"Mise un tavolo davanti a casa, con una bottiglia: disperato, aspettava di brindare all'arrivo della lava". Quando l'Etna fu sfidato con esplosivi e mezzi pesanti

"È stata l'eruzione volumetricamente più importante degli ultimi tre secoli e la più pericolosa che è avvenuta nell'ultimo secolo". Attraverso la grande storia e le minute vicende personali, ricostruiamo la grande eruzione dell'Etna 1991-1993. Con l'aiuto di Marco Neri, dirigente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania, e Angelo Privitera, guida naturalistica e abitante di Zafferana

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Le eruzioni dell'Etna, in genere, avvengono nei crateri sommitali, intorno ai 3400 metri di quota. In questi casi, difficilmente sono pericolose per le popolazioni e tutto si riduce a uno spettacolo per turisti, a qualche bella immagine sui telegiornali e a qualche imprecazione per chi dovrà pulire il terrazzo dalla cenere. Ci sono però eruzioni diverse dalle altre, più rare, in cui la lava non fuoriesce dalla sommità ma da fessure che si aprono lungo i fianchi della montagna, diventando così ben più minacciose per i centri abitati più a valle. Fu di questo genere l'eruzione dell'Etna 1991-1993, un'eruzione durata oltre un anno, considerata di diritto "l'eruzione del secolo".
In quel dicembre 1991, una semplice eruzione non era cosa sufficiente ad allarmare gli abitanti di quelle zone: ne avevano viste diverse in passato e altre sarebbero state di lì a venire, ma nulla che minacciasse seriamente i centri abitati.
Allora però - questo lo sapevano in pochi - i sistemi di rilevamento del Cnr registravano all'interno della camera magmatica un forte gonfiore: i gas emessi da un'enorme quantità di magma stavano spingendo le rocce verso l'alto, attorno alla camera, provocando un'enorme pressione interna. Al termine dell'eruzione, gli esperti avrebbero contabilizzato circa 230-250 milioni di metri cubi di magma eruttati.
"Eravamo consapevoli che ci sarebbe potuta essere un'enorme eruzione, ma non sapevamo esattamente quando né dove". A spiegarlo è Marco Neri, attuale dirigente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania (Ingv), nonché vice-commissario straordinario alla ricostruzione per il sisma che ha colpito l'area etnea nel 2018. Negli anni dell'eruzione '91-'93, Neri era borsista di ricerca del Gruppo Nazionale per la Vulcanologia del Cnr (antenato dell'attuale Ingv). In questo articolo, sarà la voce tecnica che ci accompagnerà nella ricostruzione storica della vicenda.
Piccoli terremoti locali iniziarono ad essere percepiti nell'area etnea nei giorni precedenti il 14 dicembre. A questi, si unirono presto brevi episodi di fontane di lava, boati e rumori sordi provenienti dalle fratture sommitali e dalla parte alta del sistema fessurale, prima che la spaccatura si estendesse verso il basso. Tra il 14 e il 15 dicembre del 1991, il vulcano inizia la sua eruzione.
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"A rendere eccezionale l'eruzione – sottolinea Marco Neri – fu la concomitanza di due fattori fuori dall'ordinario. Nel caso del '91-'93, la bocca eruttiva era posta a circa 2300-2200 metri, una posizione decisamente più vicina alle zone abitate di Zafferana. Inoltre il tasso eruttivo, ossia il volume di magma eruttato nell'unità di tempo, era estremamente elevato: più di 30 metri cubi al secondo. Una colata del genere nel giro di qualche settimana sarebbe arrivata alle porte della città".
Se gli scienziati avevano le antenne rizzate, per i cittadini si trattava ancora di un evento ordinario, più curioso che allarmante. Ce lo racconta Angelo Privitera, guida naturalistica di Zafferana, un comune di oltre 9mila abitanti sulle pendici orientali dell'Etna.
"Nei primi dieci giorni sembrava un'eruzione come tante: pensavamo che si sarebbe conclusa presto, che sarebbe bastato tornare a guardarla il giorno dopo, fare qualche foto e poi aspettare che finisse. Il problema nacque intorno al quindicesimo giorno, quando la lava prese una direzione insolita".
