Cosa significa insegnare in una scuola che non arriva a 10 studenti? Un professore ci racconta la sua esperienza: "Negli anni sono riuscito a fare delle cose che, in una classe di venti alunni, non sarei riuscito a fare"

"Quando chiude una scuola, il paese ne risente enormemente. Non possiamo permetterci di perdere i poli scolastici minori". A raccontare la sua esperienza a L'Altramontagna è Andrea Desint, che quest'anno insegna italiano a due classi in un paese della Carnia: una "pluriclasse" di prima e seconda e una terza a sé: sette studenti in tutto. Nonostante la distanza da casa e le difficoltà di questo sistema, Desint ha scelto attivamente di lavorare in una scuola così piccola e crede nella validità di questo approccio didattico

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
In questi giorni i giovani di tutta Italia stanno tornando tra i banchi di scuola. Non per tutti, però, l'esperienza è la stessa: c'è chi in aula ritrova 25-30 compagni e chi invece ne incontra soltanto tre o quattro. Non solo. In molti contesti, capita che alcuni studenti di prima elementare – per esempio – si trovino in classe con ragazzi di terza o quarta: sono le cosiddette "pluriclassi" e servono a raggiungere un numero minimo di studenti per tenere vivo il servizio scolastico.
È questa una realtà che interessa molte aree interne della penisola, da nord a sud e nelle isole, specialmente nei territori a carattere montano. Tale caratteristica - più socio-economica che geografica - coincide spesso con un drastico spopolamento e con lunghi inverni demografici, che svuotano le piazze e - soprattutto - i banchi di scuola.
Allora, ci siamo chiesti: cosa significa tornare in classe in una scuola che non arriva a una decina di studenti? Uno sguardo da "dietro" la cattedra, a pochi giorni dall'inizio delle lezioni, ci è offerto da un giovane insegnante della Carnia.
Andrea Disint insegna italiano, storia e geografia alle scuole medie, o - per meglio dire - alle scuole secondarie di primo grado di Forni Avoltri, un piccolo comune di circa 500 abitanti, in Friuli.
A Forni la scuola è iniziata questo lunedì, 14 settembre, e ad Andrea hanno affidato due classi: una "pluriclasse" che unisce prima e seconda media, e una terza. Al primo anno è iscritta un'unica alunna, mentre al secondo ci sono tre giovani studenti. L'altra classe invece è una terza da sola, con tre alunni.
"Alla scuola secondaria – ci spiega l'insegnante – hanno sempre cercato di evitare l'idea di avere una pluriclasse multipla dalla prima alla terza. Alla primaria, invece, situazioni di questo tipo sono più comuni. Capita che una prima fosse insieme a una terza e a una quarta: così diventa più difficile perché ci sono bambini molto piccoli insieme a quelli che ormai sono quasi dei ragazzini".
Andrea vive a più di un'ora di macchina da Forni Avoltri, dove lavora da più di vent'anni. Quella di insegnare in una scuola di queste dimensioni è stata una decisione che ha cercato consapevolmente. "Apprezzo molto un ambiente in cui gli alunni non sono tanti: questa cosa ti permette di mettere in campo una didattica diversa. Negli anni sono riuscito a fare delle cose che, in una classe di venti alunni, non sarei riuscito a fare. Quindi quella di lavorare in un posto più piccolo è una scelta, anche con le pluriclassi".
Quando Andrea Disint è arrivato, la situazione era più o meno analoga a quella di oggi e i numeri promettevano veramente poco. Nel 2002, per esempio, non c'era la classe terza perché non c'era nessuno nato nell'anno corrispondente per frequentarla. Quindi c'era un'unica classe: prima e seconda insieme. L'anno scorso, 2024-25, è successa la stessa cosa.
La situazione numerica degli alunni è oscillata nel tempo, ma in generale pare esserci stato un decremento: "I numeri - spiega l'insegnante con un certo allarme - si stanno assottigliando". In effetti, il fenomeno delle pluriclassi comincia a comparire anche in altri paesi. Negli scorsi anni, la pluriclasse è entrata per la prima volta anche alla primaria di Ovaro, un paese molto più grande di Forni, e così è accaduto di recente anche a Sappada. C'è da temere che presto arriverà anche alle medie.
Ma come si gestisce una pluriclasse? Negli anni, l'approccio di Disint è molto cambiato. Ai suoi esordi, all'inizio degli anni Duemila, divideva l'aula in due: pur di mantenere a ciascuno il proprio programma, preparava due lezioni diverse, una per la prima e una per la seconda, che prevedevano, per metà, la lezione con il professore, e per l'altra metà, attività da svolgere in autonomia.
"Immaginate un'aula divisa in due, con i banchi sulla destra e sulla sinistra. Io passavo la prima mezz'ora con la prima, mentre la seconda magari faceva degli esercizi o disegnava autonomamente. A metà dell'ora mi spostavo e andavo dal gruppo che non avevo seguito fino a quel momento, facendo una lezione specifica per quella classe".
