Una montagna distante anni luce dai fenomeni di "overtourism" raccontati dalle cronache degli ultimi anni: un'immersione nella Riserva Naturale Monti del Sole
Il territorio incluso nella Riserva naturale dei Monti del Sole, una sette riserve statali del Bellunese, si estende per oltre 3000 ettari tra le Valli del Mis e del Cordevole e rappresenta, indubbiamente, l'anima di un lembo dolomitico nel quale l'azione umana è oggi quasi impercettibile, essendosi fermata agli anni '60 del secolo scorso

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il territorio incluso nella Riserva naturale dei Monti del Sole, una sette riserve statali del Bellunese, si estende per oltre 3000 ettari tra le Valli del Mis e del Cordevole e rappresenta, indubbiamente, l’anima di un lembo dolomitico nel quale l’azione umana è oggi quasi impercettibile, essendosi fermata agli anni ’60 del secolo scorso.
L’alluvione di inizio novembre 1966 ne ha decretato il definitivo abbandono. In precedenza, a parte pochissimi luoghi in cui si praticava il pascolo ovino, lo sfruttamento interessava i boschi, per la produzione di carbone di legna e, in parte, per alimentare le poco distanti miniere di Valle Imperina.

La serie di cime (il nome del gruppo è Feruch-Monti del Sole) non supera i 2400 metri, ma per raggiungerle - impresa destinata ad alpinisti veri e tosti, amanti dei luoghi solitari e impervi - è necessaria una preparazione fisica e anche spirituale di prim'ordine. Le difficoltà di accesso, in assenza di strade, obbligano a risalire dal fondovalle partendo da circa 500 metri di quota, attraverso itinerari con segnaletica incerta o assente, adatti a escursionisti esperti capaci di leggere il territorio, in cui è comunque difficoltoso distinguere deboli tracce invase da arbusti rispetto a passaggi più recenti e ingannevoli frequentati dai camosci.
In quota, a parte il Bivacco Valdo (1580 metri), situato alla base del mitico Circo della Boràla, non esistono altri riferimenti o strutture di appoggio. Qualsiasi escursione richiede un approccio (più mentale che fisico) che esula totalmente dall’idea classica di un normale itinerario dolomitico. Non è il dislivello da superare che impressiona, quanto l’idea che per aggirare le diverse vallecole laterali si debbano percorrere sempre tratti in salita e discesa, ponendo sempre molta attenzione a non scivolare da esili tracce che spesso solcano ardite e affascinanti cenge che interrompono pareti verticali profonde e impressionanti a dispetto delle quote in apparenza modeste.

Il valore naturalistico di questa riserva non consiste tanto nell’eccezionalità della presenza di specie rare, che pure non mancano con i più classici endemismi dolomitici quali Campanula morettiana (scelta come logo del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi), Primula tyrolensis e, soprattutto, Rhizobotrya alpina (unico rappresentante di un genere antico, preglaciale) oltre a interessanti penetrazioni quali Daphne alpina, Silene veselskyi, Adenophora liliifolia. Il valore più significativo è rappresentato dalla sua complessiva "integrità", laddove la Natura non subisce concorrenza o condizionamenti da parte antropica. È un ambiente particolarmente vocato per numerose specie faunistiche, in parte ancora inesplorato per via della sua scarsa accessibilità.
I Monti del Sole esprimono un paesaggio singolare che coniuga tratti profondamente dolomitici con altri di impronta prealpina. Mughete vetuste e spesso impenetrabili, solo in parte solcate da tracce di camosci, che colonizzano estesi versanti e anche sommità cacuminali (es. Le Stornàde). Lembi di foresta rada e invecchiata, con larice e abete rosso, diventano arene di canto del gallo cedrone e anche forcello (Sottogruppo del Pizzon). Pareti e cenge sono attorniate, alla base, da deboli ma sicure tracce frequentate dagli ungulati che vi trovano riparo anche nella stagione invernale (molti covoli e ripari sottoroccia). Numerose sono le forre, a volte inaccessibili, che offrono habitat di rara suggestione in cui i fenomeni di dealpinizzazione (cioè la presenza di specie a quote assai inferiori rispetto al proprio optimum), con una mescolanza di specie legnose che il prof. Pignatti, botanico di fama internazionale, deceduto lo scorso anno (età 94), aveva definito come "bosco giapponese".
Se la qualità naturalistica complessiva non va posta in discussione, sono le emozioni di alcune escursioni ad aver lasciato tracce profonde nell’anima. Per poter apprezzare al meglio i non numerosi sentieri che solcano questi versanti, necessita una preparazione mentale adeguata, disponibilità alla fatica e a qualche imprevisto. In più, capacità di orientamento e di valutare le variazioni atmosferiche. Non ci si dovrà aspettare di ammirare i classici panorami da cartolina mozzafiato, e saper apprezzare il fascino di versanti impervi in cui la Natura svolge il proprio corso, quasi un emblema di sobrietà ed essenzialità.
Nelle varie stagioni, a giornate e orari opportuni, si potranno scorgere, o anche incontrare da vicino, diverse specie animali che, qui più che altrove, vivono indisturbati. Va sottolineato che proprio queste ricorrenti presenze hanno favorito la diffusione delle zecche, qui note da molti decenni e ben prima che fossero chiarite le conseguenze del loro morso (morbo di Lyme, o addirittura encefalite - TBE). Per tale motivo è opportuno essere sempre preparati e attrezzati, ben equipaggiati, premesso che il rischio zero, tranne a quote elevatissime, non esiste. Se non si è grandi esperti di questo territorio, è preferibile evitare escursioni solitarie, specialmente se lunghe e impegnative.