Normalmente, in questi casi, la lava scendeva infatti lungo la "desertica" Valle del Bove, così soprannominata proprio per l'assenza di strutture antropiche se non qualche sporadico punto d'appoggio. Si tratta di una grande depressione sul versante orientale dell'Etna, larga circa otto chilometri e lunga cinque, dove confluiscono ancora oggi gran parte delle colate provenienti dalla sommità, distribuendosi lungo i suoi pendii senza creare particolari problemi alle popolazioni, fino ad arrestarsi.
Come di consueto, all'altezza di capodanno 1992, la lava andava sommergendo una porzione della Valle del Bove. Questa volta però - sottolinea Neri – procedeva con estrema velocità: "Copriva una distanza di circa 2,5-3 chilometri nella prima settimana, fino ai 1400 metri circa. Fu allora che, per effetto dell'inclinazione del pendio e della velocità della lava, l'ondata di magma tracimò le pareti della Valle del Bove, riversandosi in Val Calanna e affacciandosi minacciosamente sull'abitato di Zafferana".
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La Val Calanna era una valle protetta da quasi tutti i lati per centinaia di metri di altezza, "una sorta di gigantesco catino". Risparmiata dalla lava dal 1950, era una zona molto fertile, che aveva favorito la coltivazione di diverse specie vegetali, soprattutto di frutteti e castagneti. Al suo interno c'era una sorgente d'acqua che portava approvvigionamento al paese attraverso una condotta idrica, molto utile per innaffiare tutti i frutteti sopra quota 1000, ma soprattutto era un luogo assai frequentato dagli zafferanesi.
"Era il posto ideale per le escursioni domenicali e del fine settimana. Per noi di Zafferana era una sorta di parco giochi da ragazzini: un luogo incantato, quasi paradisiaco".
Quando la colata cominciò a invadere quella valle, man mano che la lava inghiottiva e pietrificava tutto ciò che incontrava sul suo passaggio, si capì che la situazione era diversa dalle altre.
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"Ci sentimmo improvvisamente derubati del luogo in cui custodivamo il nostro passato", racconta Angelo Privitera, allora ventunenne. "Quella piccola valle era una presenza costante nelle nostre vite, vedendola scomparire i cittadini si resero conto di quello che stava succedendo. I boscaioli di Zafferana salirono subito nella valle per tagliare la legna e portare in salvo il legname prima che la lava lo divorasse. Tutta la nostra vita non sarebbe bastata a veder ricrescere quegli alberi. Si aveva la sensazione di portar visita ad un malato terminale, al quale cerchi di dare tutto l'affetto possibile nelle ultime ore della sua vita".
In paese non si ricordava nulla di simile a memoria d'uomo. Il flusso lavico era imponente, non si arrestava e aveva già percorso più di cinque chilometri. Fu allora che – anche tra le alte cariche dello Stato – iniziò lo stato d'allarme.
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Occorreva una soluzione. Le autorità decisero allora di sfruttare la conformazione della valle, caratterizzata da uno sbocco molto stretto, per contenere temporaneamente la lava, nella speranza che l'eruzione si fermasse prima che potesse proseguire verso il paese.
I militari dell'Esercito, la Protezione Civile e alcuni privati cittadini di Zafferana furono chiamati sul posto ad operare con i mezzi pesanti: si era deciso di erigere un enorme muraglione di terra, capace di contenere la colata nell'attesa che l'eruzione si arrestasse. Il materiale veniva scavato più in basso e accumulato allo sbocco della Val Calanna, fino a creare una diga alta ben 21 metri e lunga 234. L'opera fu realizzata nel giro di pochi giorni, lavorando giorno e notte.
Quando la lava arrivò davanti al muraglione – per un primo momento – il piano sembrò funzionare. La colata rimase ad accumularsi all'altezza del muraglione per oltre due mesi, fino ai primi giorni di aprile 1992.
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Nel frattempo, però, l'eruzione non accennava a fermarsi. La lava ormai solidificata veniva sommersa da una nuova colata incandescente, che a sua volta – raffreddatasi – veniva ricoperta da un'altra ondata. La grande quantità di materiale emesso stava riempiendo progressivamente l'intera Val Calanna. "Tra la popolazione – racconta Privitera – iniziò a crescere il panico. La sensazione era che la valle stesse diventando un enorme lago di lava, una specie di vasca con la superficie solidificata".