Questo metodo, però, oltre ad essere estremamente complesso per il professore, non sembrava funzionare granché bene. "Non sempre gli alunni lasciati autonomi riescono a lavorare da soli: hanno bisogno di aiuto, ti chiamano mille volte, come è giusto che facciano. E poi si creava una grande confusione. Mi capitava, per esempio, durante le verifiche, che un alunno di seconda mi indicasse la causa di una guerra di storia, ma non era la guerra che aveva studiato lui: era quella che mi aveva sentito raccontare all'altra metà del gruppo. Era una risposta giusta, ma nel posto sbagliato. Si creavano queste invasioni di campo e si perdeva un sacco di tempo".
Da allora, Disint ha cambiato piano d'azione, e ha deciso di portare avanti un programma comune ad entrambe le classi. "Sono consapevole che dovrò talvolta dovrò anticipare alcuni argomenti che in genere si fanno l'anno dopo e altri magari faranno argomenti pensati per ragazzi più piccoli. Però, lavorando sulla stessa cosa, si lavora meglio, si interagisce di più e l'insegnante è al cento per cento con la classe".
Questo metodo certo non può valere in assoluto: si pensi ad una lezione di lingua o di matematica, dove le conoscenze devono essere costruite consequenzialmente una dopo l'altra, allora diventa molto più difficile lavorare con i due gruppi insieme. A Forni, però, almeno per italiano, arte, ma anche per scienze ed altre materie, questo metodo sembra funzionare. Il segreto è uno: l'adattabilità.
"È sicuramente un meccanismo dinamico e impegnativo e comporta difficoltà burocratiche in più: nei registri le due classi rimangono due entità separate". Ad ogni modo, la pluriclasse così impostata - secondo l'insegnante - non avrebbe penalizzato in nessun modo l'esperienza egli studenti rispetto ai colleghi di fondovalle, dove le classi sono ancora piene. "Negli anni ho visto alunni andare all'università e avere ottimi risultati. Chi era bravo è andato avanti, chi invece aveva delle difficoltà magari le ha mantenute: però non è stata colpa della pluriclasse".
La pluriclasse ha certo il limite di offrire meno occasioni di scambio con i propri pari, che sono in genere sempre gli stessi. Nei paesi, però, la vita sociale dei ragazzi non si esaurisce nella scuola: ci sono squadre sportive, sci, allenamenti, bande e altre attività. "È un contesto complessivo che, secondo me, rende praticabile la pluriclasse. Vedere solo tre bambini sarebbe effettivamente poco, ma avere 22 ragazzi costretti a stare seduti e fermi può essere altrettanto nocivo dal punto di vista didattico".
L'insegnante friulano ha le idee molto chiare: le pluriclassi rimangono ad oggi una via necessaria per affrontare la crisi demografica di certi territori. "Quando chiude la scuola media o la scuola primaria, il paese ne risente enormemente. Non possiamo permetterci di perdere i poli scolastici minori. Molte persone - che spesso già lavorano altrove - preferiscono trasferirsi altrove piuttosto che far salire i propri figli su un pullman per andare a scuola a venti chilometri di distanza ogni mattina. Così, pian piano, finisce che se ne vanno tutti".
Bisogna agire dunque, anche sul piano istituzionale, per far sì che questo non accada. "Si potrebbero organizzare le cose diversamente - ipotizza Desint - creando dei poli congiunti, ma mantenendo le scuole più piccole nei paesi, invece di accentrare tutto in un unico posto con numeri simili a quelli della città".
In questa direzione ha avuto un ruolo anche il lavoro del progetto Piccole scuole dell'Indire (Istituto Nazionale di documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), che mette in rete le piccole scuole di montagna e di altri territori italiani. "Partecipando alle loro attività ho scoperto che le pluriclassi non sono una realtà solo alpina, ma sono presenti anche sull'Appennino, nelle isole e in molte altre zone d'Italia".
"La mia scuola è stata gemellata con quella di Marettimo, nelle Isole Egadi: i ragazzi si collegavano online, si raccontavano le proprie esperienze e facevano attività insieme. Una volta, dopo che gli abbiamo mostrato i cervi che avevamo osservato in un'escursione con i forestali, loro hanno mostrato a noi i delfini che avevano visto in gita. Sono esperienze che permettono di superare, almeno in parte, i limiti della piccola scuola".
Insomma, se alcune strutture lavorano per accorpare e tagliare, ci sono anche realtà del Ministero che investono per sostenere queste scuole, offrendo formazione e materiali soprattutto agli insegnanti che si trovano ad affrontare per la prima volta una pluriclasse. Lo stesso Desint, con l'esperienza maturata, ha prodotto materiali che sono stati messi a disposizione a questo scopo.
Questa linea, ad oggi, sembra la migliore che abbiamo a disposizione, forse l'unica: creare rete. Una rete di contatto che intercetti in maniera capillare le aree interne del Paese, per consentire ai giovani l'accesso allo studio e a pari opportunità. Se vogliamo garantire un futuro a questi territori, la scuola è il punto da cui partire.












