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Storia | 21 ottobre 2026 | 18:15

"Mio cugino mi dichiarò di aver tentato la salita del K2, ma dovette rinunciarvi a causa di un tratto di roccia insuperabile". Sulle tracce dei primi esploratori nelle montagne del Karakorum

La mostra "Atlante Orientale" al Museo Nazionale della Montagna di Torino, curata da Roberto Mantovani, ci porta sulle tracce dei pionieri del rapporto tra Oriente e Occidente. Lettere, fotografie, persino trofei di caccia: testimonianze dagli ultimi spazi vuoti della mappa, le montagne più inaccessibili del mondo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Riguardo il K2, verbalmente in presenza mio cugino mi dichiarò che allora egli ne tentò la salita, ma dovette poi rinunciarvi perché ad un certo tratto della cresta si trovava un salto di roccia che non era possibile superare".  Da Gressoney, nel 1968, Marino Vincent trasmise in una lettera a Mario Fantin questa inestimabile testimonianza consultabile al Museo Nazionale della Montagna, nell'ambito della mostra Atlante Orientale. Esploratori in Himalaya e Karakorum tra Ottocento e Novecento nelle collezioni del Museomontagna, visitabile fino al 10 gennaio 2027.

 

La salita rinvia a un poco noto tentativo di scalata al K2 compiuto ben prima della più famosa spedizione del Duca degli Abruzzi del 1909: nel 1890, infatti, lo scalatore lecchese Roberto Lerco provò a inerpicarsi lungo la cresta sud-est della montagna, non riuscendo nei suoi propositi di esplorazione. Esiste un trofeo di caccia - testa e corna di uno stambecco del Karakorum - a perenne ricordo di quel viaggio precursore, ed esposto tra i beni della mostra. Sono frammenti di una scalata che retrodata, per lo meno dalla prospettiva degli alpinisti italiani, la scoperta geografica della seconda vetta della Terra. Si tratta di una delle trame che Atlante Orientale, sotto la sapiente curatela di Roberto Mantovani che ne firma anche l'omonimo catalogo edito da Museomontagna, restituisce al visitatore in un percorso espositivo che è un attraversamento degli sguardi poggiati sul Karakorum dall'esplorazione italiana (e non solo).

La mostra, che si basa su materiale documentale, fotografico e audiovisivo custodito dagli archivi del museo e della Biblioteca Nazionale del Club Alpino Italiano, snoda il suo racconto a partire dalle prime prove documentate di viaggi verso le grandi montagne dell'Oriente - dai passi di Guglielmo di Rubruck e Bartolomeo da Cremona nel XIII secolo, a quelli di Ippolito Desideri nel primo Settecento-, per poi soffermarsi più compiutamente sulle spedizioni organizzate nel XIX secolo. Emerge l'interesse prettamente britannico verso le vette del Karakorum, dovuto alla precisa committenza di un impero che ha la necessità di puntellare e denominare le più alte vette, realizzando un ritratto della cinta di monti che si frapponeva al rivale russo. Tra gli intrighi del Grande Gioco - così fu denominato il tempo della rivalità anglo-russa in Asia Centrale nel XIX secolo - affiorano queste pagine di alpinismo e scoperta geografica, che oscillano tra l'interesse strategico, le finalità scientifiche e l'agonismo che il mondo occidentale dei neonati Clubs Alpin impresse alla pratica esplorativa delle scalate.

 

Mappe e documenti ci consentono di seguire le tracce del torinese Carlo Osvaldo Roero di Cortanze tra Kashmir, Baltistan, Ladakh e altipiani tibetani alla metà dell'Ottocento. Un'avventura che racconterà nei suoi Ricordi di viaggi, pubblicati nel capoluogo piemontese nel 1881 per dar conto di paesaggi che definì tra gli spettacoli "più sublimi della creazione". Il militare viaggiò in Asia Centrale in virtù delle sue attività imprenditoriali alle pendici meridionali della catena himalayana, dove possedeva estese piantagioni.

Ben altro patrocinio e spessore mediatico veicolarono la spedizione del britannico William Martin Conway nel 1892. Storico dell'arte e amico di Albert Frederick Mummery, si mosse con una fila sterminata di portatori e l'ausilio della guida di Macugnaga Matthias Zurbriggen, di cui si custodisce il diario di viaggio in una piccola teca sospesa. L'esplorazione raggiunse la zona di Concordia, dove oggi sorge l'affollato campo base per la stragrande maggioranza delle ascensioni al K2.

 

Come si evince dalla presenza di Zurbriggen, il ruolo delle guide locali si rivelò essenziale nella preparazione e conduzione delle spedizioni in Karakorum. Ne era perfettamente a conoscenza Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi, che già nel 1899-1900 si servì di alpinisti di Courmayeur per tentare di raggiungere il Polo Nord e quelle stesse guide lo supportarono anche nel 1909, quando prese il via un'ambiziosa spedizione per violare la cima del K2. Fu un'avventura ben organizzata e ancora troppo ambiziosa, che pur interrompendosi a più di 6500 metri diede un contributo significativo alla conoscenza della seconda montagna più alta del mondo. Il racconto fu affidato a Filippo De Filippi, medico della spedizione, il quale ha tradotto l'avventura in un articolata relazione di viaggio che - per parte del Duca - non sarebbe stata inutile se "di qualche aiuto ai futuri esploratori di quelle lontane regioni". Di quel viaggio la mostra custodisce gli inconfondibili scatti di Vittorio Sella, infaticabile documentarista visuale di esplorazioni celebri ai confini delle terre conosciute dagli europei. Prima ancora, il fotografo biellese era stato cooptato da William Douglas Freshfield per esplorare l'area del Kangchenjunga tra Sikkim e Nepal, documentando paesaggi glaciali e montani in un faticosissimo periplo attorno alla terza vetta più alta del pianeta, nel 1899, anch'esso documentato nel percorso espositivo.

