Salendo sui ghiacciai "capita di trovare resti di soldati. Ma anche insetti, farfalle o uccellini morti a 3500 metri. E ti chiedi: 'Come sono arrivati quassù?'"

"Quando sali per misurare in ghiacciaio devi avere veramente un approccio multidisciplinare, ti accorgi presto che non sono solo pezzi di ghiaccio, ma archivi di storia". Sabato 6 giugno, alle ore 11, il Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo" ospiterà la presentazione del libro "Ghiacciai del Trentino", vincitore del 52° Premio Itas 2026 per la sezione Ricerca e ambiente. Ne parliamo con Cristian Ferrari, presidente Sat e curatore del volume, che sarà con noi all'evento insieme a Enrico Cereghini, coordinatore del Premio Itas. L'appuntamento è a Palazzo Baisi a Brentonico ed è a ingresso gratuito

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sabato 6 giugno, alle ore 11, il Festival de L’Altramontagna "Il Fiore del Baldo" ospiterà la presentazione del libro Ghiacciai del Trentino, a cura di Cristian Ferrari e Alberto Carton con il contributo di ben quarantanove autori, vincitore del 52° Premio Itas 2026 per la sezione "Ricerca e ambiente". A ciascuno dei ghiacciai afferenti ai sei gruppi montuosi di pertinenza trentina è dedicata una scheda monografica spesso accompagnata da un eccezionale corredo fotografico e iconografico.
Utilizzando come filo conduttore i ghiacciai e le loro forme più nascoste, anche celate nel sottosuolo, l’opera racconta la storia di questi ambienti unici e fragili, seguendo l’evoluzione nel tempo della loro morfologia e di quella delle zone circostanti. La narrazione scientifica, arricchita da mappe storiche, da rilievi cartografici recenti e da pregevoli confronti fotografici, si intreccia con il racconto delle prime esplorazioni alpinistiche e con storie di uomini e donne che sui ghiacciai hanno vissuto e combattuto. Il testo pone l’attenzione sulle dinamiche di questi ecosistemi e su come la loro fragilità porti a interrogarsi sulle implicazioni ecologiche legate agli effetti dei cambiamenti climatici, con la formazione di nuovi ambienti e la perdita di biodiversità. Un viaggio che, attraverso le mutazioni della natura, invita a riflettere sulla relazione tra il nostro futuro e il destino delle montagne.
All’evento parteciperanno Cristian Ferrari - già presidente della Commissione Glaciologica Sat, oggi presidente generale della Società Alpinisti Tridentini -, ed Enrico Cereghini, coordinatore del Premio Itas. L’incontro - come sempre ad ingresso gratuito - si terrà nella sede di Palazzo Baisi, a Brentonico (qui il programma completo del Festival).
In attesa della presentazione, una breve intervista al curatore del volume e presidente Sat, Cristian Ferrari offre qualche anticipazione a chi ancora non avesse potuto sfogliare Ghiacciai del Trentino. Ecosistemi di alta quota tra storia e ricerca.
Perché in questo periodo storico c’era l’urgenza di un volume come "Ghiacciai del Trentino"?
Il libro nasce da un lavoro condiviso tra la Sat, il Muse, l’Università di Trento, la Fondazione Mach, la Fondazione Museo Civico e tante altre realtà che da anni studiano i ghiacciai da punti di vista diversi.
Penso, per esempio, alla Fondazione Museo Civico di Rovereto, che studia come le piante si spostano e seguono il ritiro dei ghiacciai, oppure agli studi sui pollini trovati nel ghiaccio, alla qualità delle acque, o ancora al recupero di reperti storici dalle zone glaciali.
Tutti raccoglievano dati importanti, ma mancava una lettura d’insieme, ed era doverosa per capire a fondo il fenomeno. Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’estate del 2022, i ghiacciai sono cambiati in maniera davvero impressionante. Quel cambiamento andava fissato e raccontato: bisognava spiegare cosa c’era prima, cosa sta succedendo adesso, con i numeri ma anche con le storie e le testimonianze.
