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Storia | 06 maggio 2026 | 06:00

"La terra tremava a tal punto da farmi perdere l'equilibrio. Il muro mi si sbriciolò addosso. Chiusi gli occhi". Un diario dal terremoto che cinquant'anni fa sconvolse il Friuli, per non dimenticare

6 maggio 1976, nove di sera: la terra trema in Friuli. Una scossa violentissima, di magnitudo 6.5 della scala Richter. Migliaia di persone finiscono sotto le macerie, tantissime perdono la vita. Centinaia vengono immediatamente mobilitate per prestare soccorso. Un incrocio di destini, in uno dei più drammatici episodi della storia d'Italia, raccontati attraverso le storie di due coetanei, ventenni al momento del sisma

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Da piccolo - come forse accade a tutti i bambini - amavo esplorare di nascosto casa mia: aprire ante e cassetti, spiare il contenuto di certe misteriose scatole, curiosare negli angoli meno battuti dell’abitazione. Uno di questi era la camera dei miei, un luogo in cui entravo di rado e con circospezione. Un giorno, dietro alla porta della stanza, notai appeso un quadro singolare, a cui non avevo mai fatto caso. All’interno di un cerchio era raffigurato un campanile spezzato a metà, con due grandi mani che lo sorreggevano per non farlo crollare; sotto al disegno una medaglia, sorretta da una sottile fascetta con i colori della bandiera italiana. Rimasi affascinato da quella composizione: dal disegno, dalla medaglia, dal tricolore - che faceva pure da cornice al quadro - ma anche dalla carta giallognola, dalle strane scritte tondeggianti e da un buffo scarabocchio alla base. Doveva essere qualcosa di antico e importante, pensai; qualcosa di raro e prezioso, appartenuto a chissà quale antenato, risalente a chissà quale guerra. Non chiesi niente a nessuno: al racconto della realtà preferivo le capriole della mia fantasia.

 

Scoprii anni dopo di cosa si trattava. Non era nulla di antico, non c’entrava alcun antenato. Il diploma era intestato a mio padre (nel frattempo avevo imparato a leggere) e raccontava di un fatto che aveva cambiato dal giorno alla notte - o meglio, dalla notte al giorno - il suo anno di servizio militare. Una catastrofe capace di spezzare quasi mille vite, stravolgendone altre decine di migliaia.

6 maggio 1976, nove di sera: la terra trema in Friuli. Una scossa violentissima, di magnitudo 6.5 della scala Richter. Durante la naja mio padre si trovava là vicino, in una caserma di Pordenone. L’ordine arrivò quasi subito: tutti dovevano prepararsi rapidamente, per andare a prestare soccorso alla popolazione colpita.

 

"Almeno durante il militare ho fatto qualcosa di utile" dirà a mia madre anni dopo, raccontandole di quei mesi concitati. La medaglia e il relativo diploma, firmato dal Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, arrivarono la primavera successiva, dopo che altre due potenti scosse, quelle dell’11 e del 15 settembre 1976, erano tornate a seminare panico e morte. In totale, 45 comuni furono quasi rasi al suolo da quegli eventi, altri 40 gravemente danneggiati.


Segale Aldo, terremoto a Gemona (06/05/1976). Fondo Fotografico Dante e Aldo Segale, Archivio CRAF, Spilimbergo 

A cinquant’anni dal sisma del Friuli desideravo ripercorrere quella storia, che mi è rimasta impressa fin da quella scoperta infantile e che purtroppo non ho avuto tempo di approfondire dalla voce di mio padre. Ho cercato così un’altra testimonianza, incappando in uno di quegli strani scherzi che sa regalare il destino.   

 

L’Archivio diaristico nazionale, ideato nei primi anni ’80 dal giornalista Saverio Tutino, ha sede tra le montagne dell’Appennino toscano, nel centro di Pieve Santo Stefano (AR). Chiunque può inviare un diario, per conservarlo e condividerlo; chiunque può cercare online, tra i contenuti dell’archivio, per poi chiedere la consultazione, in sede, di uno o più scritti. Ho raggiunto questo "tempio delle storie" in una giornata di inizio primavera, a poche settimane dall’anniversario del sisma. Seduto al tavolo di una grande sala mi sono trovato circondato da file ordinatissime di linee rosse: le costole, accompagnate da nomi e numeri, dei faldoni in sono custoditi i racconti autobiografici di oltre undicimila vite, da sommare alle tante altre che ogni diario racconta. La finestra aperta sulla piazza faceva entrare una brezza leggera: sembrava che i soffi, infilandosi nelle fessure dei grigi armadi, volessero riacciuffare tutte quelle esistenze per riportarle con sé tra valli e mari, montagne e pianure, città e paesi.

