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Attualità | 12 settembre 2026 | 18:00

Cosa può essere chiamato rifugio? Il Cai: "Riflettiamo sulla definizione, ma è complicato a livello normativo, ed è sempre facile criticare il legislatore"

"È etico che le sezioni del Cai chiedano canoni alti per l'affitto un rifugio? Non è illegale o contro i regolamenti, segue il mercato. Il rischio è che il gestore prediliga l'aspetto economico". Una chiacchierata con Antonio Montani, presidente generale del Club Alpino Italiano, per riflettere sul futuro delle strutture ricettive di montagna: tra tariffe, affitti, marchi di autenticità, classificazioni, ed emergenza idrica

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Bisognerebbe capire bene quali sono le caratteristiche che rendono un rifugio tale. Lo stesso nome 'rifugio' lo si ritrova in contesti molto diversi. Abbiamo un'eterogeneità di strutture e tipologie che hanno il nome rifugio e questo nasce da un problema di tipo legislativo".

 

Così aveva affermato Mario Fiorentini, storico gestore del rifugio Città di Fiume, in un'intervista a L'Altramontagna della settimana scorsa. Una riflessione che evidenzia in maniera chiara la situazione attuale: dietro lo stesso termine "rifugio" si trova una grandissima varietà di strutture e di contesti montani. Questo comporta inevitabilmente confusione, soprattutto per i non addetti ai lavori, generando da una parte aspettative, spesso irrealizzabili, in chi usufruisce dei servizi, e dall'altra parte difficoltà nuove per chi questi servizi li offre.

 

La riflessione di Mario Fiorentini inoltre, propone dei quesiti aperti: che cosa si intende con il termine "rifugio"? Quali sono le caratteristiche che lo rendono tale? I continui fatti di cronaca che hanno interessato i rifugi nelle ultime estati, sembrano rendere sempre più urgente la necessità di risposte.

 

A partire da questo quadro, noi de L'Altramontagna abbiamo ritenuto opportuno esplicitare queste domande ad Antonio Montani, presidente generale del Club Alpino Italiano.

 

 

Lei all'evento organizzato da Casacomune e CAI di circa un anno fa (fine agosto del 2025) aveva affermato che il CAI dovrebbe pensare a una revisione delle strutture sue (rifugi e bivacchi) che non si possono definire tali. Lo pensa ancora?

 

È ora che il Cai abbia il coraggio di fare una revisione. Una revisione il Cai ancora non l'ha fatta, ma ha fatto diverse riflessioni, quindi è in atto un processo. I rifugi Cai, con l'eccezione di due rifugi, sono tutti di proprietà delle sezioni. L'associazione vive questa doppia natura: da un lato c'è il Cai ente pubblico, che attraverso una piramide democratica va a eleggere i propri vertici, i quali danno degli indirizzi e poi abbiamo il corpo sociale che si riunisce in sezioni che sono strutture di carattere privato. Andare a fare una modifica di quello che è tutto l'ordinamento del Cai non è una cosa veloce. Però io confermo che sempre di più si sente la necessità di fare una revisione su quella che è la definizione di rifugio. Mi sono spinto anche recentemente, negli ultimi giorni di luglio, a Pieve di Cadore, in un incontro organizzato dal gruppo regionale CAI del Veneto, a dire che quando per ristrutturare un rifugio si investono tre, quattro, cinque milioni di euro la cosa non è etica e soprattutto si vanno a innestare delle condizioni tali per cui poi il risultato non può che essere quello di una perdita di sobrietà nell'accoglienza. Ovvero è inutile che ci lamentiamo che ci sono i rifugi gourmet se poi alla base andiamo a investire tutti quei soldi per mettere a posto un rifugio. Un rifugio dovrebbe essere, secondo la nostra visione, per sua natura, un luogo di accoglienza sobria, quindi un rifugio, proprio un riparo, poco più che un riparo. Ma se una struttura, un edificio di non grandi dimensioni, viene investito di questa valanga di soldi, con aspettative di rientro e ritorno economico, si finisce per snaturare tutto ciò che è il pensiero storico ed etico sui rifugi.

 

 

Il termine "rifugio" è una denominazione unica sotto la quale rientra una grande variabilità di strutture e di tipologie. Per sciogliere delle ambiguità che vivono soprattutto nei non addetti ai lavori che cosa si intende con la dicitura "rifugio"? E quali sono invece le principali differenze tra le strutture CAI e quelle private?

