"Rischiò di essere fucilato dai partigiani: fu salvato da Gianni Rodari che gli firmò un lasciapassare". I monti, gli alberi, le figure umane: il paesaggio di pietra di Mario Sironi sullo sfondo del fascismo

L'artista, nato a Sassari cento quarantuno anni fa, dopo aver inizialmente incoraggiato la nascita del Fascismo, ne prese le distanze scorgendone il vero volto. Tra temi di matrice futurista e ideali di ricongiungimento con la classicità, escono una serie di paesaggi caratterizzati da una pennellata tumultuosa: qui, a volte in lontananza, ma spesso in primo piano, Sironi inserisce montagne: montagne di solitudine, osservate da vicino ma sempre ripensate a posteriori

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Tra bozzetti scenografici, illustrazioni, pitture murali, prove pubblicitarie, temi di matrice futurista, grigie visioni di periferie urbane e ideali ricongiungimenti con la classicità, dal ricco fondale di uno dei maggiori artisti del ‘900 italiano - Mario Sironi - escono una serie di paesaggi caratterizzati da una pennellata ancora più tumultuosa del solito. Qui, al loro interno, a volte in lontananza, ma spesso in primo piano, l’artista inserisce montagne. Montagne dolomitiche, osservate da vicino durante i soggiorni a Cortina, ma ripensate successivamente tra le pareti dello studio.
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Di quei rilievi, ne rimane la consistenza volumetrica: imponenti blocchi rettangolari o piramidali, collocati al centro della composizione o disposti dall’artista in ritmata sequenza, così da conferire allo spazio un’efficace sintesi compositiva. In queste tele il colore, ispessendosi, diviene pietra. Tutto è pietra. Con i monti, gli alberi, le poche figure, perfino il cielo si fa pietra. Sironi, lontano dai proclami del Ventennio, si affaccia col cavalletto in un tempo senza tempo, quando il silenzio dei primordi e quello del divenire si congiungono, registrando in questi paesaggi la propria solitudine interiore.

Nato a Sassari cento quarantuno anni fa, il 13 maggio 1885 (morirà a Milano nel 1961), quasi ogni sua biografia tende a circoscrivere gli anni della solitudine, compattandoli dopo la caduta del Fascismo. Allo smarrimento interiore si presta meno attenzione. In ogni caso, anche la storia ci dice che una parte importante degli artisti che avevano incoraggiato la nascita del Fascismo, fiancheggiandone con sincerità il sogno ideale, ben prima della sua caduta ne aveva preso le distanze, scorgendone il vero volto. Tra questi Mario Sironi, indubbiamente una delle voci culturali più autorevoli e rappresentative di quegli anni.

Lui, come molti altri, più che bandiere, cercava un ricongiungimento con la grande tradizione figurativa italiana, esauriti i moti rivoluzionari delle avanguardie artistiche. Un sentire comune che andava espandendosi nel nostro paese, differenziato però dalla diversità dei caratteri espressivi. L’artista, in sostanza, non rinunciava alla propria indole, esprimendo elementi identitari non graditi al Regime. Tanto è vero che un personaggio come Farinacci, dopo aver capito di non poter utilizzare la pittura di Sironi come megafono, durante un intervento parlamentare sferrò nei suoi confronti un durissimo attacco, accusandolo di produrre un’arte "antitaliana, anticollettiva, giudaica". Greve ma astuto, Farinacci si era accorto che quegli artisti non erano ben controllati e controllabili, proprio come quel "pittore che dipinge figure con manone e piedoni enormi".

Per dirla in modo semplice, Sironi si prese il lusso di trasmettere, accanto a solidi convincimenti, imbarazzanti elementi di riflessione, utilizzando atmosfere cupe e malinconiche. Una posizione inaccettabile all’interno di un’ideologia che andava gonfiando pericolosamente il petto.
Era stato, Sironi, nel 1922, tra i sette fondatori del gruppo denominato Novecento, nato sotto l’ala protettiva e critica di Margerita Sarfatti, a quel tempo favorita dalle attenzioni, non solo intellettuali, di Mussolini. L’occhio fine della Sarfatti subito ne individuò la forza del talento, in qualche modo coincidente col clima che si stava creando. Le cose andarono diversamente: nel momento in cui Farinacci ne chiese l’allontanamento, lei preferì l’esilio in Argentina.

Quando, finita la guerra, Sironi si rifugerà nella stanza del suo studio milanese, il dialogo con la sua pittura si farà più intimo: il non-finito diverrà una costante, mantenendo tuttavia intatta la tensione materica degli anni precedenti. Anni in cui di sicuro avrà avuto modo di rivedere le scelte che lo portarono a realizzare opere decisive e a compiere non meno importanti errori, come quando, nel settembre 1943, aderì alla Repubblica di Salò. Il 25 aprile del 1945 rischiò di essere fucilato, allorché una brigata partigiana lo fermò ad un posto di blocco: fu salvato da Gianni Rodari che, dopo aver controllato i documenti gli chiese: "Sironi Mario, il pittore delle periferie, dei gasometri, delle fabbriche nel deserto, dei grigi sotto un cielo marrone, o viceversa?" A quel punto gli firmò un lasciapassare, salvandogli la vita.













