Come viveva la vecchiaia Walter Bonatti, uomo di avventura che ha usato il suo corpo come mezzo attivo, per realizzare sé stesso e arricchire la sua ricerca intellettuale?

"Forse ho avuto successo solo perché parlavo di cose umane e la gente è rimasta molto sensibile a questa mia esperienza e si è identificata in me". A quindici anni esatti dalla scomparsa di Walter Bonatti, ripercorriamo alcuni aspetti (alcuni poco conosciuti) del suo pensiero, attraverso alcuni passaggi di un'intervista uscita nel 1996 su Alp

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Non ho mai voluto essere un divulgatore di alpinismo. Forse ho avuto successo solo perché parlavo di cose umane e la gente è rimasta molto sensibile a questa mia esperienza e si è identificata in me".
Con queste precise parole Walter Bonatti esplicita l’intrinseco rapporto tra alpinismo ed esistenza umana, tra racconto e identificazione. A quindici anni esatti dalla sua scomparsa ci si pone davanti una domanda fondamentale: che cosa significa fare alpinismo? E cosa significa fare alpinismo per Walter Bonatti?
"Fare l’alpinismo per me è stato un modo per vivere e migliorarsi: l’importante è che rimanga questa ricerca. Questo messaggio".
Restare su questa domanda, indagarne non solo il centro ma anche i margini, gli ambiti laterali che essa lambisce, ci permette di allargare gli orizzonti di questa pratica, non fermandosi alla settorialità ma aprendo nuovi scenari e arricchendola di significati.
Perché in fondo che cos’è l’alpinismo se non una scelta, non una di quelle che si esaurisce in un sì e in un no istantaneo, tantomeno una scelta che oscilla in posizioni sempre diverse, come una foglia secca sospinta da ogni singolo alito di vento. La scelta che l’alpinismo comporta assomiglia piuttosto al moto ondoso: esse seguono, infatti, il ritmo delle maree, alle volte si affievoliscono, altre volte si innalzano, a momenti di quiete, seguono tempi di fragore, ma una cosa è certa: sempre e imperterrite continuano a infrangersi sulla battigia.
L’alpinismo costringe a scegliere, la forza per elevarsi nasce da una scelta, e di conseguenza costringe a prestare attenzione ai come e ai perché: come affrontare quella via, come risolvere quel passaggio problematico, porsi il proprio perché che spinge a un determinato obbiettivo. Allo stesso tempo non vincola, anzi rende liberi perché lascia spazio a ognuno di rispondere a quelle domande, e di declinare in maniera personale la scelta che l’alpinismo è.
Forse proprio per questi motivi leggere di alpinismo e di alpinisti non solo porta il piacere che solo sa dare l’approfondire una passione, ma allarga l’orizzonte andando aldilà della settorialità, aprendo squarci sulla contemporaneità. Leggere Walter Bonatti, a quindici anni esatti dalla sua scomparsa restituisce questo effetto.
"Nel ’64 avevo deciso di smettere con l’alpinismo estremo. Avevo capito che volevo rimanere coerente con i miei principi, quelli di un alpinismo pulito, non mi rimaneva altra scelta che abbandonare. I limiti che avevo raggiunto erano tali che se avessi continuato non avrei potuto che ripetermi, e visto che secondo me l’importante è aggiungere novità alla propria vita, avevo deciso di tradurre l’avventura in una forma diversa: la forma dell’esplorazione".
Le sue parole, ieri come oggi, lasciano sempre grandi suggestioni e spunti per interpretare la quotidianità.
Nel settembre del 1996 esce su Alp un’intervista a Walter Bonatti realizzata da Marco Albino Ferrari. Grazie all’alternarsi di acute domande e risposte intrise di saggezza, a partire dall’alpinismo e da esperienze personali di Bonatti, l’intervista si addentra in temi fondamentali dell’esistenza umana: la vecchiaia, il gusto per l’avventura, il rapporto tra regole e principi. Ripercorriamone i passaggi più salienti.
- Tu hai sempre sostenuto l’idea di riconoscere delle regole in alpinismo. Cosa intendi per “regole”?
Accettare le regole significa lealtà. L’alpinismo era per me prima di tutto un gioco e, come tu sai, ogni gioco ha delle regole, non che debbano essere imposte, ma se si decide di stare a quel gioco si accetta di assumere quelle regole basate sui principi del sentimento, sui principi umani. […] Alla fine, un alpinista deve essere prima di tutti un uomo ed essendo uomo non può prescindere dai suoi principi. Io la parola regola la dico sempre tra virgolette. Niente è regolato, codificato, siamo noi stessi a farci le nostre regole proprio per avere dei riferimenti.
- Tu hai detto: “le montagne sarebbero degli ammassi di pietra se non ci fosse l’uomo a dargli vita”. Ma adesso che l’alpinismo è finito almeno nei suoi valori tradizionali (come tu dici) come si fa a “mantenere in vita le montagne”?
Fino a quando non si esaurirà la curiosità continuerà ad esistere l’avventura, continuerà ad esistere potenzialmente l’alpinismo e la sua storia. […]
- Se è preconfezionata, allora “l’avventura di oggi” mortifica l’immaginazione. Ma quanta importanza ha avuto per te l’aspetto contemplativo nell’avventura?
Moltissimo: io metterei al primo posto la curiosità. La curiosità secondo me è la molla che ha fatto diventare la scimmia, uomo. Io dico sempre che la scimmia è scesa dall’albero per curiosità. Se poi, insieme alla curiosità, ci metti la fantasia e il sogno e l’immaginazione: ecco l’alfa di quello che diventerà l’uomo.
- E la vecchiaia? Per te Bonatti, uomo di avventura che ha usato il suo corpo come mezzo attivo, come medium diretto per realizzare sé stesso e arricchire la sua ricerca intellettuale, la vecchiaia che valore ha?
Io non vedo la vecchiaia come un fatto sminuente, per me la vecchiaia rappresenta una crescita. Attraverso le esperienze della montagna mi sono arricchito e sarebbe patetico e stupido pretendere oggi di vivere da ventenne. La vita la identifico come una scala di infiniti gradini […]. Oggi, anche se è meno visibile, io continuo a salire la mia scala.












