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Storia | 06 aprile 2026 | 06:00

"Passarono cinque giorni prima che la madre trovasse i loro cadaveri sepolti sbrigativamente nel bosco". In memoria del rastrellamento del lunedì di Pasqua

Una storia dove la Resistenza rimane solo nell'ombra, dove la furia nazi-fascista mieté sette giovani civili senza alcun perché. È la storia di una comunità ferita, che da allora non smette di conservare il ricordo. Proprio oggi che le memorie dirette stanno ormai scomparendo, è importante tenerne vivo il racconto. A ricostruirlo è Daniele Niccoli, autore del libro "Sesto Fiorentino tra il 1918 e il 1946. Passione e pimpirimpì"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Il Monte Morello è il monte più alto attorno Firenze, l’unico davvero che si può dire "montagna" attorno alla conca fiorentina. Alto poco più di 930 metri non è una grande montagna, ma è piuttosto estesa, e si staglia ben visibile dalla pianura. Nel giorno di Pasquetta del 1944 sui suoi crinali venne versato il sangue di sette persone innocenti, e proprio lì dove un ceppo commemora la loro storia, noi vorremmo iniziare a raccontarla.

 

 In uno dei periodi più bui della storia del nostro paese, quando ancora Firenze era governata dal regime nazi-fascista, coloro che sceglievano la via della resistenza, e quindi della clandestinità, partivano proprio da lì. Dal Morello passavano la maggioranza dei partigiani che operavano nella zona circostante Firenze. Nella zona Sesto Fiorentino in particolare, la frazione di Querceto era un po' la base dei partigiani per andare in montagna.

 

All’inizio del 1944, l’avanzare degli alleati lungo la penisola aveva reso i nazi-fascisti sempre meno fiduciosi sull’esito favorevole della guerra. La popolazione doveva sopportare i loro soprusi, tanta era la preoccupazione per gli uomini al fronte e c’era da fronteggiare anche la fame. Essendo molto vicino alla città e così isolata, la zona del monte e di Sesto Fiorentino era non di rado soggetta a rastrellamenti, rappresaglie e interventi da parte di fascisti e nazisti, talvolta con esiti tragici.

 

Venute a conoscenza di un’operazione della milizia ufficiale prevista per quei giorni di inizio primavera, le forze partigiane locali organizzarono un assalto al treno che conduceva alcune truppe in una vallata vicina, quella del Mugello. "L’attacco non riuscì: fu organizzato male, furono uccisi due partigiani e non riuscì certamente a sventare la rappresaglia, anzi forse peggiorò addirittura la situazione. Alla fine l'operazione vera e propria avvenne il 10 aprile: il lunedì di Pasqua del 1944".

 

A raccontarci questa storia è Daniele Niccoli, sestese e autore del libro Sesto Fiorentino tra il 1918 e il 1946. Passione e pimpirimpì, edito questo marzo da Apice Libri. Il libro va dalla Prima Guerra Mondiale fino al referendum per la Repubblica, e l’autore vi racconta, attraverso fonti e testimonianze, quel paese alle porte di Firenze e il modo in cui eventi si portato nazionale e internazionale ne hanno deviato la storie e la vita di tutti i giorni.

A quel tempo la linea Gustav, a sud di Roma, era prossima alla caduta e i nazi-fascisti si stavano organizzando per organizzare la difesa sull'appennino, quella che sarebbe diventata la linea Gotica, a nord rispetto al Monte Morello. "Molti civili allora venivano ‘arruolati’ per portare gli armamenti, i materiali da costruzione e tutto quello che era necessario su quella che sarebbe stata la linea Gotica qualche mese dopo. In più di una circostanza hanno fatto delle retate di uomini a Sesto, alle pendici del Monte Morello, non perché fossero dei partigiani, ma proprio perché servivano per fare le trincee sull'Appennino".

 

Ecco perché, nella lontana pasquetta del 1944, i cittadini della frazione di Cercina non furono particolarmente stupiti quando i militari vennero a prendere sette persone e le portarono sul monte. "Sembrava che tutto fosse appunto legato a questa situazione: senz’altro dovevano servire da manodopera per i soliti lavori di trasporto. In realtà, fatti pochi metri in altezza, i sette giovani furono trucidati senza nessun perché".

