La situazione di contrasto che aumenta la percezione del freddo: sulle montagne abruzzesi si è passati dall'estate all'inverno nel giro di poche ore. Non basta però a definire un'ondata di freddo

Il maltempo dei primi giorni di novembre ha portato accumuli pluviometrici superiori ai 100 millimetri in diverse località montane. In alta quota potrebbe essere caduta molta neve, ma il bilancio richiede misure e osservazioni dirette. La perturbazione ha cambiato il paesaggio, interrompendo bruscamente la sensazione di un autunno ancora mite e ricordandoci quanto rapidamente possa trasformarsi la montagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Le montagne abruzzesi tornano a mostrare il confine tra due stagioni: i boschi ancora accesi dai colori autunnali e, più in alto, le creste imbiancate. Il maltempo tra 1 e 2 novembre ha cambiato il paesaggio, interrompendo bruscamente la sensazione di un autunno ancora mite e ricordandoci quanto rapidamente possa trasformarsi la montagna.
A caratterizzare questo passaggio sono state soprattutto le precipitazioni. Nei rilevamenti della rete Meteo AQ Caput Frigoris presi in esame, diverse stazioni hanno superato i 100 millimetri, con differenze anche marcate tra località relativamente vicine. Quantitativi consistenti, che raccontano una fase perturbata intensa e pongono una domanda: quanta di quest'acqua, alle quote superiori, sarà diventata neve?
Gli accumuli registrati sulle montagne abruzzesi restituiscono soltanto una parte del quadro. Nelle località interessate dalla nevicata del 1° novembre, infatti, la precipitazione solida potrebbe non essere stata interamente conteggiata dai pluviometri, soprattutto dove gli strumenti non sono riscaldati. La neve può rimanere nell'imbuto ed essere registrata successivamente, durante la fusione, oppure essere misurata in modo incompleto.
È una distinzione importante: il totale indicato come "pioggia giornaliera" non coincide necessariamente con tutta la precipitazione caduta durante l'episodio, né permette sempre di attribuirla con precisione alla giornata corretta.
Resta il dato di apporti d'acqua rilevanti su più settori del Gran Sasso e della Maiella. Definirli eccezionali richiederebbe però un confronto con le serie storiche delle singole stazioni e con la durata degli accumuli. Un quantitativo molto elevato merita attenzione anche senza trasformarsi automaticamente in un record.
Il contrasto con le giornate precedenti ha accentuato la percezione del freddo. Si è passati da condizioni dal sapore ancora tardo estivo a paesaggi improvvisamente invernali, con la neve scesa temporaneamente anche a quote di media montagna. Il bianco nei paesi e sui pascoli, tuttavia, non basta da solo a definire un'ondata di freddo. L'aspetto più evidente di questo episodio è stato il maltempo, accompagnato da una fase iniziale favorevole alle nevicate più in basso. Già il 2 novembre il rialzo della quota neve, tornata attorno ai 2.000 metri e localmente oltre, ha modificato lo scenario.

La parentesi invernale alle quote inferiori è stata dunque breve. Più che un inverno anticipato e consolidato, abbiamo osservato un passaggio autunnale capace di assumere, per alcune ore, caratteristiche invernali. È una scena che può richiamare alla memoria gli autunni di qualche decennio fa. Ma il ricordo personale e il confronto climatico restano due piani differenti: una singola nevicata non dimostra un ritorno alle condizioni di trent'anni o quarant'anni fa, così come una prima imbiancata di novembre non consente di prevedere l'andamento dell'inverno.
Le precipitazioni abbondanti registrate ai piedi dei settori più elevati rendono plausibile un apporto nevoso consistente sulle montagne maggiori, laddove le temperature abbiano consentito alla neve di cadere e conservarsi.
Non significa, però, che tutti i versanti oltre i 2.000 metri abbiano ricevuto lo stesso quantitativo. La quota neve è cambiata durante l'episodio e la distribuzione delle precipitazioni è stata irregolare. A questo si aggiunge il vento, capace di spostare la neve, lasciando alcune creste scoperte e caricando conche e canaloni.
Dal versante teramano del Gran Sasso arrivano segnalazioni di canaloni nei quali l'innevamento comincia già a delineare forme e percorsi. Sono osservazioni interessanti, da affiancare alle immagini e soprattutto alle misure: il colpo d'occhio può suggerire un accumulo importante, ma non consente di stabilirne lo spessore.
Anche per questo sarebbe fuorviante convertire direttamente i millimetri di pioggia delle stazioni in centimetri di neve sulle vette. I due dati si riferiscono a luoghi e condizioni differenti; inoltre, la densità della neve cambia durante la precipitazione e il manto si assesta già nelle prime ore.

La neve di novembre porta con sé un significato diverso da quella primaverile: arriva mentre le giornate si accorciano e la montagna si avvicina alla parte più fredda dell'anno. Alle quote maggiori e sui versanti meno esposti al sole può trovare condizioni favorevoli alla permanenza, contribuendo alla formazione della prima copertura stagionale.
Il fondo, tuttavia, non si costruisce per il solo fatto che sul calendario sia novembre. Servono continuità del manto, temperature favorevoli e un'evoluzione meteorologica che ne permetta la conservazione. Un successivo periodo mite o piovoso può ridimensionare rapidamente anche una nevicata abbondante.
Il rigelo può rendere la neve più compatta e creare superfici dure, senza garantire automaticamente stabilità o facilità di percorrenza. Quello osservato in questi giorni potrebbe rappresentare un primo tassello della stagione; saranno le prossime settimane a dirci quanto di questo bianco resterà.
Dove gli apporti siano stati consistenti, occorrerà seguire anche l'evoluzione del pericolo valanghe. Neve fresca, trasporto eolico e variazioni termiche possono creare condizioni di instabilità: il vento, in particolare, può concentrare accumuli molto diversi da quelli suggeriti dall'aspetto generale del paesaggio. Non è possibile assegnare un grado di pericolo sulla base dei pluviometri o delle fotografie. La valutazione richiede osservazioni del manto, informazioni meteorologiche e rilievi sul terreno.
L'inizio della stagione invita quindi a cambiare sguardo sulla montagna: un itinerario percorso pochi giorni prima in condizioni autunnali può presentare ora neve, ghiaccio e difficoltà differenti.
Il lascito di questa perturbazione è un paesaggio di grande forza, nel quale autunno e inverno convivono a poche centinaia di metri di dislivello. Ma dietro quella bellezza c'è soprattutto un episodio ricco di precipitazioni, il cui bilancio in alta quota deve ancora essere ricostruito. Le schiarite mostreranno l'estensione del bianco; le misure ci diranno quanto ne è caduto e quanto ne è rimasto.