È un altro biellese a caratterizzare, successivamente, la vicenda esplorativa del Karakorum e una porzione entusiasmante della mostra torinese: Mario Piacenza. Carte geografiche, fotografie e documentazione archivistica trasportano i visitatori tra i venti del massiccio del Kun, nel Kashmir himalayano, dove nel 1913 si compì la prima ascesa italiana di un settemila. Parallelamente, Filippo De Filippi si rese protagonista di una ulteriore spedizione che nel biennio 1913-1914 viaggiò tra Karakorum e Turkestan cinese per sedici mesi, raccogliendo dati e compiendo osservazioni importantissime per accrescere le conoscenze scientifiche e geografiche dei territori attraversati. Di certo meno scientifico fu il taglio col quale si concepì la spedizione che, coordinata da Aimone di Savoia Duca di Spoleto, nel 1929 partì per un nuovo tentativo di scalata del K2 a vent'anni dalla spedizione del Duca degli Abruzzi. Un proposito che fu tranciato niente meno che da Benito Mussolini, il quale subì il contraccolpo della vicenda del dirigibile Italia occorsa a Umberto Nobile, e per tutelare il prestigio nazionale ridimensionò gli obiettivi in Karakorum. La spedizione si trasformò in un viaggio puramente scientifico: al ritorno, furono pubblicate ben quattro carte geografiche del Ghiacciaio del Baltoro. Tra gli scienziati figurava anche un giovane Ardito Desio, che con il K2 si sarebbe rivisto dopo qualche tempo.   

 

Un anno più tardi, col patrocinio della Società Geografica Italiana e soprattutto con un cospicuo autofinanziamento, il geologo fiorentino Giotto Dainelli coordinò un'altra spedizione scientifica tra le montagne del Karakorum, di cui si conserva una nutrita collezione di fotografie emblematiche delle osservazioni rivolte al ghiacciaio Siachen, per estensione il secondo al mondo. Altro ghiacciaio protagonista di quella stagione esplorativa fu il South Gasherbrum, percorso nel 1934 dalla spedizione internazionale di Günther Oscar Dyhrenfurth. Con l'alpinista svizzero si mosse anche Piero Ghiglione, ingegnere e scalatore che si contraddistinse per essere tra i fondatori dello sci-alpino. Si scalarono il Baltoro Kangri (m 7260) e la cima mediana del Sia Kangri (m 7315), superando per la prima volta con gli sci la quota dei 7000 m.

La mostra chiude il viaggio espositivo con la spedizione al K2 del 1954. Sulla lunga contrapposizione tra Bonatti, Compagnoni e Lacedelli l'evento non si dilunga anche e soprattutto in virtù della lunga attenzione che il Museo della Montagna ha rivolto a tali spedizioni, della straripante bibliografia sui fatti e di un'esposizione permanente costruita in tempi recenti. I beni esposti si soffermano sulla dimensione scientifico-esplorativa del viaggio. Coordinata da Ardito Desio, la squadra compie ricerche significative nei campi della glaciologia, magnetometria, petrografia, geografia e fotogrammetria, percorrendo in lungo e in largo la valle dell'Indo, il bacino del Baltoro e altri ambienti poco conosciuti dell'area. La rilevazione fotogrammetrica fu propedeutica alla realizzazione di quattro carte topografiche di diverse scale sul K2, da parte dell'Istituto Geografico Militare. L'unica pubblicata, e visibile nella mostra torinese, è la carta in scala 1:12.500 che rappresenta una straordinaria opera di rappresentazione tecnica del territorio, restituendo una serie infinita di curve di livello che si dilungano sui ghiacciai e si infrangono sui tratteggi decisi delle strapiombanti pareti di roccia. Come fece notare il geodeta e membro della spedizione Francesco Lombardi, senza l'ausilio del film girato contestualmente da Mario Fantin durante il volo aereo con Ardito Desio quella carta non avrebbe mai potuto testimoniare la configurazione geografica del versante settentrionale: "sarebbe stata necessaria una spedizione apposita".

 

È indubbio che gli eventi del 1954 costituiscono una cesura nella proiezione occidentale alle vette del Karakorum. Non è certo casuale che le collezioni di documenti, fotografie, manoscritte e oggetti intrecciate in Atlante Orientale si interrompano a quella data. In quel momento si chiuse l'epopea esplorativa del Karakorum, mutarono i paradigmi delle spedizioni e si affinarono tecniche e materiali, ma non si esaurì il processo di scoperta geografica tuttora in corso su quelle montagne.

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