Il gioco che in montagna fu proibito perché accecava o rompeva il naso ai bambini: lo ricordiamo grazie al "Piccolo manuale dei giochi di una volta" di Francesco Guccini

La Lippa, gioco intergenerazionale, ha saputo mettere in connessioni valli distanti e all'apparenza completamente slegate, dal Ticino all'Appennino modenese. Le canzoni di Guccini forse funzionano un po' allo stesso modo: hanno accompagnato e connesso intere generazioni e accendono in noi una piccola scintilla come i giochi di una volta dei bambini

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Domenica una parte della città di Bologna si è fermata, non per le proteste che hanno interessato la città nelle ultime settimane, ma per un saluto: a Francesco Guccini.
Il 6 agosto, la città era vuota, silente, il caldo asfissiante, in Piazza Maggiore quella sera avevano riprodotto qualche canzone del Maestrone, e proiettato sul maxischermo un sentito e semplice grazie. Ma nonostante questo lento torpore della città un brulichio di persone si era diretto in Via Paolo Fabbri 43, la casa bolognese di Francesco. Ognuno portava con sé un proprio piccolo pezzo: chi una frase, chi un fiore, chi la chitarra, chi una bottiglia di vino. La vicina mi ha confessato, con il sorriso negli occhi, che quella notte non sono riusciti a dormire per i canti e per le bottiglie di lambrusco stappate e condivise. In quell'agosto attonito intriso di tristezza, la gente cantava, alla meglio si accordava sulle canzoni, condivideva quella malinconia e quel vuoto. Senza capire troppo i come o i perché ci si ritrovava in "fare l'amore, tirare tardi o la fantasia!", tra "ciuffi di parietaria attaccata ai muri" o in "un greppe dell'Appennino dove risuona/ Fra gli alberi un'usata e semplice tramontana". Erano in tanti, ma forse non tutti.

Ieri Piazza maggiore era gremita, "murata" come direbbero i bolognesi, era un incontro intergenerazionale: anziani, famiglie con bambini, accenti disparati provenienti da tutte le parti d'Italia, gente seduta a condividere una bottiglia di vino, chitarre e altri strumenti sparsi. Tra la folla incastonati c'erano passeggini, persone in stampelle o in carrozzina: era un ricordare e salutare collettivamente, in cui nessuno doveva sentirsi escluso. Non era un concerto, il suono e le migliaia di voci andavano un po' per conto loro come "cavalieri erranti", ma il clima, i diversi umori, le sensazioni di tutta quella folla sembravano la realizzazione stessa di Una Canzone, una delle sue ultime, che sa di piccolo testamento:
"La canzone può aprirti il cuore
con la ragione o col sentimento
fatta di pane, vino, sudore
lunga una vita, lunga un momento.
Si può cantare a voce sguaiata
quando sei in branco, per allegria
o la sussurri appena accennata
se ti circonda la malinconia
e ti ricorda quel canto muto
la donna che ha fatto innamorare
le vite che tu non hai vissuto
e quella che tu vuoi dimenticare".
Proprio in Una Canzone Guccini lascia un frammento che connette la sua musica al mondo dell'infanzia: "la scrive gente quasi normale/ ma con l'anima come un bambino/ che ogni tanto si mette le ali/ e con le parole gioca a rimpiattino". La dimensione poetica del fanciullo e dei giochi tradizionali, a cui Francesco Guccini aveva giocato nella sua amata Pavana, immersa nell'Appennino modenese, per il Maestrone sono sempre stati aspetti profondamente comunicativi e di valore, tanto che li ha raccolti in un libro intitolato Piccolo manuale dei giochi di una volta.
Tra i tanti giochi popolari conservati in questo piccolo libro, forse non il più stravagante, ma con un aneddoto veramente particolare è il gioco della Lippa. Noto anche come Cilìo: è composto di due pezzi, un lungo bastone e un pezzo di legno acuminato alle due estremità. Il gioco consiste nel colpire prima il pezzo di legno, appoggiato a terra, sulla parte appuntita così da farlo saltare in aria e poi mentre è in volo colpirlo una seconda volta per farlo andare più lontano possibile.
La particolarità non sta tanto nella dinamica del gioco, semplice e intuitiva come molti giochi per bambini, ma nel fatto che è uno dei pochi giochi che è stato vietato per legge. Nell'aprile del 1922, le autorità cantonali del Ticino emisero un divieto ufficiale per il gioco del Cilìo e delle sue varianti. Lo ritennero un passatempo troppo pericoloso perché nella foga del momento spesso i bambini si colpivano accidentalmente il viso, rompendosi il naso o rimanendone accecati. E a quella altezza storica e per quelle valli montane, dove era molto complesso raggiungere un medico, e dove ogni figlio aveva un importantissimo valore per ogni famiglia, non solo affettivo, ma anche di aiuto in casa, questo risultava un problema a cui porre attenzione.
Grazie alla raccolta RSI archivi possiamo ancora oggi avere testimonianza e ricordo di questo gioco di una volta che ha accompagnato numerose generazioni, un gioco che ha saputo mettere in connessioni valli distanti e all'apparenza completamente slegate, dal Ticino all'Appennino modenese. I giochi dell'infanzia possono sembrare banali, elementari, agli occhi di un adulto, ma forse proprio perché quella piccola scintilla è così intuitiva, così primordiale, accende un così grande entusiasmo, che scatena quella foga ed energia che tutti noi abbiamo provato durante l'infanzia.
E forse, come Guccini stesso ci ha suggerito nei suoi testi, anche le sue canzoni funzionano un po' allo stesso modo: hanno accompagnato e connesso intere generazioni e accendono in noi una piccola scintilla in grado di diventare "una stella filante/ che qualche volta diventa cometa/ una meteora di fuoco bruciante/però impalpabile come la seta".












