"Se considerassimo gli alberi esseri umani, come potremmo accettare di tagliarli qualora rischiassero di cadere mettendo a rischio delle vite?". Da Instagram al bosco con From Roots to Leaves

"La realtà è che la nostra relazione con la natura non dovrebbe essere né di antropomorfizzazione né di sfruttamento assoluto, ma di equilibrio e simbiosi". Venerdì 5 giugno, alle 17:30, Riccardo Rizzetto sarà a Pallazzo Baisi, di Brentonico, per il Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo". Sarà tra gli ospiti del talk "Come raccontare le foreste"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
From Roots to Leaves è un progetto di intrattenimento e divulgazione scientifica su ambiente, piante ed ecologia, nato - per passione e per impegnare il tempo in quarantena - dal giovane dottore forestale Riccardo Rizzetto nel 2020. Nel tempo, è diventato molto di più: oggi conta oltre 120mila follower sui social e quasi seimila iscritti sul canale YouTube.
Attraverso i suoi canali racconta l'ambiente attorno a noi, impegnandosi sempre a mantenere correttezza scientifica e sforzandosi al contempo di incuriosire ai temi ambientali e forestali anche ai non addetti ai lavori. "In questo progetto c'è tutto me stesso", racconta Rizzetto. "Ci sono le competenze ambientali e botaniche del Dottore Forestale, c'è la creatività del Green Interior Designer, la fantasia dello storyteller, la pazienza del ricercatore e un briciolo di sana ironia che non guasta mai".
Nel 2024 ha pubblicato un libro dal titolo Quello che le piante non dicono, che vuol essere un viaggio sorprendente alla scoperta delle piante: siano esse al mare, in montagna, in un prato o su una mensola di casa. Il tutto con una raccomandazione per i lettori: "di non ridurvi mai come me, a origliare di nascosto i loro discorsi per spifferare tutto in un libro".
Venerdì 5 giugno, alle 17:30, Riccardo Rizzetto sarà a Pallazzo Baisi, di Brentonico, per il Festival de L’Altramontagna "Il Fiore del Baldo". Sarà tra gli ospiti di Come raccontare le foreste, un talk tra esperti del settore cui parteciperanno anche Luigi Torreggiani (giornalista e dottore forestale), Marco Ferrari (biologo e divulgatore scientifico), Paola Barducci "ForestPaola" (dottoressa forestale e divulgatrice), Alessandro Blasetti (Unicam), Marco Bussone (presidente Pefc).
In attesa dell’evento, ci siamo fatti raccontare da Riccardo Rizzetto il progetto From Roots to Leaves, le sue forme di divulgazione e alcune esperienze maturate da dottore forestale. Abbiamo parlato di diverse categorie di "forestali", di quello che le piante non dicono (se solo potessero dire), e di gestione come "simbiosi mutualistica".
Com’è nato "From Roots to Leaves" dal tuo lavoro?
La pagina è nata da un progetto che avevo da tempo nel cassetto: raccontare quelle che erano le mie passioni e i temi legati ai miei studi: botanica, ecologia, foreste. Solo con l’arrivo della pandemia, e con il fatto di essere chiusi in casa senza praticamente nulla da fare, si è creata la possibilità concreta di realizzare questo progetto. Inizialmente è nato su YouTube. Non ho voluto chiamarlo "Riccardo Rizzetto" perché ho sempre pensato che un giorno potesse diventare un progetto editoriale più ampio, non necessariamente legato soltanto alla mia persona, così ho scelto "From Roots to Leaves".
Più tardi mi sono "obbligato" ad aprire anche Instagram, che personalmente non usavo, e ho iniziato a comunicare anche su quel canale. Pian piano, lo stile che mi ha sempre contraddistinto mi ha permesso di ottenere i numeri che ci sono oggi: un po’ per casualità, un po’ (mi piace pensare) per competenza. Per molto tempo il grosso del lavoro si è concentrato su Instagram, mentre YouTube è stato un po’ accantonato perché richiede molto più tempo e non è compatibile con la mia professione. Il mio lavoro da "content creator" è solo una parte, ma resto sempre prima di tutto un professionista del settore, cioè un dottore agronomo forestale.