Inesorabilmente, strato dopo strato, la lava che si accumulava raggiunse il culmine dell'argine. Infine tracimò.
A quel punto la situazione sembrò precipitare. La lava si era incanalata nel vallone San Giacomo, un'incisione molto stretta e molto pendente, perfettamente diretta verso Zafferana.

"Quando la colata arrivò molto vicino alla prima casa di abitazione, il proprietario, vedendo avvicinarsi la lava, cominciò a smontare letteralmente la casa. Tolse porte, finestre, mobili e tutto quello che poteva recuperare, trasferendoli altrove nella speranza di poter ricostruire un giorno l'abitazione e rimettere ogni cosa al proprio posto".
"L'allarme era cambiato", spiega Marco Neri, che da borsista si occupava di monitorare l'avanzamento e di mantenere le comunicazioni con il centro di ricerca. Ci si era resi conto che non era più possibile arginare la lava all'interno di un bacino di contenimento. Non solo perché non c'erano più luoghi idonei, ma soprattutto perché questo approccio presentava una controindicazione importante: il fenomeno dell'ingrottamento.
"Quando una colata di lava esce fuori da una bocca, a contatto con il terreno tende a raffreddarsi e si forma una sorta di scoria rigida. In superficie si raffredda e solidifica a forma di arco, al suo interno però la lava continua a fluire. Questo inoltre produce un avanzamento della lava più efficace: si crea un reticolo sotterraneo all'interno del quale essa mantiene temperature elevatissime e rimane molto liquida, consentendole così, una volta che riesce a fuoriuscire, di avere grande velocità".
Nel 1992, dopo il superamento del muraglione, le colate sotterranee riemergerono in superficie attraverso delle bocche, le cosiddette "bocche effimere", nei punti in cui la crosta di lava solida si rompeva. Così, fiumi di lava incandescente fuoriuscirono ad appena mille metri di quota, a circa un chilometro di distanza da Zafferana.
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Dopo la costruzione del muraglione, che aveva retto per diverse settimane, l'attenzione si era presto allontanata dal paese. Dopo che la lava lo oltrepassò, all'improvviso i media tornarono ad interessarsi della faccenda. "Ogni giorno vedevamo i furgoni della Rai e di Mediaset, con grandi parabole satellitari del diametro di circa tre metri. Le tv facevano quotidianamente diverse dirette televisive per raccontare gli eventi in tempo reale".
Questo caos mediatico, venne presto sfruttato anche dai cittadini per chiedere aiuto. "Poco fuori dal paese, sulla parete della casetta di Pippo Fichera comparve la scritta 'Grazie al Governo'. Il proprietario arrivò persino a mettere un tavolo davanti alla casetta, con una bottiglia di vino e due bicchieri, per aspettare la lava e brindare ironicamente al suo arrivo a Zafferana. Aveva cercato di avvertire tutti di quello che sarebbe potuto succedere e volle contestare che nessuno lo avesse ascoltato e che, ormai, la colata fosse fluida a due passi dal paese".
L'allarme era cambiato, ci ricordava Marco Neri. Si dovette cambiare strategia. Fu allora che – da un consulto tra gli esperti vulcanologi, gli apparati statali e gli operatori sul campo – nacque quella che passò alla storia come "Operazione Tappo".

In prossimità della bocca eruttiva, a quota 2200, c'era un canale di lava principale, ingrottato, che alimentava i fronti a valle. Quello che si volle fare fu rompere questo tubo lateralmente e obbligare questa lava a fuoriuscire per redirezionarla allora – tramite un canale artificiale – di nuovo verso la Valle del Bove.
Bisognava creare una sorta di trombosi, spiega Neri. "È come se lei avesse una vena e ne estraesse il sangue introducendo una canalina che ne devia il flusso, così tutte le vene che stanno a valle di quel foro non ricevono più il sangue e si seccano, mentre invece il punto che lei ha deviato fa effluire il sangue verso l'esterno. In un essere umano l'arto andrebbe presto in necrosi, nel nostro caso doveva andare in necrosi la colata che andava verso Zafferana".
