Perché escludiamo l'essere umano dalle fotografie di montagna?

A chiunque è capitato, scattando una fotografia a un paesaggio montano, di escludere volontariamente dall'inquadratura ogni indizio che suggerisca una presenza umana. Questa tendenza a eliminare le testimonianze antropiche dai nostri scatti è il risultato di un processo culturale che, dalla sublimazione romantica in avanti, ha progressivamente trasformato le montagne in un luogo di culto della natura

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
A chiunque è capitato, scattando una fotografia a un paesaggio montano, di escludere volontariamente dall'inquadratura ogni indizio che suggerisca una presenza umana. Un traliccio dell'alta tensione, una folla, un condominio, i binari del treno, una piattaforma d'atterraggio per gli elicotteri, un muretto a secco, una cabinovia, una ruspa, una strada, una pista da sci, e si potrebbe andare avanti all'infinito.
Questa tendenza a eliminare le testimonianze antropiche dai nostri scatti è il risultato di un processo culturale che, dalla sublimazione romantica in avanti, ha progressivamente trasformato le montagne in un luogo di culto della natura.
E così, con le nostre fotografie, cerchiamo di riprodurre quell'idea di montagna che si è sedimentata nella società e dentro di noi: una montagna "purissima", "salubre" e priva di contaminazioni.
Ma ovviamente la realtà ci racconta una storia diversa. Ci racconta di montagne abitate da decine di anni; di paesaggi culturali, risultato di un costante dialogo tra comunità e territorio; di una presenza antropica nel bene o nel male capillarmente diffusa; ci parla anche da un lato di valli sfruttate in modo eccessivo (spesso proprio da chi divulga per fini pubblicitari un'immagine pittoresca/edulcorata della montagna); e dall'altro di territori esterni rispetto ai grandi flussi turistici, di frequentare abbandonati a se stessi assieme ai loro ormai rari abitanti e ancora privi di importanti ed essenziali servizi per un vivere dignitoso.
Allora è forse arrivato il momento di abbandonare la retorica della "montagna incontaminata" per abbracciare un discorso culturale rinnovato, che non idealizza la natura e che si faccia promotore di un rapporto equilibrato tra esseri umani e ambiente.
Rispettare l'ambiente è infatti il primo passo per rispettare noi, specie umana, che di quell'ambiente siamo parte integrante.
Ma per farlo, bisogna tornare a includere la presenza umana nel racconto.












