Grazie agli amici e a uno strumento speciale, dopo 48 anni torna sulla montagna che aveva continuato a guardare solo attraverso ricordi e fotografie. La salita di Massimo Prosperococco

"Il senso della montagna inclusiva non è portare qualcuno da qualche parte, ma arrivarci tutti insieme". Una joëlette che sale sui sentieri del Gran Sasso, un equipaggio che si muove quasi come un unico corpo, una persona che dopo quasi mezzo secolo torna a osservare da vicino luoghi rimasti per anni nella memoria. La storia di Massimo Prosperococco, arrivato fino al Rifugio Duca degli Abruzzi, a 2.388 metri di quota, è certamente una storia personale. Ma è anche qualcosa di più

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Ci sono immagini capaci di raccontare la montagna meglio di molte parole. Una joëlette che sale lungo il terreno del Gran Sasso, un equipaggio che si muove quasi come un unico corpo, una persona che dopo quasi mezzo secolo torna a osservare da vicino luoghi rimasti per anni nella memoria. La storia di Massimo Prosperococco, arrivato nei giorni scorsi fino al Rifugio Duca degli Abruzzi, a 2.388 metri di quota, è certamente una storia personale. Ma è anche qualcosa di più.
È una storia che permette di interrogarsi sul significato stesso di montagna inclusiva. Perché quella joëlette non è semplicemente una carrozzina portata lungo un sentiero. È, prima di tutto, un esercizio di fiducia. La joëlette è un ausilio monoruota progettato per consentire alle persone con mobilità ridotta di affrontare sentieri altrimenti difficilmente percorribili.
Ma descriverla soltanto dal punto di vista tecnico rischia di non raccontarne fino in fondo il significato. Su un terreno di montagna non basta infatti spingere o tirare. Occorre leggere continuamente il sentiero, interpretare le pendenze, scegliere gli appoggi, mantenere l'equilibrio, controllare il peso nei tratti più ripidi e comunicare costantemente con gli altri componenti dell'equipaggio.
Nella salita verso il Duca degli Abruzzi c'era chi tirava, chi spingeva, chi stabilizzava il mezzo e chi cercava la linea migliore tra pietre e irregolarità del terreno. Il risultato è qualcosa che assomiglia poco al gesto individuale a cui siamo abituati ad associare la montagna. È esattamente il contrario. Qui nessuno arriva da solo. Massimo lo ha descritto con un'immagine particolarmente efficace: i movimenti dell'equipaggio diventano quasi una danza. Ogni persona deve percepire ciò che stanno facendo gli altri e, soprattutto, deve affidarsi a loro.

Ed è probabilmente questo l'aspetto più interessante della joëlette. In montagna siamo abituati a parlare di prestazione, velocità, dislivello, difficoltà tecnica, vetta raggiunta. La joëlette costringe invece a cambiare prospettiva. La prestazione del singolo perde importanza e diventa centrale l'efficienza del gruppo. Non conta chi è più forte. Conta la capacità di coordinarsi. Non conta arrivare prima. Conta arrivare insieme.
Per Massimo Prosperococco quella giornata aveva poi un significato personale molto profondo. Era partito dall'area dell'albergo di Campo Imperatore per raggiungere il Rifugio Duca degli Abruzzi, tornando dopo quasi 48 anni in luoghi che aveva continuato a guardare soprattutto attraverso ricordi e fotografie. Arrivato al rifugio ha potuto ritrovare davanti a sé il Corno Grande, Pizzo Cefalone, Monte Intermesoli, Monte Corvo e la Val Maone. Paesaggi che non erano mai veramente scomparsi dalla sua vita. Ma quella volta erano nuovamente lì, davanti ai suoi occhi.
Il valore della giornata, però, non è contenuto soltanto nell'arrivo a 2.388 metri. È contenuto soprattutto nei metri percorsi per arrivarci. Chi frequenta la montagna sa bene che raggiungere una meta rappresenta soltanto metà del percorso. Con una joëlette questo principio diventa ancora più evidente. Se la salita richiede forza e coordinazione, la discesa può diventare persino più delicata: occorre gestire il peso del mezzo, evitare accelerazioni, mantenere l'equilibrio e valutare con precisione ogni passaggio. È proprio nei passaggi più complessi che emerge la vera natura di un equipaggio. Nessuno può distrarsi. Nessuno può pensare soltanto al proprio passo. Il movimento di ciascuno dipende da quello degli altri.

Spesso utilizziamo l'espressione "montagna accessibile" pensando principalmente all'eliminazione delle barriere. È naturalmente un aspetto fondamentale. Ma esperienze come quella vissuta sul Gran Sasso suggeriscono una definizione ancora più ampia. Inclusione non significa necessariamente rendere ogni luogo facile. E non significa neppure fingere che in montagna le difficoltà non esistano. Significa piuttosto creare le condizioni affinché quelle difficoltà possano essere affrontate insieme, con gli strumenti adeguati, la preparazione necessaria e persone capaci di assumersi una responsabilità reciproca.
In questo senso la joëlette diventa qualcosa di più di un mezzo. Diventa una forma concreta di cooperazione. "Arrivarci tutti insieme". La frase con cui Massimo ha riassunto quella giornata racconta forse meglio di ogni altra cosa il senso dell'esperienza: "Il senso più autentico della montagna inclusiva non è portare qualcuno da qualche parte, ma arrivarci tutti insieme".
La differenza è enorme. "Portare qualcuno" presuppone quasi inevitabilmente una separazione tra chi aiuta e chi viene aiutato. "Arrivare insieme" significa invece riconoscere che ogni componente del gruppo partecipa all'esperienza. Ognuno mette qualcosa: forza, tecnica, attenzione, fiducia, esperienza. E ognuno riceve qualcosa. Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più interessanti che arriva dal Gran Sasso.
La montagna viene spesso raccontata attraverso storie individuali: l'alpinista, la vetta, l'impresa, il record. Ma esiste anche un'altra montagna. Una montagna nella quale la qualità dell'esperienza non dipende da quanto lontano siamo riusciti ad arrivare da soli, ma da quante persone siamo riusciti a coinvolgere nel percorso. La joëlette, vista salire verso il Duca degli Abruzzi, racconta esattamente questo. Dietro quella ruota ci sono mani, gambe, attenzione, competenza e soprattutto fiducia. E forse la vera conquista non è stata soltanto raggiungere i 2.388 metri.
È stata riuscire a farlo come dovrebbe accadere nelle migliori giornate di montagna: insieme.
Fotografie tratte dalla pagina facebook di Massimo Prosperococco











