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Ambiente | 17 ottobre 2026 | 12:00

"Guardo le piante come condomini vegetali". L'albero è un grattacielo multifunzionale: ogni piano, dalle radici alla cima della chioma, ospita inquilini con abitudini differenti e intriganti

Dagli scavi dei micromammiferi tra le radici alle "incudini" della nocciolaia, ogni albero ospita tantissimi animali: vederli è spesso impossibile ma sulle radici, fusto e foglie restano numerose tracce, tutte da decifrare

scritto da Paola Barducci

A dimostrazione che le mie uscite in bosco sono più estatiche che sportive, c'è la sicurezza che appena entrata in mezzo agli alberi, lo sguardo si posa sui piccoli dettagli: un sasso, una radice, magari una foglia, alla ricerca di una spiegazione continua di quello che sto vedendo…fino a che la presbiopia dell'età me lo permetterà!

 

Ecco perché, come dico spesso, "guardo agli alberi come condomini vegetali", un piccolo ecosistema nel grande insieme del bosco e ancor di più del versante montano: per me l'albero è un vero e proprio grattacielo multifunzionale dove ogni piano, dalle radici alla cima della chioma, ospita inquilini con abitudini differenti e intriganti.

 

Alla base della struttura, dove le radici affiorano dal terreno, tra gli anfratti creati dal colletto di vecchi abeti o faggi, è comune trovare i segni del passaggio dei micromammiferi come arvicole o topi selvatici, che nascondono i loro depositi di semi (ghiande, faggiole, nocciole) proprio nelle intercapedini tra le grosse radici laterali ma anche i toporagni amano l'apparato radicale dove trovare insetti che "bazzicano" questi ambienti. Pensate poi che mi è capitato più volte di trovare ghiri o moscardini acciambellati nella lettiera in prossimità di un albero che si facevano un bel sonnellino letargico! E guai a disturbarli, che se la dormono beatamente.


Sulle radici di un faggio si mimetizza una natrice

Più vistosamente, soprattutto tra le radici di piante ribaltate, si possono individuare le tracce di scavo del tasso o della volpe, che sfruttano questi anfratti come possibili tunnel di entrata e uscita per le loro tane.

 

Ma è risalendo lungo il fusto che la narrazione si fa ancor più interessante, perché la corteccia non è solo protezione termica, ma una bacheca per messaggi chimici e fisici. Cervi, caprioli e cinghiali utilizzano le superfici più rugose come zone di marcazione e "grattatoi". Le scortecciature da sfregamento dei cervidi (il fregone) non servono solo a liberare il palco dal velluto, ma a depositare secrezioni ghiandolari. In inverno, tuttavia, la corteccia può diventare risorsa alimentare. Le "scortecciature" da dente di cervo sono ferite profonde, spesso longitudinali, che espongono il cambio e aprono la strada a funghi cariogeni.


Tracce di alimentazione di cervo che nel periodo invernale deve rinunciare alle primizie primaverili e cercare le cortecce

Spesso poi sulla corteccia trovo strani resti di alimentazione, con gusci di nocciole, noci ma anche pinoli: è opera dei corvidi, in particolare della nocciolaia che non si limita a nascondere i semi nel suolo. Questo uccello incastra infatti noci e nocciole nelle fessure della corteccia o nelle biforcazioni dei rami (le cosiddette "incudini") per poterle rompere con facilità. È un esempio perfetto di utilizzo di uno strumento ambientale.

 

Ai piani alti, salendo con lo sguardo, non è difficile scorgere siti di alimentazione e nidi del picchio nero, specialmente su faggi e conifere mature: se dove trapana per nutrirsi, la foratura è irregolare e sfibrata, il nido è un'opera di ingegneria e architettura mixata perfettamente. A differenza del picchio rosso maggiore, che scava un foro perfettamente circolare, quello del picchio nero ha una caratteristica forma ellittica o a goccia, con l'asse maggiore disposto verticalmente. Una volta abbandonati, questi fori ellittici vengono colonizzati da una successione ecologica di inquilini: dalla civetta capogrosso al picchio muratore, fino a ghiri e martore.

 

Mi è poi capitato di osservare a quote alpine, sulla corteccia di alcuni pini cembri, degli strani segni orizzontali come ad avvolgere tutta la circonferenza della pianta: ho scoperto poi si trattava del lavoro certosino del picchio rosso maggiore alla ricerca di insetti xilofagi ma soprattutto per nutrirsi della linfa che raggiunge scalpellando con forza.


Sotto i segni dell'uomo, anelli creati dal picchio su pino cembro

E sulla chioma? Quando riesco a guardare tra le foglie, mi accorgo della presenza di numerosi insetti: la maggior parte, allo stadio larvale, passano il tempo a nutrirsi del parenchima fogliare lasciando le classiche erosioni a bordo foglia; altre specie invece sono più incredibili e inducono la pianta a costruire loro una casa: le galle. Queste escrescenze tumorali indotte da cinipidi o afidi (come la tipica galla "a carciofo" o a pallina sulla quercia o quelle a forma di lacrima sulle foglie di faggio) sono piccole fortezze ricche di tannini dove la larva cresce protetta dal mondo esterno.

 

Insomma, camminare in un bosco per me può non essere così rilassante come sembra se mi fermo ad osservare un albero e mi trovo davanti ad un condominio piuttosto turbolento!

il blog
Imparare a guardare il bosco

Mi chiamo Paola Barducci, ma tutti mi chiamano Forestpaola. Sono una dottoressa forestale e Imparare a guardare il bosco è l'invito che rivolgo a chiunque desideri trasformare una semplice escursione in un'esperienza di scoperta profonda. Spesso, infatti, attraversiamo i paesaggi alpini percependo i boschi come uno sfondo statico, sempre uguale. Ma la montagna in cui si inseriscono è in realtà un organismo vivo, un insieme di dinamiche invisibili e storie scritte nel tempo.

In questo blog vi invito idealmente a camminare al mio fianco, lungo i versanti e tra i boschi di abete, larice o rovere, per decifrare insieme i segni della natura e l'evoluzione del paesaggio montano: dalla semplice definizione di bosco al riconoscimento degli alberi quando non hanno le foglie, faremo divulgazione scientifica "con gli scarponi ai piedi", imparando a leggere la complessità della foresta con occhi nuovi e consapevolezza tecnica, ma senza mai perdere lo stupore di chi sa ancora ascoltare il respiro della montagna.

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