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Storie | 04 luglio 2026 | 06:00

"Stavano attraversando l'Europa a piedi quando, in Ossola, rimasero colpiti da un paese abbandonato e decisero di riportarlo in vita". La "follia" che ha ridato vita a Canova

Oggi la frazione all'imbocco della Valle Antigorio conta una decina di abitanti: pochi e allo stesso tantissimi se consideriamo il suo recente passato. Abbandonata per decenni, Canova ha infatti vissuto un progressivo deterioramento strutturale. Da trent'anni, però, questo piccolo centro abitato sembra vivere un nuovo rinascimento. Proviamo a ripercorrerne la storia

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Le storie più interessanti a volte ti vengono incontro senza cercarle. È così che abbiamo conosciuto Canova, una piccola borgata all’imbocco della Valle Antigorio.

A Canova, infatti, dovevamo pernottare al termine un evento culturale inserito nella cornice di un festival organizzato a breve distanza.

 

Al termine della serata, sono stati sufficienti pochi passi tra le strette vie che si infilano nel centro abitato e qualche battuta con il proprietario del bed and breakfast per capire che quel luogo meritava di essere raccontato.

 

Oggi la frazione conta una decina di abitanti: pochi e allo stesso tantissimi se consideriamo la sua storia recente. Abbandonata per decenni, Canova ha infatti vissuto un progressivo deterioramento strutturale.

Senza l’adeguata manutenzione e sotto la spinta propulsiva delle piante selvatiche gli edifici sono andati incontro a un progressivo degrado che, in diversi casi, ha portato al crollo delle antiche mura in sasso o dei pesanti tetti.

 

Da trent’anni, però, questo piccolo centro abitato sembra vivere un nuovo rinascimento: le mura sono state riassestate e ripulite, i fiori colorano i viottoli tra una casa e l’altra, e un ruscello limpido muove i mulini ad acqua ristrutturati.

 

A raccontarci la storia di Canova è stato proprio il gestore del bed & breakfast dove abbiamo pernottato, Paolo Gallotti: tra i primi ad attivarsi per il recupero del paese.

 

"Borgata Canova - ci spiega - è stata progressivamente abbandonata a partire dagli anni Cinquanta. Molte persone sono andate a lavorare in Svizzera, altri sono stati assunti nei cantieri dell'Enel o nelle fabbriche che nel frattempo avevano aperto a Villadossola. Le case della borgata, costruite interamente in pietra e prive dei comfort essenziali, erano sempre più difficili da abitare. Così, un poco alla volta, gli abitanti si sono trasferiti in abitazioni più moderne e confortevoli".

 

Gallotti, romano di origine e ossolano d’adozione, ha riscoperto Canova insieme ad alcuni amici americani a metà anni Novanta, e da allora hanno deciso di donare nuova linfa all’antico abitato.

"Alcuni amici americani, dall’Oregon, stavano attraversando l'Europa a piedi, dalla Scozia fino alla Grecia. Durante il viaggio si fermarono in Ossola e alloggiarono per circa sei mesi in una casa da cui si vedeva perfettamente Canova. Quel panorama li colpì profondamente e fu proprio da lì che nacque il progetto condiviso di riportare in vita il villaggio".

 

Allora, Paolo Gallotti faceva il designer e non era nuovo a simili progetti di restauro, mentre uno degli americani era architetto di professione. "A forza di osservare il paesino ci siamo chiesti: ‘Perché non proviamo a rimetterlo in piedi?’. All'inizio sembrava una follia, ma quell'idea ci ha conquistati. Abbiamo coinvolto altri amici che, nel tempo, hanno acquistato alcune case e hanno contribuito al loro recupero".

 

Quando sono entrati nelle case, però, si sono presto resi conto che sarebbe stata un’opera monumentale: molte erano ormai in stato di avanzata rovina. Alcune erano completamente crollate, altre stavano cedendo. "In quella che poi è diventata la nostra abitazione, per esempio, una parte della torre era già scomparsa e il tetto rischiava di cedere da un momento all’altro".