Si trattava di un'opera titanica. La pressione mediatica era pressoché insostenibile: il governo doveva fare qualcosa, qualunque cosa. L'hotel Airone di Catania divenne una sorta di quartier generale di tutte le operazioni, requisito dalla Protezione Civile: tutte le stanze erano dedicate al personale che lavorava all'operazione e vi si tenevano riunioni con i rappresentanti della popolazione, le associazioni e gli addetti ai lavori. Furono mobilitati l'Esercito, la Protezione civile, i Carabinieri, i Vigili del Fuoco, la Guardia di Finanza, la Guardia forestale e persino i marines americani della base di Sigonella.
Racconta Privitera: "La zona sembrò trasformarsi in un campo di guerra. Noi assistevamo ogni giorno al passaggio continuo di elicotteri e mezzi dell'esercito. Era difficile capire tutto quello che stava succedendo: da un lato speravamo che quel grande movimento potesse finalmente portare a una soluzione e scongiurare il pericolo, dall'altro temevamo il peggio".
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Alcuni abitanti, allora, pensarono di rivolgersi a qualcuno ancor più in alto dei Black Hawk americani. Memoria collettiva voleva che, nel lontano 1792, una colata che si stava dirigendo verso Zafferana si fermò nei pressi del luogo in cui era stata portata in processione la statua della Madonna, e il paese si salvò. Perché non fare un tentativo?
"Venne organizzata in fretta una nuova processione dal centro del paese, con la statua della Madonna della Provvidenza in testa, diretta verso i luoghi in cui la lava aveva tracimato il muraglione. Raggiungere quei punti era molto faticoso, perché il terreno era impervio e non venne permesso alla popolazione di avvicinarsi troppo alla colata. La gente allora si fermò prima, con la statua della Madonna. Venne posata la statua e furono recitate le preghiere, con la celebrazione della messa. In seguito, la statua venne ripresa e riportata in paese".
Intanto, l'Operazione Tappo proseguiva con enorme dispendio di forze. In questa fase ebbe un ruolo fondamentale Rosario Di Carlo, un operatore di Biancavilla, abilissimo nel maneggiare i mezzi pesanti in terreni difficili come quelli etnei. Era conosciuto da tutti come "Saro Ruspa".
"Un giorno, arrivando nella valle, trovai un escavatore dell'esercito rovesciato su un fianco: lo guidava un ragazzo di vent'anni. Il terreno lavico è particolare, a volte compatto e altre volte molto morbido: bisogna sapere dove appoggiare i cingoli e capire cosa può succedere quando si rimuove una parte del terreno. Saro Ruspa venne chiamato proprio perché era uno dei pochi capaci di lavorare in condizioni così estreme".
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Ogni tanto – racconta Angelo Privitera – lui e i suoi amici riuscivano a superare i posti di blocco e ad arrivare abbastanza vicino per osservare le operazioni. Fu allora che assistette ad alcune delle imprese di quest'uomo ormai leggendario.
"Immagina un tunnel lavico: sopra c'è una crosta di lava, come la volta di una galleria autostradale, e sotto scorre la lava a 1100 gradi. Saro doveva passare con la ruspa da un lato all'altro di questi tunnel, senza sapere esattamente quanto fosse spessa la crosta. Lui riusciva a individuare la direzione più sicura per attraversare questi ingrottamenti. Posizionava la ruspa in modo da evitare le zone più rischiose, inseriva la marcia più bassa e scendeva dal mezzo, lasciandolo avanzare lentamente sopra il tunnel fino a raggiungere l'altra parte. Poi lo raggiungeva e riprendeva i comandi".
Insieme a lui c'era Salvatore Ragonesi, un grande conoscitore dell'Etna scomparso di recente, che lo guidava a piedi e gli indicava la direzione più adatta. I due affrontarono quella che fu una vera e propria traversata della Valle del Bove: otto chilometri percorsi in due giorni, lavorando giorno e notte, con Saro da solo sulla sua ruspa e Ragonesi che gli indicava il percorso. Alla fine di maggio quando si riuscì finalmente a intercettare un tunnel abbastanza grande da poter essere fatto esplodere.