Vi sono luoghi mitici, rimasti nel cuore. La Val Pegolèra, ad esempio, con accesso principale in Val Cordevole presso Agre, conduce verso la Costa dei Faghèr, con lembi di bosco ormai vetusto, di straordinario fascino, e di qui si sale anche con presenza di corde superando l’impluvio della Val Chegador, fino al Van Grant e a quello delle Cacce Alte. Si rammenta una giornata di giugno avanzato in cui piogge intense (purtroppo!) e una successiva schiarita, hanno concesso immagini indimenticabili con cascate da ogni parete, uno scenario tropicale (non fosse per le diverse temperature). Pur fradici e preoccupati da nuove possibili ondate, uno spettacolo indescrivibile in cui si è potuto apprezzare veramente la Natura indisturbata.
Suggestiva anche la Val del Muss, almeno fino al nucleo di faggeta vetusta delle Villotte. Emblematica una scaletta iniziale per attraversare una paretina. Più praticabile la Val di Salét e come non ricordare altre forcelle (Zana, dei Pom). Per alpinisti molto esperti e resistenti anche la salita alle Stornade, immersi nei mughi, o quella più aerea alla Cima del Camin. Al loro confronto appaiono più semplici le salite sul versante della Peralòra, al Van delle Coraie, ai versanti del Pizzon attraverso la Busa del Contron.
Tornando agli aspetti botanici di mia più spiccata competenza, resta il ricordo dei pochi e incredibili pulvini di Daphne alpina sul greto, al Fondo della Pegolèra. Non ha avuto risposta, purtroppo, la curiosità di capire da quale versante potessero provenire, ma non avrei dubbi che si sia trattato di esemplari arrivati sul fondo per fenomeni gravitativi innescati da precipitazioni consistenti e distacco di lembi rocciosi. Sempre sul fondo, a quota un po’ inferiore, anche la popolazione della scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus) è un gioiellino che rafforza la qualità di questi siti.
Destano sorpresa, su un versante completamente carbonatico, piccoli ma significativi nuclei di rovere (Quercus petraea), specie spiccatamente acidofila. La copertura forestale è sempre molto interessante, con formazioni a carpino nero e orniello (orno-ostrieti) su versanti esterni e pendii assolati. Essi lasciano poi spazio al faggio a quote maggiori e/o su pendii più freschi e suoli meno primitivi. Laddove il suolo non riesce, per acclività dei versanti o altri motivi ecologici, a maturare, sono i pini (sia il silvestre che il nero) ad assumere il ruolo di specie guida e dominante, talvolta anche con esemplari di taglia apprezzabile. Tra i pini, in veste arbustiva e non arborea, è largamente prevalente il pino mugo, sia nelle vallate più profonde che in alta quota, spesso con formazioni impenetrabili e di età avanzata come dimostrato da specifiche ricerche nel gruppo del Pizzon. L’abete rosso si associa spesso ai pini o al faggio, specialmente spostandosi verso l’interno del gruppo.
Tra gli arbusti, sempre numerosi, sono caratteristiche alcune formazioni ricche di pero corvino (Amelanchier ovalis) e/o Genista radiata. Sono ampiamente diffusi i rododendri (sia l’irsuto, che scende fino a fondovalle, sia il ferrugineo che segnala la maggiore acidità del suolo). Associate in particolare ai pini, sono strepitose le fioriture primaverili di Erica carnea.
Sui versanti più impervi e ombrosi si scorge il larice che raggiunge anche la sommità pur non disdegnando pendii franosi sui quali si mescola al pino e al carpino nero. Talvolta compete con le betulle, quasi a rievocare un paesaggio primitivo e antico formatosi poco dopo il ritiro dei ghiacci. A quote elevate e sui versanti detritici è sempre il regno delle piante pioniere.

Di speciale attrattività i colori, specie nelle giornate autunnali soleggiate. In proposito resta memorabile un’insolita escursione effettuata a inizio novembre, con l’obiettivo di raggiungere il mitico Bus delle Nèole. Dopo un inizio di giornata avaro di emozioni per via di persistenti nebbie, uno squarcio fortuito ci consentì di ammirare il noto fenomeno del turbinio di nuvole biancastre che fuoriuscivano dalla profonda frattura che collega quel sito con il versante della Val Pegolèra. Doveroso esprimere sincera gratitudine ad alcuni forestali (oggi carabinieri) che con la loro perizia mi hanno aiutato a superare passaggi un po’ scoscesi e intriganti sui quali sarebbe stato severamente vietato scivolare. Si poterono così esplorare versanti percorribili solo da provetti alpinisti, salvo ipotizzare il più moderno ricorso all’uso di droni, espressione di avanzate e moderne tecnologie, ma che penalizzerebbe irrimediabilmente il senso poetico di tali esplorazioni.
A conclusione di giornate spesso assai faticose, anche se con modesti dislivelli complessivi, restava sempre l’impareggiabile sensazione di aver vissuto giornate come parte di una "natura vera e primitiva", da rispettare, pur non avendo compilato lunghi elenchi di piante (o di animali) e tanto meno goduto del ritrovamento di specifiche o autentiche rarità.
Una "full immersion" in ambienti spiritualmente rigeneranti che ci aiuta a riflettere sulle nostre condizioni socioeconomiche, sui criteri valoriali di una montagna distante anni luce dai deprecabili fenomeni di "overtourism" che le cronache di questi ultimi anni ci dispensano e, in definitiva, sul futuro del pianeta in cui abitiamo.
Le fotografie inserite in questo articolo sono state gentilmente concesse da Enrico Canal