 

Cristina, la responsabile dell’Archivio, mi ha consegnato un plico sottile, schedato con protocollo numero 18609: 22 pagine, scritte a macchina (con qualche correzione a mano, in penna blu) e intitolate: "Diario dal terremoto: Gemona, 6 maggio 1976". L’Autrice è Tiziana Rizzi, 21 anni all’epoca del sisma. Classe 1955: la stessa di mio padre.

Chissà se si sono incrociati almeno una volta in quelle settimane di dolore, angoscia e frenesia. Chissà se si sono scambiati uno sguardo, o addirittura qualche parola. Tiziana, nel suo diario scritto alcuni anni dopo il sisma, per non dimenticare i dettagli di quella drammatica esperienza, racconta più volte dei giovani militari accorsi per prestare soccorso, come in questo drammatico passaggio, ambientato di fronte a un corpo esanime, tra le macerie: "Una mano si intrufolò all’improvviso nella mia e vi si avvinghiò fino a farmi male. Mi voltai. Uno dei militari, un ragazzo di leva, forse della mia età, mi stava fissando con occhi liquidi. Portami via, non resisto, non ce la faccio più, mi parve di sentire, o forse indovinai in quello sguardo. In silenzio, strinsi a mia volta quella mano e presi a scendere senza fretta verso il paese. Forse lungo la strada parlammo, non ricordo. Lo lasciai ad un bivio. Indicai la strada che doveva fare, poi m’incamminai verso casa".

 

Il diario di Tiziana inizia con una testimonianza vivida di ciò che avviene la sera del 6 maggio 1976. Al momento della scossa si trova fuori dalla casa, a passeggiare con un amico: "Era una sera di maggio, forse più calda del solito. Passeggiando ci eravamo allontanati dal paese verso la montagna. Non vedevo Giovanni da parecchio tempo e avevamo molte cose di cui parlare. Dopo aver camminato un po' ci sedemmo a lato della strada. Era piacevole starsene seduti sull'erba a godere del tepore e dei delicati profumi della sera.

Un rombo sordo ruppe il silenzio, la terra tremò. Ci guardammo stupiti, ma non troppo; non era la prima volta. Non sapevamo che fare, rientrare? Decidemmo di restare e successe il finimondo.

Un secondo boato seguì, fortissimo. Giovanni scattò in piedi e corse verso la strada, incitandomi a seguirlo. Tentai più volte di alzarmi senza riuscirci. Non capivo cosa stesse capitando. Pensavo che la scossa avesse smosso dei massi provocando una frana. Non mi rendevo conto che la terra tremava a tal punto da farmi perdere l’equilibrio.

Quando finalmente riuscii a sollevarmi dal suolo e a raggiungere la strada vidi con terrore i cavi dell’alta tensione, spezzati, guizzare come serpenti scintillanti. Senza riflettere corsi ad accucciarmi contro il muro di contenimento al lato opposto della via, nel disperato tentativo di ripararmi dalla frana che incombeva e dai cavi. Sentivo la voce di Giovanni ordinarmi di andare via da là, ma non me la sentii e rimasi ad aspettare. Il muro mi si sbriciolò addosso. Chiusi gli occhi per riaprirli dopo un interminabile istante. I calcinacci mi circondavano. L'urto era stato così violento da scaraventare il muretto a poca distanza e scavalcare a malapena il mio corpo accovacciato".


Del Mistro Orio, sfollati davanti alle macerie delle abitazioni crollate a Gemona. Fondo Fotografico Orio Del Mistro, Archivio CRAF, Spilimbergo 

Il racconto prosegue con una sequenza di scene inimmaginabili, registrate dai suoi giovani occhi dopo la scossa, mentre cammina spaesata in una Gemona distrutta e irriconoscibile nel tentativo di tornare a casa. "In cima alla salita un vecchio solo piangeva e scavava", documenta Tiziana nel suo diario, "non ce la faccio - singhiozzava tra le lacrime - perdonami".

 

Tra il buio e la distruzione, l’autrice ritrova finalmente la sua palazzina, che sembra intatta. Entra così dalla porta d’ingresso per poi osservare sgomenta il vano scale, completamente crollato. Il suo appartamento è al terzo piano, e arriva così a pensare che tutta la sua famiglia sia morta. Poi, per fortuna, ritrova i genitori, il fratello e la sorella. Un anno dopo la scossa, al fratello di Tiziana verrà chiesto di disegnare la propria casa e ciò che realizzerà colpirà molti, finendo anche su un giornale locale: una facciata priva di porte, con un’unica finestra nera da cui penzolano delle lenzuola attorcigliate, quelle con cui il padre, quella sera, fece calare nel vuoto la moglie e i figli prima di scendere a sua volta fino al piano terra.