 

I loro nomi erano Bruno FanelliRenzo e Romolo LamporesiAurelio BonaiutiOlimpio e Orlando Bruschi Angelo Covini.

 

Probabilmente si trattò di semplici sospetti di connivenza con i partigiani e soprattutto di rappresaglia per non aver trovato i partigiani in seguito all’attacco al convoglio del Mugello, ma non c’è alcuna prova che lega questi uomini alla Resistenza. Il fatto che rende tutto ancor più drammatico, però, è che non fu avvertito nessuno di questa fucilazione.

 

I giorni successivi i parenti cominciarono a chiedere informazioni in giro, soprattutto a Firenze e alla Fortezza d'Abbasso di Firenze, dove venivano imprigionati gli antifascisti. "Addirittura i secondini della Fortezza d'Abbasso tranquillizzarono queste persone dicendogli che li avevano in custodia nel carcere, di stare tranquilli. ‘Certo erano stati arrestati, ma perlomeno erano vivi’ avranno pensato i familiari. Tutta una menzogna".

 

Passarono cinque giorni prima che la madre del giovane Renzo Lamporesi, girando per il bosco sopra Cercina, trovasse i loro cadaveri. Erano stati sepolti sbrigativamente a poca distanza dalle loro case.

Lo stesso giorno, in vari altri luoghi del monte erano state ammazzate diverse altre persone; e nessuno di loro era un partigiano. "C'era il sospetto magari di qualche contadino che poteva averli aiutati, ma in realtà i partigiani erano stati avvertiti dell’arrivo delle milizie e si erano allontanati".

 

I partigiani rappresentavano la spina del fianco nei confronti delle truppe tedesche, in un momento in cui queste iniziavano i preparativi per quella che sarebbe stata la battaglia di Firenze in estate. "Così il generale Kesselring, con la sua divisione Goering e dei militari della Guardia Nazionale Repubblicana, decise di fare questo tipo di intervento nell’intento di spezzare le reni alla resistenza".

 

In questo caso non si riuscì, anzi ebbe l’effetto opposto. Non soltanto perché non intercettò alcun partigiano, ma anche perché, come raccontato nella relazione dell’ingegner Merlini, podestà di Sesto, dallo sgomento dei civili per quella rappresaglia ingiustificata, i partigiani sul monte Morello si rinforzarono di diverse unità. La popolazione – si legge – "era passata dai soprusi dei ribelli al dolore consequenziale delle azioni tedesche".

 

Nel 2011 il tribunale di Verona condannò all’ergastolo Erich Koeppe e Helmut Odenwald, all’epoca dei fatti ufficiali della Divisione corazzata Hermann Göering, per il reato di concorso in violenza con omicidio contro privati pluriaggravata e continuata. La sentenza fu annullata dalla II sezione della Corte di Appello del Tribunale di Roma ma, dopo l’istanza di ricorso alla Procura militare presentata dal Comune di Sesto Fiorentino e da altre realtà istituzionali, un pronunciamento della Corte di Cassazione dispose un nuovo giudizio in appello. Il 3 dicembre 2014 la Corte d’Appello di Roma ha confermato la condanna all’ergastolo, emessa in primo grado.

 

 Oggi, nonostante le condanne, l’eccidio di Cercina rimane come una ferita aperta sulle pendici del Monte Morello. "Nonostante ormai siano passati ottant’anni, nonostante i testimoni dell'epoca ormai non ci siano più, la volontà di commemorare tutte quelle cose che sono successe su questo monte, a noi così vicino, è rimasta inalterata. Purtroppo di questi ceppi dei caduti sul Monte Morello ce ne sono diversi, così come abbiamo tante date nefaste da ricordare. Però ecco, la volontà, a 80 anni di distanza, di ricordare queste vittime che ci hanno regalato la libertà, insomma, qui a Sesto e Firenze è ancora fortemente sentita".

 

Proprio ora che le memorie dirette si spengono con la morte della gente che le ha vissute sulla propria pelle, è importante tenere vivo il racconto. Ecco perché crediamo che iniziative editoriali come quella di Daniele Niccoli siano preziose, in primis per i giovani sestesi che un giorno potranno leggervi le storie dei loro nonni, di quando si puntarono le armi l’uno contro l’altro, e per tutti noi che viviamo oggi in questa Italia smemorata.

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