"Le scioperanti domandano che vengano loro ridotte le ore di lavoro da 13 a 10": storia delle operaie della filanda di Lavis, che con lo sciopero del primo maggio 1890 scrissero una pagina di storia senza precedenti

Quello del 1890 è ricordato ufficialmente come il primo "Primo Maggio", in cui il mondo per la prima volta decise di darsi appuntamento sotto un'unica bandiera, quella della dignità sul lavoro. Il 1° maggio 1890 non fu una data qualunque nemmeno per una piccola località dell'attuale Trentino, Lavis, dove proprio quel giorno le lavoratrici indissero il primo sciopero organizzato di cui si abbia notizia nel Tirolo italiano

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Quello del 1890 è ricordato ufficialmente come il primo "Primo Maggio", in cui il mondo per la prima volta decise di darsi appuntamento sotto un’unica bandiera, quella della dignità sul lavoro. Il 1° maggio 1890 non fu una data qualunque nemmeno per una piccola località dell’attuale Trentino, Lavis, dove proprio quel giorno le lavoratrici scrissero una pagina senza precedenti nella storia del Tirolo italiano (di cui il paese faceva parte).
Pochi mesi prima, nel luglio del 1889, il congresso della Seconda Internazionale a Parigi aveva proclamato il primo maggio come giornata internazionale dei lavoratori. L'iniziativa affondava le radici in decenni di lotte del movimento operaio, tese verso un obiettivo rivoluzionario e ambizioso: ridurre la giornata lavorativa a otto ore, mettendo fine a turni estenuanti che non di rado ne duravano anche il doppio.

L'obiettivo venne raggiunto dapprima negli Stati Uniti, nell'Illinois, con una legge entrata in vigore il 1° maggio 1867. Ma la conquista fu macchiata dai tragici fatti avvenuti a Chicago proprio il primo maggio 1886, quando una manifestazione operaia degenerata in violenti scontri con la polizia causò diversi morti, al culmine di giornate cariche di tensione. L'eco degli eventi di Chicago si diffuse in ogni stato del continente americano, per poi estendersi anche in Europa, diventando una simbolo internazionale della lotta per i diritti dei lavoratori.
Torniamo al primo maggio 1890: la prima occasione in cui i lavoratori, senza barriere geografiche e sociali, si trovarono uniti per affermare i propri diritti e rivendicare condizioni migliori. Mentre nelle grandi città europee si organizzavano i primi cortei per la giornata dei lavoratori, cosa successe a Lavis?
Le operaie della filanda Tambosi incrociarono le braccia per un’intera settimana per chiedere una riduzione dell’orario di lavoro (aspirando non a otto ore, ma a dieci): quello iniziato il 1 maggio 1890 fu il primo sciopero organizzato di cui si abbia notizia nel Tirolo italiano. Se la memoria di questa storia è arrivata sino a noi è anche merito del giornalista Andrea Casna, che è stato vicepresidente dell’Associazione Culturale Lavisana e sulle pagine de Il Mulo, magazine online dell’associazione, ha fornito un’accurata ricostruzione della vicenda.
Autore di ricerche storiche e diversi articoli sull’argomento, Casna ci dà modo di ripercorrere quei momenti, anche attraverso la lettura di alcuni brani tratti dai giornali dell’epoca.
Nel 1890, il Trentino faceva parte dell'Impero Austro-Ungarico e, nonostante il governo asburgico avesse già approvato provvedimenti per limitare la giornata lavorativa a undici ore e vietare l'impiego dei minori di quattordici anni (per favorire l’istruzione), la realtà quotidiana nelle manifatture del Tirolo italiano (Welschtirol) era ben diversa.