 

La normativa sui rifugi è afferente alla responsabilità regionale, per cui ogni regione e provincia autonoma ha la sua normativa. Ci sono diverse regioni che hanno già applicato una differenza tra rifugio escursionistico e rifugio alpinistico. Secondo me è un po' grezza, non deve essere vista come una critica, perché andare a scrivere delle normative non è mai facile. È una suddivisione un po' grezza, ma a mio avviso molto utile. I rifugi escursionistici sono normalmente rifugi di bassa quota raggiungibili più o meno da tutti, mentre i rifugi alpinistici sono rifugi che richiedono una certa preparazione per essere raggiunti. Diciamo che i rifugi alpinistici sono molto pochi, se consideriamo sui 700-800 rifugi che ci sono sull'arco alpino, io credo che forse meno del 10% possano essere considerati rifugi alpinistici; quindi, questa è già una grandissima differenza. Ciò non toglie che i rifugi escursionistici non siano rifugi tout court, perché ci sono rifugi anche a bassa quota raggiungibili magari con 2-3 ore di cammino.

 

Da anni, come CAI, abbiamo applicato una netta distinzione che è quella dei rifugi di classe A. Per il CAI i rifugi di classe A sono i rifugi che si raggiungono con l'automobile oppure con una camminata che dura meno di mezz'ora, continua ad essere un rifugio, però ad esempio non prende nessuna sovvenzione dal fondo stabile Pro Rifugi che i soci del CAI riforniscono con la loro quota associativa ogni anno. Poi ci sono i rifugi di classe B, che sono quelli raggiungibili col mezzo di risalita, anche qua vale più o meno lo stesso discorso, e anche questi sono esclusi dal fondo stabile. Da lì in su ci sono i rifugi, che si differenziano tra alpinistici ed escursionistici, ma che iniziano ad avere anche da parte nostra un riconoscimento. 

 

Inoltre, nella nostra norma interna c'è un rapporto massimo tra coperti e posti letto: puoi avere tanti coperti a tavola quanti sono i posti letto e non di più. La norma è sempre rispettata? Secondo me no. Però noi sicuramente non concediamo contributi ai rifugi che non rispettano questa norma. Diventa però molto più difficile per la doppia natura dell'associazione (la parte pubblica e la parte sociale) andare a intervenire con delle azioni.

 

Se uno ha un rifugio privato, invece, e se è un rifugio, tutto sommato lo può gestire come vuole, finché esiste una norma che dice che se uno apre un ristorante in quota lo può chiamare rifugio. Per me bisogna agire su quello. C'è poi un'altra questione che è la seguente: quanto un proprietario della struttura, nel nostro caso le sezioni, fanno pagare l'affitto della struttura al rifugista. Se io faccio pagare al rifugista un affitto di 120 mila euro all'anno, vuol dire che questo signore, che gestisce un'attività economica, ha ogni mese una spesa fissa di 10 mila euro. È difficile in una condizione del genere andare a fare dei discorsi etici, perché il discorso economico di questa persona surclassa il discorso etico. Il discorso etico ancora una volta dovrebbe partire alla base. È etico che una sezione del CAI chieda canoni così alti per un rifugio? Io lascio il punto interrogativo.

 

 

Il CAI nazionale sta facendo qualche passo in avanti per raggiungere questa etica? Ci sono quantomeno delle riflessioni in atto?

 

Ci sono delle riflessioni, però sono riflessioni. A chi mi muove delle critiche io dico sempre che noi non abbiamo i carabinieri da mandare. Se una sezione del CAI dà in gestione un rifugio a 120 mila euro, non è che compie una cosa illegale o contro i regolamenti, segue il mercato. I discorsi etici sono discorsi che invece si fanno con la cultura. Quest'anno poi è l'anno zero di una serie di anni che vedrà una situazione peggiorare sempre di più: l'emergenza idrica. Noi abbiamo avuto rifugi che sono stati riforniti di acqua con l'elicottero.

 

Non io personalmente, ma il CAI nazionale ritiene non etico rifornire d'acqua con l'elicottero un rifugio, perché non è quella la soluzione. Io ritengo che sia più opportuno chiudere un rifugio, se non c'è l'acqua e se l'acqua è necessaria per tenerlo aperto. Chiuderlo vuol dire chiuderlo al pubblico, non vuol dire chiuderlo a chiave e andarsene via. Il gestore rimane a fare il presidio del territorio, a fare l'accoglienza di emergenza. È chiaro che il gestore non è che deve farlo di tasca propria con i propri soldi, qua deve intervenire l'associazione, la grande associazione nazionale che è il CAI e dire caro gestore, che hai chiuso per mancanza di acqua, io ti risarcisco del danno che hai subito. Di questo stiamo ragionando, avremo una riunione proprio a fine mese con tutti i gruppi regionali e questo è uno dei punti all'ordine del giorno, perché io credo che su queste questioni non si debba assolutamente derogare. La carenza idrica e le risposte che alla carenza idrica siamo in grado di dare sono questioni che saranno ahimè di estrema attualità nei prossimi decenni. E quindi noi dobbiamo essere in grado di dare l'esempio.