Per questo si è deciso di mettere insieme competenze scientifiche diverse e raccogliere non solo gli studi, ma anche il lavoro fatto sul campo negli anni. I ghiacciai trentini oggi sono in una fase di trasformazione molto rapida e visibile: chi li frequenta si rende conto del cambiamento ancora prima delle misurazioni scientifiche.
Tutto questo sforzo collettivo è stato infatti riconosciuto dal Premio ITAS "Ricerca e Ambiente". Il volume racconta anche la storia dell’interesse antropico per questi ambienti così inospitali. Quando si è iniziato a studiare i ghiacciai?
Il ghiacciaio è stato usato come strumento per raccontare le evoluzioni anche del mondo che gli sta tutt’attorno. I primi studi in Trentino sono iniziati con le prime misurazioni legate ai catasti austriaci, per capire quali erano i confini del territorio. Questo richiedeva di spostarsi sulle cime e di conseguenza attraversare i ghiacciai. Il primo salitore dell’Adamello, Julius Payer, per esempio, era un ufficiale cartografico austroungarico. Lui aveva certamente la passione per l’alpinismo ma ha anche riservato notevole attenzione alla costruzione di cartografia: le sue cartografie ci hanno permesso di avere testimonianza di com’era allora l’Adamello.
Altri documenti li troviamo nelle prime mappe del Deutsch Alpenverein, che nascono con l’obiettivo alpinistico di esplorare queste montagne: i secondi a solcare i ghiacciai trentini furono infatti anche alpinisti stranieri, tedeschi e inglesi soprattutto, a inizio Novecento. E poi furono i turisti ricchi a iniziare a salire le montagne, che si potevano quindi permettere delle fotografie, che oggi sono un'altra testimonianza storica preziosissima. Grazie a queste abbiamo fatto degli scatti dalla stessa posizione, che facessero da confronto a centoventi, centotrenta, centoquarant’anni dopo, per vedere com’è cambiato il ghiacciaio da allora.
Il libro spiega anche nel dettaglio come si è modificato il ghiacciaio, cosa è successo. E siccome la storia non inizia alla fine dell’Ottocento, il libro racconta anche la formazione delle valli trentine con le glaciazioni precedenti, i cui segni sono ancora presenti nel territorio. In mezzo ci sono le storie degli uomini, che sono stati costretti a vivere e a muoversi sul ghiacciaio, con la Grande Guerra. Il capitolo parla di "Vita sui ghiacciai", la prima volta ch e l’uomo va a vivere sul ghiaccio perché costretto, e si racconta le difficoltà logistiche a trasferirsi in luoghi non adatti alla vita.
Oggi c’è un forte interesse per le forme di ghiaccio ipogee. Quando si è iniziato a esplorarli e perché è importante studiarli?
Quelli ipogei non sono propriamente ghiacciai, ma sono spesso chiamati anche così, ed entrano a pieno diritto nell’oggetto di indagine del libro.
Alcuni sono noti perché erano utilizzati con scopi secondari, penso al Bus del Giaz, in Paganella, poi coperto e rimesso a posto durante la costruzione delle piste, racconta di come gli abitanti di Molveno e Andalo usassero queste cavità durante l’estate per prelevare ghiaccio o neve compattata formatasi durante l’inverno per altri utilizzi. Quelle sono grotte naturali, fenomeni simili accadevano in Lessinia dove però le grotte erano scavate artificialmente.
Più tardi nascerà una vera e propria esplorazione delle cavità rocciose, soprattutto nel Gruppo del Brenta (il più ricco da questo punto di vista), ma anche nell’Altopiano della Vigolana. Queste forme di esplorazione si fermano nel momento in cui si trova il ghiaccio nel fondo della grotta: non si è andati propriamente a cercare il ghiaccio, lo si è trovato. Così però si è iniziato a documentarlo, diciamo agli inizi del Novecento. Più tardo nascono le prime imprese più propriamente scientifiche, e con esse la scelta di fotografarle anno dopo anno, perché si rendono conto che questo ghiaccio, seppur lentamente, sta subendo gli stessi effetti dei ghiacciai esterni.
