"L'albero aveva una parte morta attaccata a sé". Per quale motivo in un ramo si spegne la vita? E perché non si stacca immediatamente?

Può capitare di vedere un ramo secco in un fusto vivo e vigoroso: scopriamo come un albero "impara" a lasciarlo andare, tra strategie di difesa, collari di abscissione e zone di reazione che proteggono il tronco prima del distacco

Camminando in bosco, l'altro giorno mi sono imbattuta in un ramo secco che proveniva tuttavia da un tronco vivo e vigoroso. Di fatto l'albero aveva una parte morta ancora attaccata a sé. Mi sono sorte subito due domande (poiché si sa che i forestali si pongono tantissime domande e non sempre trovano le risposte...): per quale motivo era morto quel ramo? E perché non si era staccato immediatamente una volta morto?
Alla prima questione sono arrivata ad una spiegazione facile ma a multipla risposta: l'albero è cresciuto e quel ramo si è trovato nella parte bassa della chioma, all'ombra, e quindi era diventato uno "spreco alimentare" per la pianta che deve nutrire le sue parti senza trarne profitto con la fotosintesi. Ma poteva trattarsi anche di un ramo danneggiato per vento o neve, oppure colpito da un fungo o da insetti. In tutti i casi, quel ramo una volta morto sarebbe presto diventato una via d'ingresso per la carie: isolarlo e lasciarlo cadere era più sicuro che tenerlo collegato al fusto.
Ma come fare per staccare la parte morta dai tessuti vivi? Molte specie arboree hanno trovato un'ingegnosa soluzione: guardando infatti con attenzione all'attaccatura sul tronco di un ramo secco, avevo notato un anello rilevato, liscio e leggermente rossastro, che "abbracciava" il ramo come il colletto della mia maglia invernale attorno al collo. Ebbene, quell'ingrossamento alla base di quel ramo si chiama collare di abscissione, dal latino abscissio, "taglio, recisione". In botanica l'abscissione indica il distacco di un organo dalla pianta: è lo stesso processo che, in autunno, porta le foglie a cadere.
Di fatto non si tratta di una rottura inaspettata: l'albero non subisce la perdita, la organizza, lavorando da tempo, per separarsene senza ferirsi.
Il principio di base è che l'albero, a differenza degli animali, non guarisce le ferite, ma generalmente le isola: non rigenera il tessuto danneggiato, ma costruisce attorno a esso pareti per impedire che il danno si estenda. Quel rigonfiamento è il fusto che circonda il ramo, in attesa che si stacchi esattamente lì: un fenomeno chiamato, in inglese, branch shedding.
All'esterno quel manicotto risulta visibile, ma viene da chiedersi: cosa sta facendo l'albero al suo interno per evitare che la parte danneggiata possa essere veicolo per patogeni? Chiude i rubinetti! Al di là del paragone idraulico, tutti noi sappiamo (o dovremmo sapere dagli studi!) che nelle piante la linfa scorre in canali, in particolare la linfa grezza quella che scorre dalle radici alle foglie passa da "tubature" chiamate vasi xilematici. Ebbene, è proprio lì che l'albero va ad agire: nel punto in cui il ramo si unisce al fusto, questi condotti diventano più stretti e il flusso verso il ramo si riduce.
Quando il ramo deperisce, le cellule vive di questa zona entrano in azione. Il legno può riempirsi di composti che resistono alla carie, sostanze che i funghi digeriscono con difficoltà. Contemporaneamente si forma una zona di reazione, una linea di confine che separa il legno ormai alterato del ramo dal legno sano del fusto. Per fare un paragone con la nostra vita è come una porta tagliafuoco: l'albero costruisce attorno alla zona danneggiata pareti che impediscano al danno di estendersi. In particolare, la sua attenzione va ai vasi xilematici che per i funghi sono una gran bella via di accesso, come un'autostrada a doppia o tripla corsia! E l'albero ci mette un bel muro di contenimento e protezione.
Ecco perché quel ramo secco era ancora lì: l'albero non ha fretta di staccarlo, ha fretta di metterlo in sicurezza. Prima chiude i rubinetti, alza le pareti, completa il collare; poi il vento o la neve faranno il resto, e la caduta avverrà esattamente dove lui ha deciso. Non è distrazione né resa, ma un congedo preparato in silenzio.
Ricordatevene, la prossima volta che in bosco incrociate un ramo secco su un tronco vivo: guardate l'attaccatura, e cercate quel piccolo anello rossastro. Magari a quel punto avrete anche voi una domanda in più da portarvi a casa. E, come sempre in bosco, la risposta potrebbe arrivare al passo successivo.
In copertina, fotografie tratte da Wikimedia Commons

Mi chiamo Paola Barducci, ma tutti mi chiamano Forestpaola. Sono una dottoressa forestale e Imparare a guardare il bosco è l'invito che rivolgo a chiunque desideri trasformare una semplice escursione in un'esperienza di scoperta profonda. Spesso, infatti, attraversiamo i paesaggi alpini percependo i boschi come uno sfondo statico, sempre uguale. Ma la montagna in cui si inseriscono è in realtà un organismo vivo, un insieme di dinamiche invisibili e storie scritte nel tempo.
In questo blog vi invito idealmente a camminare al mio fianco, lungo i versanti e tra i boschi di abete, larice o rovere, per decifrare insieme i segni della natura e l'evoluzione del paesaggio montano: dalla semplice definizione di bosco al riconoscimento degli alberi quando non hanno le foglie, faremo divulgazione scientifica "con gli scarponi ai piedi", imparando a leggere la complessità della foresta con occhi nuovi e consapevolezza tecnica, ma senza mai perdere lo stupore di chi sa ancora ascoltare il respiro della montagna.












