Lo striscione in ricordo delle vittime del Vajont non andava vietato, ma esposto al centro del campo: sarebbe importante se riuscisse a trovare spazio sugli spalti in occasione della prossima partita

Queste dinamiche non sono da reprimere all'interno di una manifestazione sportiva, perché riflettono il bisogno profondamente umano di unirsi nel dramma, ricordandolo affinché non venga ripetuto

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"9/10/1963: quando il profitto vale più della vita".
Lo striscione in ricordo delle vittime del Vajont non andava vietato, ma esposto al centro del campo: ricordava infatti che in una società democratica gli interessi economici non possono prevalere sulla salute e sulla sicurezza dei cittadini.
Un principio che, se non rispettato, può erodere i diritti di tutela e di eguaglianza di una comunità fino a spazzarla via, com'è successo nel caso del Vajont.
La decisione di impedire ai tifosi delle Dolomiti Bellunesi di esporre sui gradoni dello stadio di Ospitaletto (Brescia), in occasione della partita tra Desenzano e Dolomiti Bellunesi (serie C), un concetto-cardine del vivere civile – capace per una volta di avvicinare nei valori cittadini di diverse "fedi" calcistiche – è quindi difficile da comprendere.
Una tra le dimensioni più affascianti dello sport è senza dubbio quella di creare aggregazione sociale. Di tenere vicine, per qualche ora, persone diversissime nella vita quotidiana: migliaia di traiettorie esistenziali all'improvviso convergono a sostegno di un unico atleta o di un'unica squadra; e in questa convergenza viene rinforzato il corpo comunitario.
Ecco perché, una partita di pallone, di hockey o di qualsiasi altra disciplina può in qualche modo essere paragonata a una forma di messa laica, con le sue liturgie, le sue cadenze cerimoniali, i suoi cori e una serie di valori storici da tutti condivisi. In modo per certi versi simile alla sfera religiosa – e mi scuso anticipatamente con chi può percepire questo parallelismo come una forzatura – anche quella sportiva è impostata su un sistema rituale definito, cadenzato da attitudini e abitudini.
È normale, quindi, che la comunità bellunese senta l'esigenza di ricordare, all'interno del suo rituale sportivo, le vittime del Vajont denunciando il sistema che le ha provocate. È un modo per tenere viva la memoria di un episodio che ha causato un trauma collettivo; ferita ancora aperta nella società.
Queste dinamiche non sono quindi da reprimere all'interno di una manifestazione sportiva, perché riflettono il bisogno profondamente umano di unirsi nel dramma, ricordandolo affinché non venga ripetuto.
Sarebbe importante se lo striscione riuscisse a trovare spazio sugli spalti in occasione della prossima partita; magari riproposto anche in altri stadi. Perché la "fede" sportiva può temporaneamente dividerci, ma quando l'arbitro fischia la fine dell'incontro dobbiamo tornare a condividere i valori fondanti di una democrazia; gli stessi fondamentali principi.