 

 

Avete individuato dei punti critici e delle difficoltà anche sistematiche che incontrano le vostre strutture?

 

Negli anni scorsi ho chiesto che ci fossero dei finanziamenti speciali alle sezioni per intervenire sui cicli idrici dei rifugi, e per tre anni questo fondo è stato utilizzato dalle sezioni. Il quarto anno è stato utilizzato per il 30%, che vuol dire che tutte le sezioni che avevano necessità di fare questo tipo di interventi li avevano fatti. L'errore che è stato fatto, in buona fede perché non ci abbiamo pensato, è stato quello di ragionare con l'esperienza che abbiamo degli ultimi anni. Invece, abbiamo davanti a noi un mondo che è in radicale cambiamento e quindi pensare con le logiche che utilizzavamo anche solo dieci anni fa è sbagliato. Dal punto di vista pratico significa che si è intervenuto migliorando la condotta che andava a prendere l'acqua alla sorgente, o ampliando le vasche di raccolta della neve di scioglimento. Il problema è che oggi la sorgente è secca e non dà più acqua, di neve ne cade sempre meno e quindi le vasche ci sono, ma non si riempiono. Quindi, ripeto, abbiamo ragionato con una logica vecchia. Questo deve essere di monito. La montagna ha il vantaggio e lo svantaggio di essere un laboratorio dove le cose accadono prima. Quello che oggi sta accadendo in alta quota lo vedremo in media quota molto presto, in pianura e nelle città. Il problema della carenza idrica ci obbligherà a ragionare in maniera completamente diversa.

 

 

Lei prima accennava che se uno apre un ristorante in quota lo può chiamare rifugio. Questo vuoto legislativo è una realtà dei fatti? Nota delle mancanze e delle fragilità strutturali? E questo cosa comporta?

 

Il problema è che se io arrivo in un paesino a 600 metri di quota, in mezzo a un prato, io posso aprire un rifugio. Secondo me sul discorso del nome rifugio, bisognerebbe essere molto più rigidi anche a livello normativo, anche se non è facile, in questi casi è sempre facile criticare il legislatore. Io invece sposto il discorso su di me. Io ho detto signori facciamo un bel repulisti, togliamo il nome rifugio, ma è impossibile perché ci sono rifugi storici. Ti faccio un esempio, il Rifugio Giovanni Sapienza sull'Etna è una specie di albergo. Ma storicamente è proprio Rifugio Sapienza, non avrebbe senso chiamarlo Albergo Sapienza. Allora l'obiettivo del prossimo triennio per il CAI è quello di dare una sorta di marchio di autenticità.

Se vai in questo rifugio, questo è un rifugio autentico, per cui tu che ci vai sai che la doccia non ti è garantita, ricevi un livello di accoglienza minimo, ed etico, dove la plastica non viene usata, dove si mira all'utilizzo di prodotti locali. L'idea nostra è quella di non pretendere interventi normativi, perché è un po' come pretendere che qualcun altro faccia le cose che noi stessi non siamo capaci di fare, ma stiamo ragionando su qualcosa di premiante.

 

 

Concludiamo con un'ultima domanda di carattere personale. Ha nominato più volte il concetto di etica come chiave interpretativa. Come si declina l'etica, per Lei, nel contesto rifugio? E quali sono le caratteristiche che, secondo Lei, dovrebbe avere un rifugio?

 

Chi gestisce un rifugio nella maggior parte dei casi fa una scelta di passione, non fa una scelta di interesse economico; quindi, la prima grande discriminante è questa. Chi prende un rifugio per fare affari, secondo me già si pone al di fuori del concetto di rifugio. Dopodiché l'accoglienza. Le persone di montagna sono abituate a essere accoglienti con i viandanti, con chi passa. Secondo me lo spirito di chi gestisce le strutture deve essere quello di avere una propensione all'accoglienza, anche di tipo empatico, saper dare una buona parola, dare un buon consiglio se serve. Ma mi rendo conto che non è sempre facile e non voglio fare la morale agli altri. Io oggi ragiono come dirigente del CAI e dico che noi possiamo fare ancora parecchio a partire dalle tariffe: agire sugli affitti dei rifugi, sui nostri regolamenti, accettare di chiudere quando non c'è l'acqua e accettare di riconoscere una mutualità a chi va a chiudere in mancanza di acqua.

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