 

Il diario di Tiziana continua con il racconto dei giorni successivi al sisma, quando scavando e dando ogni aiuto possibile si deve fare i conti con l’amara trasformazione del dolore in abitudine: "Una signora, accampata alla meglio in un vicino cortile, chiamò per offrirci qualcosa di caldo. I suoi bambini giocavano a pochi passi da noi. Andai a prendere il caffè. Quando mi voltai per portarne un po’ agli altri lo vidi. Era il corpo di una giovane donna, semi sepolto dalle macerie. Emergeva dalle rovine per la metà superiore, a faccia sotto, innaturalmente. La testa solcata da una profonda ferita. […] Avvertii con violenza l’assurdità della situazione. Quei bambini che giocavano tranquilli di fianco al cadavere, chi faceva il caffè, chi parlava. Mentre pensavo a tutto questo mi accorsi che mi stavo già abituando; non riuscivo a provare più niente".


Gomba Enzo, crollo di una parte dell'edificio sulla banchina e sui binari della stazione ferroviaria di Artegna. Fondo Fotografico Enzo Gomba, Archivio CRAF, Spilimbergo 

Poi però arriva la consapevolezza, con i primi nomi e cognomi di persone conosciute nel tragico elenco di chi non ce l’ha fatta: "Mi fu difficile in quei giorni cercare nella memoria, ricordare tutti quei volti, associarvi dei gesti, degli episodi. Anche in seguito, per quanto mi sforzassi, spesso non ci riuscii. Né riuscivo a stare male per qualcosa che non esisteva più neppure nel ricordo. Le foto sui giornali, o i nomi scritti in neretto in mezzo a decine di altri che via via andavano a comporre le liste del Comune, per un attimo mi aiutarono in questo lavoro di recupero. Riuscii allora a provare dolore, pensai che avrei dovuto dividerlo in tanti piccoli pezzi così da poterne offrire un po' a ciascuno, e forse non sarebbe bastato".

 

Le scosse di assestamento, tra queste e altre scene, sono una presenza costante e inquietante, che l’autrice associa alle reazioni di insetti e uccelli: "Ricordo il ronzio degli insetti nei prati vicini cessare improvvisamente all’unisono e gli uccelli alzarsi in volo contemporaneamente, precedendo di un attimo i boati".


Del Mistro Orio, sistemazione d'emergenza a Maniago. Fondo Fotografico Orio Del Mistro, Archivio CRAF, Spilimbergo 

Ma quella di Tiziana Rizzi non è solo la cronaca del sisma, della distruzione e della tragedia umana che ne consegue. Via via che passano i giorni, il diario diventa più introspettivo, psicologico, infittendosi di particolari su sé stessa e sui meccanismi di un’umanità che, piano piano, ritrova un equilibrio, seppur precario: "In quei giorni mi ero costruita una specie di borsetta utilizzando una scatola da scarpe e dello spago. Vi tenevo le cose necessarie: sigarette, una penna, gli indirizzi delle persone che andavo conoscendo. Un giorno, mentre pulivo alcune carrozze dormitorio […] mi accorsi di non avere più la scatola. Con un’angoscia incredibile percorsi a ritroso tutte le vetture frugando ovunque finché, finalmente, la ritrovai. Esausta mi lasciai scivolare sul sedile. Non c’era nulla che non potessi procurarmi nuovamente in quella scatola, pensai, e allora perché quella reazione tanto sproporzionata? Improvvisamente capii: era la prima cosa che possedevo dopo aver perso tutto. Quanto ho amato e odiato quella scatola. […] Da allora ho sofferto per molti anni una sorta di sindrome della coperta di Linus, l’esigenza cioè di portare sempre con me un sacchetto di plastica con dentro qualcosa di personale. Quasi sempre inutili cianfrusaglie che però mi sono sempre guardata bene dallo smarrire".

 

Il racconto di Tiziana avanza, mentre la situazione, tra mille difficoltà, inizia piano piano a normalizzarsi. Parallelamente al dramma, la vita lotta testardamente, per riemergere da quei cumuli di macerie.