Il ghiaccio in grotta nasce perché le correnti d’aria che attraversano le cavità subiscono un forte raffreddamento all’interno della montagna, e, condensandosi, l’acqua presente nell’aria si congela. Essi sono un ottimo termometro di quel che sta succedendo, in modo diverso naturalmente: per esempio notando che essi non crescono più.
Perché è nata la Commissione Glaciologica Sat? Quali sono le sue prerogative?
La Sat ha studiato questi ghiacciai fin dall’inizio del Novecento, ma anche prima. Molti glaciologi che lavoravano per il Comitato Glaciologico Italiano erano soci della Sat. È solo negli anni Novanta che la Società Alpinisti Tridentini parte con una Commissione Glaciologica propria. Così si comincia a fare un primo catasto: ci si prende l’impegno di andare su questi ghiacciai, che già erano stati studiati, come operatori del Comitato Glaciologico Italiano, con l’obiettivo di fotografare il ghiacciaio di anno in anno e misurare l’arretramento delle fronti.
Questo è ciò che abbiamo portato avanti sin dall’inizio. Ciò che è cambiato sono le tecnologie: se una volta le foto erano in pellicola, ora le foto sono in digitale e da drone; se una volta facevi le misurazioni con la cordella metrica, ora lavori con il distanziometro laser o con la fotogrammetria aerea, da drone e da satellite. Gli studi via via sono aumentati, scoprendo anche, ad esempio, quanta acqua perde il ghiacciaio di anno in anno.
Se, da un lato, gli studi aumentano di pari passo all’aumentare delle tecnologie; dall’altro, mano a mano che passa il tempo alcuni ghiacciai scompaiono, e sparisce dunque la materia prima sulla quale fare ricerca. Ed è il motivo per cui è importante fare questi studi, e farli ora.
Se oggi camminiamo sul Pian di Neve, la zona pianora sotto la cima dell’Adamello, stiamo calpestando il ghiaccio degli Anni Ottanta: ciò significa che tutto il ghiaccio che si è formato dopo è andato perso, e si è portato con sé tutte le informazioni che conteneva.
Ecco perché alcuni enti di ricerca han fatto dei carotaggi in Adamello sebbene oggi non siano in grado di studiarli a pieno: è importante raccoglierli e fermarne i dati, cosicché tra trenta - quarant’anni, sapremo forse trarne informazioni importantissime.
Le avventure di un glaciologo. In che modo ghiacciai così conosciuti rimangono sempre uno spazio di esplorazione?
Quelli del Trentino sono ghiacciai piccoli, quindi non ci sono avventure particolarmente eccitanti: abbiamo sempre portato a casa la pelle quantomeno.
Però è impressionante come, in alcuni anni, la superficie del ghiacciaio era totalmente coperta dalla neve del deserto per le condizioni ventose di quell’inverno. Questa velocizza di molto la fusione: la polvere essendo più scura trattiene il calore del sole durante il giorno, rilasciando molto calore e catalizzando la fusione.
Poi ci sono anni in cui troviamo pochissima neve, anche quest’anno nella parte più alta ce n’erano soltanto due metri e mezzo, e anni in cui ce n’era talmente tanta che non riuscivamo a scavare la neve per arrivare a toccare il ghiaccio sotto (di solito questi scavi si fanno in maggio). Siamo arrivati a tagliare la neve con la motosega qualche volta, per fare buchi fondi fino a sei metri.
Altre volte trovi insetti, farfalle o uccellini morti a tremilacinquecento metri. E ti chiedi: "Come sono arrivati quassù? A tentare di attraversare un ghiacciaio di diversi chilometri di lunghezza?".
Poi capita anche di trovare vestigia della guerra, anche resti dei soldati. Abbiamo trovato scarpe, vestiti, proiettili, bombe: segni di vita di persone che sono state lì più di un secolo fa.
Quando sali per misurare in ghiacciaio devi avere veramente un approccio multidisciplinare, ti accorgi presto che non sono solo pezzi di ghiaccio, ma archivi di storia.













