La montagna che conserva le parole nei dizionari, ma perde chi le pronuncia nella vita di tutti i giorni: "Non basta che una lingua sia tutelata da una legge"

"Che cosa ne sarà della nostra lingua?" Si intitola così una lettera arrivata alla Redazione de L'Altramontagna e firmata da un giovane abitante dell'Alta Valle Maira. Pubblichiamo questo contributo - che si interroga sul confine sottile che separa la conservazione museale dalla reale vitalità quotidiana di un idioma - perché riteniamo possa aprire uno spazio di riflessione e confronto

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Che cosa ne sarà della nostra lingua?" Si intitola così una lettera arrivata alla Redazione e firmata da Andrea Aimar, un giovane abitante dell'Alta Valle Maira. La pubblichiamo di seguito, perché propone alcune considerazioni che riteniamo possano essere di interesse per il pubblico che legge L'Altramontagna. Nel riflettere sulla sopravvivenza della lingua occitana nelle valli cuneesi, l'autore non si limita a elencare dati demografici o a celebrare la ricchezza di un patrimonio culturale sotteso a tradizioni e manifestazioni, ma si interroga sul confine sottile che separa la conservazione museale dalla reale vitalità quotidiana di un idioma. Pubblichiamo questo contributo perché riteniamo possa aprire uno spazio di confronto per chiunque abbia a cuore il futuro, l'identità e la sopravvivenza di comunità alpine come quella occitana, ricordandoci che una lingua non muore quando scompare dai libri, ma quando cessa di essere il battito spontaneo della vita di tutti i giorni.
Che cosa ne sarà della nostra lingua?
Abbiamo ancora montagne, borgate e memoria. Ma chi parlerà la lingua dei nostri nonni?
Di Andrea Aimar
Ho 32 anni e vengo dall'Alta Valle Maira, in provincia di Cuneo. Sono nipote di pastori e margari e oggi lavoro nel settore lattiero-caseario. Ho frequentato un percorso di studi agrario-forestale e da molti anni mi occupo, anche attraverso la collaborazione con alcune realtà editoriali locali, di cultura alpina, come ricercatore, e di storia del territorio montano. È proprio guardando il territorio nel quale sono cresciuto che, da tempo, mi pongo una domanda: che cosa ne sarà della nostra lingua? Parlo dell'occitano delle nostre valli, quella lingua che per generazioni è stata una lingua quotidiana, quella che ho imparato da piccolo ancora prima delle elementari, parlata in famiglia, dai miei genitori, nelle borgate, nei pascoli, nelle stalle, nei negozi, nelle strade. Una lingua che non era soltanto uno strumento per comunicare, ma parte integrante del modo di vivere e di riconoscersi in un luogo. Oggi, però, la sua trasmissione sembra essere sempre più fragile.
Un dato concreto da cui partire è quello pubblicato nel 2020 da Coumboscuro, a seguito di un'inchiesta condotta tra i bambini delle valli. Allora, nelle valli cuneesi, risultavano essere soltanto 44 i bambini tra i 3 e i 10 anni in grado di parlare il provenzale alpino: 13 a Vernante, 14 a Monterosso Grana, 5 a Vinadio, 7 nell'area della Valle Maira tra San Damiano e Prazzo e 2 a Sampeyre. A questi si aggiungevano 26 giovani tra la Val Chisone e la Val Pellice, per un totale di 70 ragazzi su oltre 1.600, circa il 4 per cento. Era il 2020, a più di vent'anni dall'approvazione della legge 482 del 1999, che ha riconosciuto e tutelato le minoranze linguistiche storiche, tra cui quella occitana.
Credo che oggi sarebbe interessante ripetere quella stessa inchiesta, con gli stessi criteri, e vedere che cosa è cambiato nel frattempo. Sarebbe importante rifare quel censimento degli alunni nel 2026 e confrontare i dati con quelli di allora. Non possiamo dire, senza una nuova rilevazione, quale sia oggi il numero reale dei bambini che parlano occitano. Ma la domanda resta, ed è una domanda che credo non possiamo più rimandare: la situazione è migliorata oppure la trasmissione si è ulteriormente ridotta?
La mia impressione, osservando ciò che accade nelle nostre valli, è che il problema non sia la mancanza di iniziative. In questi anni si è fatto molto per valorizzare la cultura occitana: pubblicazioni, dizionari, raccolte di testimonianze, interviste agli anziani, manifestazioni, musica, feste, iniziative culturali, cartelli e descrizioni delle borgate. Esiste una grande attenzione anche alla cultura materiale e alla gastronomia, alla polenta, ai prodotti locali, alle tradizioni che vengono riproposte e raccontate. Tutto questo è importante. Ma non è necessariamente sufficiente. Perché una cosa è conservare e valorizzare una lingua, un'altra è mantenerla viva.
