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Attualità | 18 settembre 2026 | 15:30

Ferito dal cervo per un selfie: ora è fuori pericolo. Il Parco: "Esistono dei limiti: avvicinarsi a un esemplare maschio durante il periodo degli amori è pericoloso, anche quando appare tranquillo"

Dopo i ripetuti casi in cui turisti ed escursionisti sono stati caricati per essersi avvicinati troppo agli ungulati, per scattare foto o nutrire l'animale, il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise ha diffuso un comunicato per sensibilizzare su questo tema. "Una fotografia, per quanto bella, non potrà mai raccontare da sola la complessità di un animale selvatico o di un ecosistema. E non dimostrerà mai quanto amiamo la natura. Le nostre azioni, invece, sì"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Giovedì 17 settembre, a Villetta Barrea, un turista di 57 anni è stato caricato da un cervo mentre tentava di avvicinarglisi per scattare un selfie. Colpito all'addome e prontamente soccorso, il turista è stato elitrasportato all'ospedale de L'Aquila. Ora è fuori pericolo.

 

Purtroppo, non è la prima volta che succedono episodi analoghi. Solo nelle ultime settimane, sempre nel territorio del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, è almeno il quarto. Si è trattato sempre di turisti ed escursionisti che - per dar da mangiare, accarezzare o scattare foto - si sono avvicinati troppo agli ungulati, suscitando la loro reazione. 

 

Già a seguito degli episodi avvenuti a Scanno, sempre in Abruzzo, il Comune aveva emanato un'ordinanza, richiamando i corretti comportamenti da adottare in presenza della fauna selvatica e ribadendo l'assoluto divieto di avvicinarsi agli animali. Con lo stesso spirito, l'ente Parco ha diffuso un comunicato con intendo riflessivo e informativo, nella speranza di promuovere una maggiore consapevolezza nel nostro modo di rapportarci all'ambiente naturale.

 

Il comunicato del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise

 

Sarebbe troppo semplice iniziare con "l'abbiamo detto tante volte" e sentirsi, per questo, tranquilli. Non è così. Perché gli episodi degli ultimi due giorni sono stati molto gravi e hanno lasciato, insieme alla preoccupazione per la salute delle persone, un forte senso di frustrazione.

 

Ma andiamo per ordine.

 

Il 16 settembre, a Villetta Barrea, un fotografo francese è stato attaccato da un cervo e ha riportato una ferita che ha richiesto il trasporto in ospedale e diversi punti di sutura. Ieri, invece, un fotografo, mentre cercava di fotografare i cervi, è stato attaccato da un maschio e ha riportato una ferita molto grave all'inguine, tanto da rendere necessario il trasporto in elisoccorso all'ospedale dell'Aquila. Abbiamo aspettato questa mattina per accertarci che il fotografo, ricoverato all'Aquila fosse fuori pericolo. Resta comunque in ospedale, perché necessita ancora di osservazione e cure.

 

Già ad agosto avevamo raccontato quanto accaduto a Scanno. E allora la domanda sorge spontanea: "A cosa servono l'informazione e la comunicazione se, dopo pochi giorni, tutto viene dimenticato e continuano a verificarsi comportamenti di avvicinamento agli animali selvatici, sempre più frequenti?"

 

Come si fa a far comprendere davvero che questo territorio così particolare, nel quale è ancora possibile osservare la fauna selvatica nel proprio ambiente naturale, non è uno zoo?

E soprattutto, come facciamo a ricordarci che quando ci troviamo davanti a un cervo, un lupo, un orso o qualsiasi altro animale selvatico, siamo davanti a un individuo che non è lì per noi? Mentre decidiamo di fotografarlo, osservarlo o avvicinarci, quell'animale sta facendo qualcosa che per lui è molto più importante della nostra presenza. Noi possiamo diventare un ostacolo, una fonte di stress, un disturbo o, in determinate circostanze, una minaccia.

 

Le persone coinvolte negli episodi di questi giorni possono aver sottovalutato, o forse non conosciuto, cosa significhi per un cervo maschio il periodo degli amori e quanto possa diminuire, in questa fase, la sua tolleranza alla presenza e alla vicinanza delle persone. Anche quando l'animale appare tranquillo.

 

Forse il problema più grande è proprio questo: noi, che pure siamo animali, abbiamo perso la capacità di leggere gli altri esseri viventi e di riconoscere che esistono limiti a quello che si può fare.

 

Pretendiamo che tutto sia a nostra disposizione. Vogliamo che gli animali selvatici restino lontani quando la loro presenza ci crea problemi, ma nello stesso tempo vogliamo poterci avvicinare quando ci emozionano, fotografarli nei momenti più intimi o delicati della loro vita e trovarli lì, sempre disponibili per noi.

 

Anche quando facciamo escursioni, troppo spesso, continuiamo a comportarci come se fossimo comunque i padroni di casa e loro sempre ospiti, graditi o sgraditi a seconda delle situazioni.

Chissà se, a parti invertite, noi lo sopporteremmo presi come siamo dal ribadire continuamente l'importanza della nostra libertà individuale e della nostra privacy?

 

Siamo arrivati a un paradosso: i Guardiaparco vengono criticati persino quando fanno sorveglianza proprio per evitare che gli animali selvatici vengano disturbati in momenti delicati. Come se mettere una distanza, chiedere di arretrare o impedire un avvicinamento fosse un abuso, invece che un atto di responsabilità verso gli animali e verso le persone.

 

Queste premesse, purtroppo, non aiutano certo la costruzione della coesistenza né di un rapporto migliore con la natura.

 

La giusta distanza e il senso del limite, lo ripetiamo da anni, sono tra le forme più concrete di rispetto e amore che possiamo mettere in pratica.

 

Una fotografia, per quanto bella, non potrà mai raccontare da sola la complessità di un animale selvatico o di un ecosistema. E non dimostrerà mai quanto amiamo la natura.

Le nostre azioni, invece, sì.

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