diffuso di utilizzo della montagna come "spazio di libertà". Questo genera frizioni con il mondo pastorale. "A livello nazionale", sottolinea Andreu, "non esiste una vera e propria politica su queste questioni. A livello locale, dipende. Alcuni cercheranno di far coesistere le due attività, altri tenderanno piuttosto a schierarsi a favore dell'una o dell'altra".

 

In ogni caso, la presenza massiccia di un turismo poco abituato a interagire col mondo pastorale si aggiunge a tutto il resto. Gli incidenti, sottolinea Andreu, sono pochi, ma molto mediatizzati. I cani da guardiania sono grossi e fanno paura: del resto, è il loro lavoro. Spesso i turisti interpretano come aggressivo anche il cane che si avvicina abbaiando. Per ogni singolo caso, bisogna capire se il problema è il cane o il turista, dunque l’associazione fa un sopralluogo per valutare. A volte si tenta di organizzare incontri pubblici, soprattutto per diffondere informazioni e stemperare la tensione tra il mondo pastorale e gli altri abitanti del luogo. Altre volte capita che la gente sporga denuncia alle autorità. In questi casi, l’associazione stende un rapporto per l’allevatore, che possa eventualmente supportare la sua difesa. Per cani da lavoro come quelli da guardiania, infatti, un’eccezione giuridica consente di lasciarli "incustoditi" (ovvero fuori dalla propria vista), ma l’allevatore dovrà dimostrare di avere educato bene il proprio cane.

 

La reintroduzione dell’orso, dunque, ha determinato anche il ritorno dei cani da guardiania, che aiutano a proteggere le greggi dalle predazioni. Come spesso accade nei sistemi complessi, però, la soluzione a un problema può generarne altri. Innanzitutto, i cani da guardiania non sono una panacea infallibile: il loro ruolo è facilitato dalle recinzioni elettrificate per la notte, per esempio, e comunque la loro efficacia non è totale e gli indennizzi per eventuali predazioni restano una necessità. La presenza di questi animali da protezione, poi, costringe gli altri frequentatori della montagna a fare i conti con una convivenza che pone dei limiti alla propria agognata "libertà" e che, in determinati casi, comporta anche dei rischi. Di fronte a questa situazione inedita, con un parallelo aumento di grandi carnivori, cani da guardiania e turisti, abbiamo visto come si rendano necessari l’impegno e la collaborazione di istituzioni, reti di supporto locali, allevatori, pastori e frequentatori della montagna. Dal rafforzamento di questa collaborazione passano la riduzione del conflitto e il miglioramento della convivenza tra lavoratori del mondo pastorale (cani inclusi), fauna selvatica e fruitori delle terre alte.

la rubrica
Orsi e persone: storie di convivenza dal mondo

La rubrica si pone l'obiettivo di proporre ai lettori di L'Altramontagna - e più in generale alle comunità locali - storie di convivenza da aree geograficamente e culturalmente variegate. Senza particolari intenti didattici o comparativi, l'intento principale è quello di ampliare lo sguardo su un tema di rilevanza centrale per le aree interne, portando esempi dal mondo che offrano una varietà di prospettive sulle complessità della convivenza, le soluzioni adottabili e l'evolversi dei rapporti tra orsi e comunità tra tradizioni locali, culture indigene e contesti moderni.

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