Ho sempre mantenuto l’idea originale di un progetto editoriale più ampio. Adesso, per esempio, sto lavorando con un altro ragazzo, anche lui forestale, per tornare su YouTube e produrre contenuti più approfonditi, perché siamo un po’ insoddisfatti della comunicazione molto superficiale e veloce che oggi impone Instagram. Dentro questo piano editoriale rientra anche la scrittura del libro, insieme a conferenze, agli incontri nelle scuole e tutto ciò che arriva quasi come conseguenza naturale del progetto.
Qual è la differenza tra guardie forestali, operatori forestali e dottori forestali?
Le guardie forestali appartengono a un corpo militare, sono lavoratore alle dipendenze dello Stato o delle regioni. La vecchia guardia forestale nazionale ora è accorpata ai carabinieri, quindi in quasi tutte le regioni ci sono i carabinieri forestali. Fanno eccezione quelle a statuto speciale, dove rimane il corpo forestale regionale. Le loro mansioni ad ogni modo sono riconducibili a incarichi di controllo: contro il bracconaggio, o a vigilare il rispetto delle varie leggi forestali e agrarie legate al paesaggio.
Per quanto riguarda gli operatori forestali, invece, sono una grandissima categoria che raccoglie tutte quelle persone che lavorano nel mondo forestale, principalmente per quelli che sono interventi di manutenzione, di taglio, di esbosco e via dicendo sul nostro patrimonio forestale. Sono degli operatori proprio pratici, manualmente o con mezzi meccanici, che si occupano di mansioni che vanno dall'esbosco fino al contrasto alle invasioni della specie esotica.
Il dottore forestale è un professionista ordinistico, quindi iscritto ad un albo professionale italiano (quello dei dottori agronomi e dottori forestali). In quanto professionista si occupa soprattutto di consulenza e progettazione. Se la guardia forestale è un organo di controllo, e l’operatore forestale è la componente pragmatica di intervento, il dottore forestale è invece quella parte progettuale, di strategia e pianificazione che viene coinvolta a diversi livelli, e in diversi contesti. Dalla progettazione del verde urbano (che è quello di cui mi occupo io); alla pianificazione dei tagli nelle aree boschive (quali piante, quando tagliarle, come tagliarle ecc.); fino alle valutazioni di impatto ambientale. È una professione molto eclettica.
Tu ti servi molto dell’umorismo e del senso dell’assurdo. Quali sono le chiavi per comunicare temi così tecnici ad un pubblico esteso come quello di Instagram?
Le piattaforme come Instagram (per YouTube il discorso è un po’ diverso) sono costruite prima di tutto per l’intrattenimento. La soglia dell’attenzione è molto più bassa rispetto ad altri contesti, quindi tutto ciò che riesce a catturare l’attenzione e a far passare il tempo in modo piacevole ha più probabilità di funzionare. Questo non significa che non possano funzionare anche contenuti più seri o tecnici, ma i contenuti che crescono di più sono quelli capaci anche di intrattenere.
Per questo l’ironia, l’assurdo o situazioni strane che strappano un sorriso diventano strumenti utili: servono a catturare l’attenzione e poi, eventualmente, introdurre contenuti più scientifici. Quando invece si insiste su una divulgazione estremamente tecnica e approfondita, Instagram non è il posto giusto. Anche per motivi strutturali: raccontare bene le cose richiede tempo, ma la piattaforma non premia i contenuti lunghi. Se scrivo troppo in un post, non funziona. Se faccio video troppo lunghi, idem. E per temi forestali o ecologici, superare i tre minuti è facilissimo se si vuole davvero approfondire.
