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Cultura | 23 maggio 2026 | 12:00

Affermò di aver visto in Patagonia un uomo di statura gigante, "che stava nudo ne la riva del porto". Le parole di Antonio Pigafetta hanno contribuito a costruire il mito di una tra le regioni più celebri al mondo

E se la Patagonia non fosse solo uno skyline, infinitamente riprodotto, e per questo ormai logoro? Per rispondere a questa domanda può tornarci utile ripercorrere le impressioni che Antonio Pigafetta ha riportato nei suoi diari scritti durante la prima circumnavigazione del globo, alla quale partecipava in veste di cronista

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
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Festival AltraMontagna

E se la Patagonia non fosse solo uno skyline, infinitamente riprodotto, e per questo ormai logoro? E se al di là dei celebri profili montuosi fosse anche un immenso deserto, uno sconfinato spazio alla fine del mondo?

 

Per rispondere a queste domande può tornarci utile ripercorrere le impressioni che Antonio Pigafetta ha riportato nei suoi diari scritti durante la prima circumnavigazione del globo, alla quale partecipava in veste di cronista.

 

L’autore, non appena giunge in questa terra inesplorata, la descrive come uno spazio desertico, privo di figure umane e connotata da una totale assenza di "civiltà" - Quivi stessemo dui mesi senza vedere persona alcuna - inoltre afferma sia abitata da giganti dalle sembianze mostruose - Un dì a l'improvviso vedessemo un uomo, de statura de gigante, che stava nudo ne la riva del porto, ballando, cantando e buttandose polvere sovra la testa. […] Il capitano generale nominò questi popoli Patagoni -.

 

Antonio Pigafetta accompagnò, tra il 1519 e il 1522, Ferdinando Magellano, nell’avventurosa ricerca di una nuova rotta commerciale per raggiungere l’oriente. Fu così che si diressero verso sud-ovest e riuscirono a superare il continente americano, grazie alla scoperta e al passaggio dello stretto che prese poi il nome di stretto di Magellano. Dopo numerose peripezie, degne di un’epopea, durante le quali Magellano stesso perse la vita, Pigafetta fece ritorno in Spagna, diventando così il primo uomo ad aver dimostrato che la Terra fosse tonda e grazie ai suoi diari lo raccontò al mondo.

 

L’atteggiamento di Pigafetta nei confronti degli sterminati spazi che gli si aprono di fronte agli occhi è quello di un uomo del Cinquecento e, dunque, di un fedele scudiero che accompagna il suo cavaliere in mirabili imprese. Non sorprende perciò che dalla sua narrazione emerga il mito della conquista e un filtro letterario improntato sull’esotico, tipico della letteratura di quei secoli. (Basti pensare al Furioso di Ariosto, o al Don Chisciotte di Cervantes).

 

Proprio alla luce di questi elementi comprendiamo il senso di descrivere gli indigeni come dei giganti, ma anche l’origine del toponimo Patagonia: non è estranea alla letteratura cavalleresca l’immagine del gigante per trasmettere il senso di meraviglia che suscita uno spazio visto per la prima volta. L’immagine del gigante, inoltre, permette a Pigafetta di trasmettere, a un ignaro lettore, la vastità del luogo in cui si trova e le sensazioni di spaesamento che può provare un uomo agli antipodi del mondo allora conosciuto.

 

La figura meravigliosa del gigante, intenso in senso figurato, quindi elemento enorme e smisurato, sta all’origine del nome Patagonia: per lungo tempo si è pensato che il termine facesse riferimento ai piedi dei giganti avvistati (pata in spagnolo significa piede). Moderne ricerche, invece, propongono una nuova ipotesi, cioè, che, per il termine Patagonia, Pigafetta si sia ispirato a Patagon protagonista di un romanzo cavalleresco in lingua spagnola molto famoso in quegli anni. Patagon rappresenta l’iconografia del deforme e del brutale, creatura bizzarra assimilabile al mondo animalesco: testa di cane, gambe da cervo, che si tranquillizza solo in presenza delle donne.

 

"Li pochi capelli che aveva erano tinti de bianco: era vestito de pelle de animale coside sottilmente insieme; el quale animale ha el capo et orecchie grande come una mula, il collo e il corpo come uno camello, le gambe di cervo e la coda de cavallo; e nitrisce come lui".

 

Il riferimento, nemmeno così cifrato, a Patagon diventa elemento essenziale per riuscire a raccontare l’indicibile novità dell’impresa di Magellano, la letteratura si fa strumento per inserire l’unicità di questa esperienza in un immaginario condiviso: l’uso di luoghi comuni, di immagini riprese dalla letteratura e della cultura europea, in particolare spagnola, rappresentano certo una strada incerta e precaria, ma l’unica percorribile da Pigafetta per traghettare l’ignoto nel noto, l’inesprimibile nel dicibile.

 

Lo spazio patagonico viene, dunque, scoperto e inventato a partire da un viaggio e dalla sua narrazione. Fin da questa prima testimonianza scritta diviene oltre ad essere uno spazio geografico, anche uno spazio mentale e letterario.

 

Il sud del continente americano, durante i secoli successivi è meta di numerosissimi e famosi racconti di viaggio. Dedicano pagine a questa terra autori come Darwin, Sepulveda, del Giudice e Chatwin, che danno vita a una tradizione letteraria che associa a questo luogo ideali tendenti all’assoluto: il viaggio in Patagonia non rappresenta un mero viaggio di piacere, ma si carica di un’esperienza inimitabile, si innalza a viaggio verso l’ultimo confine del mondo, all’estrema frontiera incontaminata.

 

Questa terra mai prima vista e conosciuta dall’uomo europeo, si eleva così a emblema della totale alterità e dell’assoluta assenza: uno spazio di libertà, di fuga dalla modernità e nomadismo, una meta mitica e una terra di miti, che tutt’ora affascina e attrae a sé turisti, viaggiatori, scrittori, studiosi, avventurieri da ogni angolo del pianeta.

 

 

In copertina: fotografia a destra di Annalisa Parisi

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