Con l'utilizzo dei mezzi meccanici si andò a erodere il fianco del tubo di lava principale fino a ridurlo a uno spessore di circa una decina di metri. Venne quindi predisposto un canale artificiale di invito pronto a raccogliere e deviare la lava che ne sarebbe uscita. Fu allora che gli artificieri, armati di tritolo e C4, fecero brillare le cariche esplosive, sfondando il fianco di questo ingrottamento di lava principale, e facendo riversare il materiale incandescente nel canale artificiale.
Le esplosioni erano così potenti che vennero utilizzate lastre di metallo per proteggere le persone e contenere i frammenti. Per quelle più grandi si arrivò a usare strati di metallo spessi quasi mezzo metro, proprio per impedire che il materiale venisse proiettato troppo lontano. L'opera venne poi completata inserendo materiale lavico freddo all'interno del tubo di lava a che ancora un poco consentiva al magma di proseguire nella rete di tunnel sotterranei.
La colata diretta al paese era ormai in sicurezza, il pericolo era scampato. Il 31 maggio 1992 il ministro Nicola Capria dichiarò ufficialmente scampato il pericolo per la cittadina di Zafferana.
Intanto, il canale artificiale collegato al flusso principale ha permesso al magma di riemergere in superficie dentro la desertica Valle del Bove. "Era come se l'eruzione fosse ricominciata in quel momento, tutto il campo lavico attivo si è nuovamente trasferito dentro la Valle del Bove". In quella zona si trovava anche il rifugio Gino Mencusa, che venne completamente distrutto. Qui la lava ricominciò a costruirsi il suo reticolo di tunnel lavici proseguendo la sua avanzata per molti mesi. Il 30 marzo 1993, quando l'eruzione finì, la lava stava tornando ad affacciarsi sulla Val Calanna.

"È stata l'eruzione volumetricamente più importante degli ultimi tre secoli e la più pericolosa che è avvenuta nell'ultimo secolo". Miracolosamente, non mieté alcuna vittima, ed eccetto qualche edificio rurale, le case del paese non furono danneggiate dalla lava. Ma il versante orientale era cambiato per sempre.
Per un racconto più completo e puntuale rinviamo al libro di Marco Neri e Alfio Amantia, Etna, il Nemico Sbagliato. Il drammatico confronto tra la natura e l'uomo nel corso dell'eruzione etnea del 1991-1993, dal quale sono tratte le immagini.
"Con quell'episodio – conclude Privitera – perdemmo anche una parte importante del patrimonio naturalistico dell'Etna: faggete secolari vennero ricoperte dalla lava e scomparve anche un piccolo cono vulcanico che chiamavamo Isola Bella, dove si trovavano alberi antichissimi, quasi pietrificati. Il fontanile e i pozzi che portavano l'acqua, i terreni coltivati, gli alberi da frutto e i boschi sono stati sepolti da decine di metri di lava".
Oggi dentro la Val Calanna ci sono almeno 80 milioni di metri cubi di materiale vulcanico che hanno riempito e tappezzato totalmente la valle stessa. Ormai desertica, la vecchia vallata riposa sotto una coperta di circa 60 metri di spessore. Lo stesso di dica della Valle del Bove, dove lo spessore supera i 100 metri. L'intera conformazione del territorio ha cambiato le sue forme nel giro di un anno: anche questa – del resto – è normalità per chi vive sulle pendici dell'Etna.
N.d.R. Per gli abitanti di Zafferana c'è un particolare che rimane molto significativo. Dopo due mesi di interventi e operazioni, la lava si fermò nel punto esatto in cui, trentanove giorni prima, la popolazione aveva posato la statua della Madonna durante la processione.
Immagini: Neri M., Amantia A. (2022), Etna, il Nemico Sbagliato. Il drammatico confronto tra la natura e l'uomo nel corso dell'eruzione etnea del 1991-1993. Edizioni EBS Print, ISBN 979-12-5968-636-7, EtaBeta-ps Lesmo (MB)












