"La città è sul vuoto, in mezzo a due montagne scoscese, legata alle creste con funi e catene e passerelle. Sotto non c'è niente per centinaia di metri". Italo Calvino aiuta a interpretare il rapporto tra centri urbani e terre alte

Città e montagna: troppo spesso vengono identificate come antitetiche, costruita l'una sull'assoluto contrario dell'altra. Da una parte lo stress, il traffico, l'inquinamento; dall'altra parte, invece, la purezza, il candore, la salubrità. Quello che nel nostro immaginario sembra uno scontro tra poli opposti, calato nel concreto evidentemente non regge. "Le città invisibili" di Italo Calvino (di cui oggi 15 ottobre ricorre l'anniversario della nascita): una pista alternativa per interpretare il rapporto tra città e terre alte

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città - ragnatela. C'è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c'è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s'intravede più in basso il fondo del burrone. Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno".
Città e montagna: troppo spesso vengono identificate come antitetiche, costruita l'una sull'assoluto contrario dell'altra. Da una parte lo stress, il traffico, l'inquinamento, ma anche il presente, l'oggi, l'essere connessi, ma il sentirsi smarriti nella velocità; dall'altra parte, invece, la purezza, il candore, la salubrità dell'aria, la lentezza, il passato, il conservarsi delle tradizioni, l'isolamento. La connotazione di una generica "città", contrapposta a un altrettanto generica "montagna", sembra costruirsi come un perfetto e simmetrico gioco di bianchi e neri, di polarità opposte e dicotomiche, anche se poi, a ben vedere, nei casi concreti e reali questa narrazione si squaglia più rapidamente della neve al sole con il cambiamento climatico.
Milano non è certo come la vicina Como, la Carnia non è come l'Appennino centrale, ma nemmeno Bardonecchia sarà mai in tutto e per tutto assimilabile a Roccaraso. Quello che nel nostro immaginario sembra uno scontro tra poli opposti, calato nel concreto evidentemente non regge, eppure, questa dinamica tutta bianco e nero in noi permane. Questa contrapposizione si viene a creare però solo tra una "città" e una "montagna" generiche, ideali e idealizzate, quando si guarda solo al significante e non al significato, al simbolo ma non al contenuto.
Tra il simbolo e il significato che esso vuole tra smettere, come tra l'idea e la concreta realtà rimane sempre un certo grado di scollamento, un'intercapedine vuota, alle volte anche ambigua che si può indagare e osservare. Tra le aggettivazioni che spesso usiamo per la montagna e poi come essa è concretamente rimane sempre un tasso di variabilità, di incertezza e unicità, e lo stesso vale per la città.
La letteratura, in questo senso, può offrirci una via alternativa. La letteratura ha talvolta saputo esplorare questa pagina lasciata bianca e in sospeso e interpretare la realtà attraverso di essa, assumendosi le responsabilità delle sue affermazioni.
E Italo Calvino (di cui oggi 15 ottobre ricorre l'anniversario della nascita) ne "Le città invisibili" ce ne ha lasciato un esempio eccezionale. La città di Ottavia è una città ragnatela, è una città sottile che, invece di sfruttare la solidità della montagna, nasce tra le valli, invece di guardare al pieno trova nel vuoto uno spazio vivo. È una città che evidenzia il rapporto dinamico e circolare tra vette e valli, che mostra l'essenza della montagna come cerniera: sia ostacolo naturale, sia luogo di passaggio e frontiera. Ma il messaggio più significativo che Calvino ci trasmette, tramite Ottavia, è il rapporto che si instaura tra città e montagna, un rapporto di equilibrio e di compartecipazione: nessuna può fare a meno dell'altra. Ottavia è aggrappata alla roccia, è vincolata ad essa, ma allo stesso tempo la città diventa strumento di passaggio e congiunzione tra i due versanti.
L'immagine della ragnatela, inoltre, ci restituisce il senso più profondo di questo equilibrio reciproco: costruito a partire da elementi leggerissimi, i fili delicati, ma allo stesso tempo resistente e che regge grazie alla tensione e alla distensione.
"Tutto il resto, invece d'elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d'acqua, becchi del gas, girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi, teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo. Sospesa sull'abisso, la vita degli abitanti d'Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge".
Calvino, anche forse involontariamente, ci trasmette un messaggio che permette di scavare nel rapporto unico che si crea tra ambiente montano e realtà cittadina: l'incertezza diminuisce non aggiungendo, espandendo, solidificando, ma avendo chiara e onesta consapevolezza dei limiti. In questo caso la consapevolezza dei limiti di un territorio. Più di tanto, in montagna, la rete non regge.
Le città di Calvino sono appunto invisibili e si muovono e giocano proprio sul limite tra il vero e l'inventato, tra il resoconto di viaggio e il romanzo. È su questa soglia, su questa intercapedine vuota che l'autore riesce a fissare l'ineffabile e ad esprimerne il suo potenziale.
Un altro esempio di città che ci restituisce una riflessione utile sul rapporto tra contesti urbani e terre alte è quello di Zora, una città che vive in maniera unica la sua memoria e, di conseguenza, la sua identità.
"Al di là di sei fiumi e tre catene di montagne sorge Zora, città che chi l'ha vista una volta non può più dimenticare. Ma non perché essa lasci come altre città memorabili un'immagine fuor del comune nei ricordi. Zora ha la proprietà di restare nella memoria punto per punto, nella successione delle vie, e delle case lungo le vie, e delle porte e delle finestre nelle case. […] Il suo segreto è il modo in cui la vista scorre su figure che si succedono come in una partitura musicale nella quale non si può cambiare o spostare una sola nota. […] Questa città che non si cancella dalla mente è come un'armatura o reticolo nelle cui caselle ognuno può disporre le cose che vuole ricordare: nomi di uomini illustri, virtù, numeri, classificazioni vegetali e minerali, date di battaglie, costellazioni, parti del discorso. Tra ogni nozione e ogni punto dell'itinerario potrà stabilire un nesso d'affinità o di contrasto che serva da richiamo istantaneo alla memoria. Cosicché gli uomini più sapienti del mondo sono quelli che sanno a mente Zora.
Ma inutilmente mi sono messo in viaggio per visitare la città: obbligata a restare immobile e uguale a sé stessa per essere meglio ricordata, Zora languì, si disfece e scomparve. La Terra l'ha dimenticata".
Una vita e una quotidianità che scorre "in una partitura musicale nella quale non si può cambiare o spostare una sola nota" diventa come un'armatura, un reticolo. "Ognuno può disporre le cose che vuole ricordare" questa frase afferma sapientemente che la memoria è anche una narrazione e un costrutto narrativo e in quanto tale ci dimostra come la memoria sia in qualche modo flessibile ed elastica, può essere adattata, aggiustata, fissata e alle volte stereotipizzata.
Calvino ci mostra, con l'esempio di Zora, che se la memoria si pietrifica paradossalmente rischia di essere dimenticata. Una città, ma anche un intero territorio che viene raccontato come immobile e uguale a sé stesso da secoli, rischia nel tentativo di conservarsi di sparire.
L'autore però non offre solo una prospettiva negativa sull'uso che se ne può fare della memoria, alla città di Zora, infatti, associa la città di Zaira, una città intrisa di memoria, che tuttavia non rimane ancorata al proprio passato, ma a partire da quello cambia, cresce, si modifica. Una città che non rigurgita la sua memoria, ma la contiene come le linee di una mano:
"Di quest'onda che rifluisce dai ricordi la città s'imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d'una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole".
In copertina. Rebecca Chappell: illustrazione per "Le città invisibili" di Italo Calvino.












