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Storia | 09 ottobre 2026 | 06:00

La sequoia gigante che si salvò dall'onda del Vajont: l'acqua travolse la villa, le case, le persone, ma la pianta rimase in piedi. La grande cicatrice sul tronco è l'urlo di una ferita umana ancora aperta

La sequoia di Faè, nei pressi di Longarone, non è solo un albero esotico secolare (ha oggi circa 160 anni) e di dimensioni ragguardevoli (32 metri d'altezza e una circonferenza del tronco, a petto d'uomo, di quasi 6 metri). È anche un silenzioso testimone vivente di ciò che accadde il 9 ottobre del 1963, il giorno del disastro del Vajont

La ferita del gigante arboreo ha la forma slanciata di un pinnacolo dolomitico. È una macchia stretta e lunga, liscia e verdognola, circondata dai gibbosi calli cicatriziali che, nel tempo, l'hanno isolata dal resto del tronco. La corteccia spessa e rugosa dai riflessi arancio, tipica delle grandi sequoie della Sierra Nevada, non è ricresciuta in quello squarcio, rimasto aperto verso il mondo. Per l'albero un segno del tempo, come tanti, come quello del fulmine che in un giorno di tempesta ne spezzò la cima. Per noi, un monumento alla memoria.

 

Alle 22.40 circa del 9 ottobre 1963 su Longarone si riversò l'apocalisse del Vajont. Prima una potentissima massa d'aria, poi l'acqua e la distruzione pressoché totale dell'abitato.

 

La Sequoiadendrum giganteum della Tenuta di Faè aveva già un secolo, quel giorno. Una delle prime importate in Europa dalla lontana America. "La sequoia più alta d'Italia", si diceva, quaranta metri d'altezza. Una rarità botanica, un orgoglio per quel pezzo di mondo alpino ben curato e dominato da una grande villa padronale. Villa Protti, una costruzione antica, raffinata, abitata da una famiglia di grandi imprenditori locali e posta a sud di Longarone, proprio dove la grande onda si riversò dopo aver raso al suolo il paese. La famiglia, quella sera, come tantissimi altri longaronesi, si trovava tra le mura domestiche. Scomparvero tutti, in pochi istanti.


Villa Protti

Via l'intera villa, via gli alberi da frutto del bel giardino, via i corpi, trascinati dalla piena. Ma la sequoia no, le sue radici, seppur superficiali, resistettero. In una foto, scattata il giorno successivo alla tragedia, la si vede sullo sfondo di un paesaggio lunare, una spianata di rocce, tronchi e detriti. Austera, diritta, la chioma scura, compatta e profonda. Sul fusto, si scoprirà poi, una grande ferita longitudinale alta ben cinque metri: il graffio lasciato dal disastro del Vajont.

 

Per definire un albero monumentale, secondo la legge 14 gennaio 2013 n. 10, occorrono alcuni requisiti specifici. Spesso si pensa all'età, o alla maestosità data da dimensioni ragguardevoli, ma questi sono solo alcuni dei parametri di riferimento. Un albero può essere considerato monumentale anche per rarità botanica, per un particolare pregio naturalistico e, infine, anche perché in grado di conservare "un preciso riferimento ad eventi o memorie rilevanti dal punto di vista storico, culturale, documentario o delle tradizioni locali".

 

La sequoia di Faè, nei pressi di Longarone - la "Pianta santa", o "Pianta dell'Ajal", com'è chiamata localmente - non è solo un albero esotico secolare (ha oggi circa 160 anni) e di dimensioni ragguardevoli (32 metri d'altezza e una circonferenza del tronco, a petto d'uomo, di quasi 6 metri). È anche un silenzioso testimone vivente di ciò che accadde il 9 ottobre del 1963. E in più è un simbolo, di resistenza e di rinascita.

 

Oggi vegeta isolata in un'ampia radura di proprietà privata, ed è meta di escursioni guidate e momenti di commemorazione. È stata tutelata prima dalla Regione Veneto e poi anche dal Ministero dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, che l'ha inserita nell'elenco nazionale degli Alberi Monumentali d'Italia.

 

Guardandola dal basso verso l'alto, di fronte alla vecchia ferita, si rimane immobili e senza parole. Le orecchie tese, come a voler captare una voce: il sussurro di un'anziana signora che ha visto tutto, che può raccontarci quella maledetta notte meglio di chiunque altro. Ma la vecchia sequoia non parla. Le voci che percepiamo lontane, come ronzii fastidiosi che turbano il silenzio dell'antico giardino signorile, sono quelle della storia. E la grande ferita sul tronco è l'urlo di una nostra ferita, altrettanto ampia, ugualmente aperta e indelebile.

 

 

 

Foto di copertina: Giulia Favaro (da sito Masaf) e Roberta Balzan (da sito Regione Veneto).
Foto storica di Villa Protti tratta dal gruppo Facebook "Longarone e dintorni: ieri, oggi e domani".

il blog
Gli alberi e noi

Gli alberi ci accompagnano da sempre: per noi esseri umani hanno significato e tutt'ora significano casa, cibo, materia prima, medicina, energia, ma anche spiritualità, simbolismo, cultura...
Questo legame profondo e antico, tuttavia, non è affatto immutabile: cambia continuamente al modificarsi delle nostre società. Per questo è interessante osservare e provare a comprendere come viviamo il nostro rapporto quotidiano con gli alberi. In questo Blog il giornalista e dottore forestale Luigi Torreggiani, membro del Comitato scientifico de L'Altramontagna, lo fa attraverso aneddoti personali, racconti o analizzando fatti di cronaca. Un modo per tenere viva una connessione, quella tra gli alberi e noi, che rischiamo tanto di dimenticare quanto di caricare di stereotipi, precludendoci così uno sguardo lucido su elementi necessari per moltissimi aspetti della nostra vita.

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