Una lingua è viva quando viene parlata dai bambini. Quando un genitore si rivolge al proprio figlio in quella lingua. Quando due giovani della stessa valle la utilizzano spontaneamente tra loro. Quando non è necessario organizzare un evento per sentirla, perché appartiene ancora alla quotidianità. Ed è proprio qui che, a mio avviso, si trova il problema più grande. Penso a quello che accade sempre più spesso nelle famiglie. Un ragazzo o una ragazza della valle si mette insieme con una persona che viene da fuori. La lingua della coppia diventa normalmente l'italiano, oppure il piemontese. Quando arrivano i figli, quindi, l'occitano non entra più realmente nella loro quotidianità. Può rimanere qualche parola, qualche espressione, magari qualcosa trasmesso dai nonni o da uno dei genitori. Ma la lingua, poco alla volta, smette di essere necessaria. E quando una lingua non è più necessaria, diventa molto difficile trasmetterla.
In alcune realtà delle nostre valli, inoltre, ci troviamo di fronte a comuni composti da numerose borgate dove il numero dei bambini è già molto ridotto. Può accadere che in un intero comune non ci sia, o ce ne siano pochissimi, bambini sotto i dieci anni capaci di parlare occitano. Se questo processo continua, viene spontaneo chiedersi che cosa resterà tra vent'anni. Resterà una lingua studiata nei libri? Resteranno i dizionari? Resteranno le registrazioni delle voci degli anziani? Resteranno le pubblicazioni conservate nelle biblioteche?
Tutto questo ha un valore enorme e rappresenta un patrimonio che dobbiamo continuare a conservare. Ma mi pongo anche un'altra domanda: se nessuno, o solo in minima parte, va poi a rileggere quei testi, se nessuno li utilizza, se nessuno parla più quella lingua, quale futuro può avere tutto il lavoro svolto con tanta dedizione in questi anni?
È una domanda che non vuole sminuire il lavoro fatto. Al contrario. Vorrebbe essere un invito a chiederci quale debba essere il passo successivo. Perché forse oggi non dobbiamo limitarci a domandarci come conservare l'occitano, ma come tornare a farlo vivere. E per farlo, credo che sia necessario anche un passo indietro, verso una maggiore consapevolezza della nostra identità.
Prima ancora di insegnare una lingua, bisogna sapere perché quella lingua ci appartiene. Bisogna conoscere la storia del luogo in cui si vive, le persone che ci hanno preceduto, il significato dei nomi delle borgate, delle montagne, dei pascoli, delle parole che descrivevano lavori e gesti che oggi rischiamo di non conoscere più.
Che cos'è un territorio senza la sua lingua? Il territorio fisico rimane. Rimangono le montagne, le case, i sentieri, i pascoli. Possiamo continuare a organizzare feste, sagre, manifestazioni, concerti e grandi appuntamenti legati alla cultura locale. Possiamo continuare a raccontare la storia delle nostre valli. Ma rischiamo che, con il passare degli anni, quella lingua rimanga soltanto sui cartelli che raccontano le borgate, nelle pubblicazioni, nei musei o nelle ricostruzioni della memoria. E forse è proprio questo il punto che dovremmo avere il coraggio di affrontare. Non basta che una lingua sia riconosciuta. Non basta che sia tutelata da una legge. Non basta che venga studiata, documentata o celebrata. Tutto questo è fondamentale, ma una lingua ha bisogno soprattutto di essere parlata. Il vero patrimonio non è soltanto quello che riusciamo a conservare, ma quello che riusciamo a consegnare alla generazione successiva.
Per questo credo che ripetere oggi il censimento dei bambini che parlano occitano sarebbe un primo passo importante. Non per costruire l'ennesima statistica, ma per capire realmente dove siamo arrivati e, soprattutto, da dove dobbiamo ripartire. Perché la domanda non riguarda soltanto il destino di una lingua. Riguarda il destino di una parte della nostra identità.
E forse, alla fine, chiedersi che cosa ne sarà della nostra lingua significa chiedersi anche che cosa resterà di noi quando non ci sarà più nessuno capace di pronunciare, nella lingua dei nostri nonni, il nome di una montagna, di una borgata, di un lavoro, di un modo di vivere. Una lingua non scompare soltanto quando non viene più scritta. Scompare quando smette di passare da una generazione all'altra.
Le fotografie in apertura sono tratte da Wikimedia Commons












