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Ambiente | 10 febbraio 2026 | 12:00

Perché istituire "riserve naturali"? Non sono sufficienti i parchi quali aree protette? La risposta è nella stessa etimologia dei termini

Nel 2026 si celebrano i 50 anni delle Riserve naturali statali bellunesi. Il vero ruolo delle aree protette si compendia nel ruolo fondamentale che deve svolgere la ricerca scientifica, per la conoscenza dei territori e nella sperimentazione delle cosiddette buone pratiche da estendere ai territori limitrofi. L'idea cardine, infatti, resta quella del "laboratorio" da rivolgere all'esterno e al futuro

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Il mezzo secolo rappresenta un traguardo che ben si presta a celebrazioni di natura istituzionale, tanto più che non ricorre con frequenza che l’iniziativa sia partita dal Reparto Carabinieri Biodiversità che, di regola, privilegia un profilo operativo piuttosto che comunicativo-scenografico.

 

Il 16 gennaio, a Feltre, sede del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, e quale primo appuntamento ufficiale nel finalmente ripristinato, dopo anni di interventi di recupero e riqualificazione, Teatro La Sena (detto Piccola Fenice), si è svolto un convegno nel quale sono state richiamate le diverse tappe di questo evento che sarebbe passato sotto silenzio senza un intervento deciso e convinto del Parco e una partecipazione ai massimi livelli istituzionali delle gerarchie degli eredi del Corpo Forestale dello Stato e della cosiddetta "arma benemerita".

 

Esaurita la prevedibile e doverosa serie degli interventi di introduzione e di saluto, con lettura di messaggi importanti da parte di ministri e della neoeletta amministrazione regionale, la parte tecnica si è articolata nella successione di cinque relazioni.

 

Elisabetta Tropea, che attualmente dirige l’ufficio Territoriale della Biodiversità di Belluno, che nel tempo ha di fatto sostituito l’ex Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, ha richiamato le modalità e i documenti con i quali si è riusciti ad acquisire al Demanio Statale, circa 17000 ettari di territori montani che ancor oggi rappresentano il primo nucleo che ha reso possibile, con un decreto del 1990, la nascita del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.

 

Sonia Anelli, direttrice del Parco, ha posto l’accento sulla collaborazione e sui numerosi interventi effettuati con risorse del Parco, nelle strutture (malghe e altri edifici) per favorire un recupero storico-culturale, ma anche funzionale ai fini della sorveglianza nel territorio affidato al Parco.

 

Juri Nascimbene, professore ordinario del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell'Università di Bologna, ha trattato essenzialmente del ruolo svolto dalla ricerca scientifica e dell’importanza della biodiversità proponendo dati che confermano, e anzi amplificano con nuove scoperte, l’eccezionale patrimonio naturalistico, quanto meno per la componente lichenica e altri vegetali.

 

Francesco Sauro, geologo dell’Università di Padova, ha relazionato sull’incredibile e spettacolare sistema carsico dei Piani Eterni, ripercorrendo le tappe della sua esplorazione speleologica, ancora in corso, e della scoperta di nuove specie zoologiche in un contesto che il cambiamento climatico rende sempre più imprevedibile, preoccupante e di fondamentale importanza scientifica.

 

Ha chiuso i "lavori" il sottoscritto Cesare Lasen, primo presidente del Parco Nazionale (1993-1998), geobotanico, richiamando la figura di Alessando Merli, convinto assertore del Parco Nazionale che per tale motivo si era impegnato nell’acquisto dei terreni e nell’istituzione delle Riserve Naturali.

 

Ha poi sottolineato il ruolo svolto da tutti i forestali negli interventi di tutela e anche di natura educativa e, infine, ha argomentato una caratterizzazione delle 7 riserve che erano oggetto del 50° compleanno, sintetizzando per ognuna di esse i caratteri identitari ricorrendo a episodi e aneddoti dettati dall’aver vissuto in prima persona tali momenti storici. Dal cuore selvaggio del Parco nella Riserva dei Monti del Sole alla Busa delle Meraviglie in quella delle Vette. Santuari naturalistici che non hanno perso fascino e che l’istituzione delle Riserve naturali ha contribuito ad alimentare.

 

La scarna e ultra-sintetica cronaca dell’evento non esaurisce, peraltro, le riflessioni che l’evento ha suscitato, a partire dalla conclusione. Non abbiamo un pianeta B di scorta e le vere risorse del globo terrestre sono la biodiversità e la funzionalità dei suoi ecosistemi prossimo-naturali. Senza di essi non vi sarebbe futuro.

 

Ulteriori spunti emersi nell’incontro vertono, come è stato sottolineato da tutti nei vari interventi, responsabili del comparto forestale e di tutte le istituzioni in primis, sull’indifferibilità di adottare azioni congrue e urgenti, assumendosi precise responsabilità, al fine di evitare che a pagare le maggiori conseguenze del degrado ambientale e del cambiamento climatico in atto siano le future generazioni.

 

Ci si potrebbe chiedere: ma perché istituire "riserve naturali", non sono sufficienti i parchi quali aree protette e gioielli di famiglia da valorizzare? La risposta è nella stessa etimologia dei termini. Un Parco implica, almeno sostanzialmente, una priorità per la fruizione da parte delle comunità, siano esse di residenti o di turisti. Riserva pone invece l’accento, in particolare, su un aspetto di conservazione del bene, del territorio.

 

Ovviamente è sempre auspicabile, attraverso una seria pianificazione e la condivisione con le diverse componenti sociali, individuare punti di equilibrio per evitare, come purtroppo si verifica in diversi contesti, che prevalgano forme di valorizzazione turistica ed economica a scapito della tutela naturalistica, oppure l’apposizione di rigide regole e divieti che accentuano il regime vincolistico scoraggiando iniziative locali di vera partecipazione.

 

In altri termini si dovranno sempre evitare, rispettando il principio che un’area protetta nasce per motivi di tutela naturalistica del suo patrimonio, interventi che finiscano o per favorire gestioni di natura essenzialmente burocratica che fanno perno sul pur necessario nullaosta, o concessioni scarsamente o per nulla sostenibili su base ecologica, che rischino di far degenerare alcune attività in una sorta di lunapark. La sintesi, il vero ruolo delle aree protette, parchi o riserve che siano, si compendia nel ruolo fondamentale che deve svolgere la ricerca scientifica, per la conoscenza dei territori e nella sperimentazione delle cosiddette buone pratiche da estendere ai territori limitrofi. L’idea cardine, infatti, resta quella del "laboratorio" da rivolgere all’esterno e al futuro.

 

Nell’evento celebrato a Feltre, i diversi attori istituzionali si sono espressi in questa direzione e per fortuna possono essere considerate superate le diatribe che hanno caratterizzato la fase iniziale dell’avvio del sistema dei parchi a partire dalla legge quadro del 1991. Dovrebbe valere anche per le contrapposizioni tra i diversi organismi (nazionali, regionali, locali) e ciò richiede la leale collaborazione. Ne va del nostro futuro che non può essere sostenibile se si continua ad aumentare l’impronta ecologica al punto che a fine luglio si va già a debito avendo consumato le risorse che la natura mette a disposizione nell’anno corrente.

 

La scommessa diventa, quindi, che tale consapevolezza si traduca in atti coraggiosi in palese controtendenza rispetto a quanto le cronache constatano quotidianamente.

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