La chiave, secondo me, è la semplificazione. Semplificare non significa banalizzare: significa scegliere con attenzione quali informazioni dare, accettando di rinunciare ad altre. Ci sono delle eccezioni, temi che possono funzionare anche con contenuti più seri perché vicini alla quotidianità delle persone, ma la divulgazione ambientale o tecnico-scientifica, invece, è spesso più distante dall’esperienza diretta. Allora bisogna trovare agganci emotivi o quotidiani. Per esempio, nel mio caso, succede facilmente quando si parla di potature o abbattimenti di alberi in città: le persone vedono quelle cose ogni giorno, si indignano oppure le approvano, ma in ogni caso hanno un’opinione. Da lì si può aprire un discorso divulgativo.
Nel tuo libro "Quello che le piante non dicono" le piante parlano tra loro. Come mai hai scelto questo espediente narrativo? E quali sono i pro e i contro di umanizzare la natura?
Le piante ovviamente non parlano. Il titolo stesso, Quello che le piante non dicono, nasce proprio da questo: da un lato richiama la canzone "Quello che le donne non dicono", dall’altro allude al fatto che le piante non dicono proprio nulla. Sappiamo che comunicano in tanti modi diversi, ma non parlano. Nel libro l’ho specificato chiaramente: ho scelto di dare alle piante caratteristiche umane come strategia narrativa, ma senza mai confonderle con gli esseri umani. Sono organismi biologicamente diversi da noi.
Ho scelto questo espediente soprattutto per coinvolgere il lettore. Un saggio scientifico parla a un pubblico già interessato al tema; io invece volevo creare qualcosa di immersivo e piacevole da leggere. Così ho immaginato dialoghi assurdi tra piante, che ovviamente nella realtà non esistono. Però dentro quell’assurdo ho inserito contenuti reali, considerazioni ambientali, ecologiche e botaniche.
Il rischio dell’antropomorfizzazione esiste ed è importante. Se umanizzo troppo una pianta, rischio di considerarla esattamente come un essere umano, e questo crea confusione. Se, per esempio, un albero è pericolante vicino a una scuola, io lo taglio perché la priorità è la sicurezza delle persone. Ma se quell’albero viene percepito come "un essere umano", allora diventa difficile accettare quel tipo di scelta. Allo stesso tempo, però, c’è anche il rischio opposto: considerare le piante "solo piante" e quindi banalizzare la loro importanza biologica. La realtà è che la nostra relazione con la natura non dovrebbe essere né di antropomorfizzazione né di sfruttamento assoluto, ma di equilibrio e simbiosi.
Potremmo riassumere quest’idea nel concetto di gestione?
Io parlo sempre di simbiosi mutualistica tra l'essere umano e le piante. Questa simbiosi mutualistica, quindi costruita su un dare e avere, trova una sua grande epifania nella gestione. La gestione forestale è una forma di simbiosi, perché mette in relazione l'uomo, che dipende fortemente dalle foreste, e le foreste, le quali anch’esse dipendono dall'uomo.
Ora, un naturalista ti direbbe che le foreste non dipendono dall'uomo, le foreste esisterebbero anche senza l'uomo ed è assolutamente corretto. Ma, soprattutto in un territorio come il nostro, l'uomo c'è e ha plasmato boschi e foreste nel corso dei millenni. Pertanto, fin tanto che nell'equazione ci sono sia le foreste che l'uomo, bisogna capire qual è la relazione fra i due. Una non-relazione non è pensabile, perché inevitabilmente le due componenti interagiscono fra di loro.
Chiaramente ci sono modi di interazione equilibrati e altri squilibrati. La deforestazione è un modo evidentemente squilibrato per la sopravvivenza di entrambi perché è io prevarico su di te, ma poi rimango senza tutti quanti i benefici che tu producevi. A parti invertite, lasciare a sé stesso un bosco su un pendio scosceso, sotto cui magari c'è un abitato, è un rischio enorme perché aumenta la possibilità di cedimenti e di frane. Ci sono luoghi in cui l'uomo non c’è e non ha motivo di entrare, come la foresta pluviale, ma ce ne sono altri (ed è il caso dei nostri boschi) in cui è perfettamente lecito - se non dovuto - che ci sia un approccio di simbiosi basato sulla gestione, che è in fondo anche una forma di responsabilizzazione.