 

Si legge così delle passeggiate con Gino, un giovane militare-falegname con cui sembra iniziare un amore, destinato però a rimanere vivo solo nei ricordi. Si ride anche, di una buffa scoperta: i volontari, accorsi da tante parti d’Italia, che "giocano agli indiani" chiamandosi con gli strani nomi delle località friulane: Peonis, Avasinis, Trasaghis. Ci si immerge nello sradicamento degli sfollati, da Trieste a Lignano, lontani dalle radici, da casa, anche se la casa non c'è più. Ci si emoziona di fronte alla caparbietà e alla dignità dei lavoratori, come il padre, costretto a vivere in macchina: "Era straordinario come fosse riuscito ad organizzarsi. Aveva sistemato un letto nel sedile in fianco a quello di guida e una parvenza di cucinino per il caffè nel portabagagli". Si scopre anche di un’interessante idea di Tiziana, una ricerca sociologica, purtroppo mai assecondata: "Un mio sogno, rimasto purtroppo nel cassetto, era quello di poter raccogliere dati relativi al periodo trascorso in baracca, da incrociare in un secondo momento con altri rilevati dopo il rientro della gente nelle case. Una ricerca ai questo tipo avrebbe potuto evidenziare eventuali variazioni comportamentali correlate con la quantità di spazio abitativo e personale a disposizione nelle diverse situazioni. Credo avremmo imparato qualcosa di più sulla nostra cultura, sulle abitudini e sul nostro concetto di spazio personale"

 

Si arriva infine agli anni successivi, in quella che, secondo l’autrice: "Fu forse la fase più difficile di tutta questa lunga storia: far rinascere un paese, infondergli vitalità, reinnestare vecchie consuetudini e inventarne di nuove. Superare la nostalgia".

 

Il diario di Tiziana Rizzi si conclude con dolcezza e malinconia, di fronte ai muri delle prime case ricostruite a vent’anni dal sisma: "Traspirano, in quei muri tinti di fresco, storie di uomini e cose accomunati, seppure per un solo interminabile attimo, da un destino comune. Ed è questo che vado cercando a volte nelle tiepide sere d’estate, mentre passeggiando provo a ricostruire quel borgo o quella casa, avida di odori e sapori ormai sepolti per sempre ma per sempre miei, racchiusi nel prezioso scrigno della memoria. Miei perché, nonostante tutto, io c'ero".


Segale Aldo, danni del terremoto al castello di Gemona. Fondo Fotografico Dante e Aldo Segale, Archivio CRAF, Spilimbergo 

"Prezioso scrigno della memoria": se le parole di Tiziana Rizzi sono pubbliche, se ho potuto riprenderle, se si sono potute trasformare in un articolo per il cinquantesimo anniversario del terribile terremoto che sconvolse il Friuli, è grazie a quel "prezioso scrigno della memoria" che è l’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano. Là sono andato a cercare una traccia che mi ha permesso di raccontare questa storia, ma anche un filo, necessario per riannodare un’esperienza vissuta da mio padre e scoperta per caso da bambino, grazie a uno strano quadro. Là, tra quei faldoni dalle costole rosse, ho trovato le parole di una sua coetanea, un racconto breve ma densissimo, dettagliato, commovente e sincero.

 

In un passaggio del suo diario Tiziana si rivolge proprio a chi, da militare o civile, ha dato una mano alla popolazione colpita. Leggerlo è stato un po’ come chiudere il cerchio di questa ricerca: "A tutti coloro, e furono tantissimi, che ci aiutarono nel Friuli terremotato, va il nostro grazie più sentito. Furono meravigliosi".

 

Il mio grazie va a Tiziana Rizzi, che mi ha permesso di utilizzare le sue parole; a Cristina Cangi dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, per la disponibilità e soprattutto per ciò che, insieme a colleghe e colleghi, si impegna a custodire e valorizzare ogni giorno; allo staff del CRAF (Centro Ricerca e Archiviazione della Fotografia) di Spilimbergo, per aver messo a disposizione le loro immagini di archivio. In quello strano quadro, che mi aveva così impressionato da bambino, due mani abbracciano un campanile crepato, per non farlo crollare: è un’immagine forte, in cui si condensa il dramma del sisma, il ringraziamento per l'aiuto alla popolazione colpita, la dignità e la forza della rinascita, il ricordo delle vittime di questo e di tanti altri terremoti. Un'immagine che rivista oggi, a cinquant'anni da quell'evento, sembra perfetta anche per descrivere il prezioso lavoro di chi - attraverso le storie, gli archivi, le immagini - sorregge e salvaguarda la nostra memoria collettiva, per evitare di mandarla in frantumi.  

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