 

Oltre alla semplice ristrutturazione, era inoltre necessario rispettare le architetture originali, perlomeno in termini di estetica e di scelta dei materiali. I tetti tradizionali di queste case, per esempio, sono realizzati con le piode, grandi lastre di pietra spesse quattro o cinque centimetri e larghe anche sessanta. Ogni copertura pesa centinaia di quintali e viene sostenuta da enormi travi in legno. Oggi - spiega Gallotti - sono pochissimi gli artigiani capaci di ricostruire un tetto di questo tipo.

La viabilità della zona ha inoltre reso il lavoro ancora più impegnativo: la strada che arriva alle case, infatti, non è carrozzabile. Dal parcheggio si percorre una mulattiera in pietra lunga circa centocinquanta metri.

"Per questo gran parte dei materiali è stata trasportata in elicottero oppure con piccole motocarrette, niente gru né camion. All'inizio sembrava una spesa eccessiva, ma ci siamo resi conto che trasportare tutto a mano sarebbe costato ancora di più".

 

"Molti lavori - continua Gallotti - li abbiamo eseguiti personalmente. Abbiamo cercato travi antiche da recuperare, vecchie piode provenienti da altri tetti, pavimenti e materiali originali. Nella nostra casa abbiamo riutilizzato cinquantotto travi in legno recuperate e oltre centocinquanta quintali di piode provenienti da una casa di Varzo che stava per essere demolita. Abbiamo sempre cercato di usare materiali di recupero".

 

L’obiettivo non era trasformare il centro, ma restaurarlo nel modo più fedele possibile. Hanno ricostruito i muri crollati utilizzando la pietra locale e le tecniche tradizionali, quasi sempre a secco.

 

All'interno, invece, le abitazioni sono state adattate alla vita di oggi. "Un tempo non c’erano bagni, il riscaldamento non esisteva, l’acqua e l’elettricità arrivarono solo molto tardi. Era una vita decisamente dura. Per questo abbiamo inserito gli impianti moderni cercando però di non alterare l’identità delle case".

 

Probabilmente, si legge nel sito di promozione turistica locale, in questa piccola borgata nei secoli addietro trovarono collocazione cantine ed osterie, dovute al passaggio dei viandanti lungo la antica Via Francisca, uno degli itinerari storici più importanti dell’Ossola.  

"Quello che ci ha spinto a trasferirci qui è stato soprattutto il rispetto per il lavoro di chi queste case le aveva costruite secoli fa. La prima abitazione della borgata risale addirittura al Duecento, mentre la nostra è del 1672. Gli edifici che vediamo oggi coprono un arco temporale che va dal XIII al XIX secolo. Pensare alla fatica con cui sono stati costruiti e vederli abbandonati ci sembrava quasi un’ingiustizia. Sono case semplici, austere, ma bellissime".

 

Per tutti questi motivi, Canova è un patrimonio storico e culturale inestimabile che, dopo la rinascita promossa da pochi privati a cavallo tra gli anni Novanta e gli anni Duemila, ha anche dato vita a una Fondazione che porta il suo nome. Dal 2001, la Fondazione Canova si dedica al recupero, alla conservazione e alla valorizzazione dell’architettura di questi luoghi, con il contributo di esperti da ogni parte del mondo.

 

Oggi, a Canova, vivono stabilmente quattro famiglie. Gallotti e la moglie si sono trasferiti definitivamente nel 2002. C’è poi un chirurgo in pensione, una coppia svizzera e un’amica della coppia che gestisce un caseificio in Val Formazza. Altre abitazioni, invece, vengono utilizzate come seconde case o per l’ospitalità.

Negli anni alcune delle case restaurate sono state destinate anche all’accoglienza. "È un modo per far conoscere il centro abitato - spiega Gallotti - e condividere con altri il valore di questo piccolo luogo che, dopo decenni di abbandono, è tornato a vivere".

 

Dal punto di vista dei collegamenti, oggi Canova è ben servito. Dal parcheggio si raggiunge la superstrada in pochi minuti, Domodossola dista circa sette chilometri ed è collegata con la linea ferroviaria internazionale. A breve distanza dal paese passano anche gli autobus.

 

"Pur vivendo in un luogo isolato - conclude Gallotti - non ci sentiamo affatto isolati. È un posto straordinario: immerso nel silenzio, attraversato da un ruscello e circondato dai boschi. Le automobili non arrivano fin qui e questo fa sì che si mantenga un'atmosfera che altrove è difficile trovare".

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