La filanda Tambosi, all'epoca una delle più grandi della regione con i suoi quindici fornelli e una forza lavoro composta prevalentemente da donne e giovanissimi, rappresentava un pilastro dell'economia locale, seconda solo al settore agricolo, ma anche un luogo di immani fatiche.
Nel 1868, come riporta l’articolo di Casna, lo stabilimento aveva tra i suoi dipendenti nove uomini, settanta ragazzi e ben duecentoventicinque donne: una sproporzione che sottolineava quanto il peso della produzione tessile gravasse sulle spalle femminili, in una comunità che contava circa tremila persone.
Le condizioni erano dure e logoranti, con turni che arrivavano a toccare le tredici ore giornaliere, ignorando spesso le normative imperiali più favorevoli. Lo stesso proprietario, Luigi Tambosi, lamentava in alcune missive come le leggi protettive rendessero la concorrenza con il vicino Regno d'Italia difficile, poiché oltre confine era ancora permesso impiegare i lavoratori per quattordici ore al giorno (compresi i bambini dai nove anni in su).
La mattina di quel primo maggio, al primo fischio del vapore che solitamente segnava l'inizio del turno di lavoro, le lavoratrici risposero con un grido corale. Le cronache dei quotidiani dell'epoca, come Il Popolo Trentino, descrissero con stupore la scena di queste donne che gironzolavano a piccoli gruppi per le vie del paese, bisbigliando e riunendosi nella piazzetta antistante il palazzo del Giudizio. Un gesto di ribellione capace di anticipare le mobilitazioni femminili della capitale Vienna, che sarebbero avvenute solo tre anni più tardi.
La richiesta era chiara e irremovibile: dieci ore di lavoro anziché tredici, mantenendo lo stesso salario. Le operaie rimasero unite per un'intera settimana, presidiando gli ingressi dello stabilimento per evitare che le compagne più timorose cedessero alle pressioni. Quando il fischio della filanda tentava di richiamarle al dovere, tornavano a intonare canti in segno di protesta. Nemmeno l'intervento delle autorità riuscì inizialmente a scalfire la loro risolutezza: la controproposta della proprietà, che offriva una riduzione dell'orario ma a patto di un taglio sulla paga, ottenne un netto rifiuto.
Lo si legge su Il Popolo Trentino del 3 maggio 1890, riportato nell’articolo già citato:
"Anche le operaie della filanda del Sig. Tambosi in Lavis hanno voluto rappresentare la loro parte al primo maggio. Alla mattina di detto giorno per tempissimo avreste veduto andar gironzolando per le vie della borgata delle giovani a due, a tre, a quattro...chiacchierando, bisbigliando, sussurrando... poi raccogliendosi in crocchi; indi riunirsi in massa sulla piazzetta che stà dirimpetto al palazzo del Giudizio.
Che è? Che non è? Di domanda l’un l’altro. Sciopero su tutta la linea. Intanto alla filanda si da il primo fischio del vapore, a cui le operaie rispondono con grida; al secondo aumenta lo schiamazzo e incominciano a cantare una canzone d’occasione. Le scioperanti domandano che vengano loro ridotte le ore di lavoro da 13 a 10, ben inteso restando intatta la primiera mercede.
L’agitazione muliebre durò la mattina fin verso le ore 8. Si credeva che qui fosse tutto finito e che le Autorità intervenute fra cui l’I.R. Capitano de Ebner, avessero accomodato ogni cosa, ma no, che anche dopo pranzo le scioperanti operaie si raccolgono i nuovo sulla detta piazzetta ed ivi gridano e cantano – e al fischio che le invitava al lavoro rispondono come alla mattina, e il bisbiglio continuò, in grazie del tempo piovoso, solo fin verso le ore 3. A quanto si dice fu proposta alle operaie una diminuzione di opre di lavoro – con relativa diminuzione di paga; ma esse per ora rifiutarono la proposta. – Dieci ore di lavoro era la parola d’ordine".
Nonostante la tenacia delle donne lavisane, il ritorno al lavoro avvenne inizialmente senza aver ottenuto quanto richiesto: l’agitazione si concluse il 6 maggio, quando la filanda riaprì dopo una settimana di sciopero mantenendo, almeno temporaneamente, i vecchi orari.
Tuttavia, quel seme di protesta non tardò a germinare. Il coraggio e la determinazione di quelle lavoratrici avevano contribuito a scalfire almeno in piccola parte un sistema considerato immutabile e, poche settimane dopo, il 24 maggio, ottennero finalmente una prima concessione: dodici ore giornaliere. Fu una vittoria parziale ma significativa, che aprì la strada a successive norme in tema di infortuni e prime forme di tutela.
Dal 2016, una targa in via Alcide De Gasperi a Lavis ricorda a passanti e cittadini che lì dove c’era la filanda, in un tempo in cui la voce delle donne faticava a farsi sentire, si accese una delle prime scintille di progresso e consapevolezza sociale delle terre alte. Una scintilla che si è unita al fuoco di un movimento più ampio che ardeva in quegli anni e che, grazie anche a chi ne ha tenuto viva la memoria, è giunta sino a noi.














