Partivano all'inizio dell'autunno alla ricerca di donne disposte a cedere i propri capelli: il mestiere del "cavié" tra le pagine di un romanzo ambientato in Val Maira

La Val Maira e suoi raccoglitori di capelli sono al centro di "L'inventario delle nuvole", romanzo del giornalista e scrittore Franco Faggiani. Il libro porta a riflettere sulle difficoltà della vita nelle montagne piemontesi di inizio Novecento e a scoprire i dettagli di un insolito mestiere ormai dimenticato. Al tempo stesso, attraverso i pensieri del protagonista, permette di immergersi nelle suggestioni del paesaggio alpino

A Elva, in Val Maira, esiste un museo molto particolare, che custodisce la memoria di un mestiere di montagna oggi scomparso: quello dei caviè, i raccoglitori di capelli.
Il Museo di Pels (o museo dei capelli), racconta di come gli elvesi, ai tempi in cui la vita offriva loro poco o niente, trovarono il modo di migliorare la loro condizione inventandosi questa singolare attività itinerante.
Lhi Pelassiers partivano da Elva all'inizio dell'autunno, quando i lavori agricoli erano terminati, e andavano ovunque potessero trovare una donna o una ragazza disposta a cedere la propria chioma in cambio di qualche lira, un pezzo di stoffa o un foulard. Chiuso tutto il raccolto in grossi sacchi, li portavano ad Elva, dove le donne li lavavano, pettinavano e suddividevano in trecce che venivano messe ad asciugare.
Oggi può sembrarci strano, ma si trattava di una materia prima assai pregiata, essenziale per il confezionamento delle parrucche, che veniva commercializzata soprattutto sui mercati stranieri.
Proprio la Val Maira e il mestiere del caviè sono al centro di "L'inventario delle nuvole", romanzo del giornalista e scrittore Franco Faggiani uscito nel 2023 per Fazi Editore. Un racconto ambientato durante la Prima Guerra Mondiale, con protagonista un ragazzo, Giacomo, che viene avviato alla singolare professione di raccoglitore di capelli dal nonno, Girolamo, ruvido e determinato capofamiglia, scaltro commerciante diventato fornitore di merci per l'esercito.
Il romanzo porta a riflettere sulle difficoltà della vita nelle montagne piemontesi di inizio Novecento e a scoprire i dettagli di questo insolito mestiere ormai quasi dimenticato. Ma al tempo stesso, attraverso i pensieri di Giacomo, che si accumulano passo dopo passo durante i viaggi solitari alla ricerca di donne a cui chiedere i capelli, il libro permette di immergersi nel paesaggio alpino. Un paesaggio simile ma al tempo stesso assai differente da quello odierno, punteggiato di borgate poverissime ma vive e operose, tra campi da coltivare e animali da gestire. Luoghi che, senza retorica, Faggiani descrive nitidamente, mescolando le suggestioni che nascono dall'attraversare gli ambienti montani ai riflessi di un'umanità solcata da povertà e fatica.
Il brano che abbiamo scelto per la rubrica "La montagna nei libri" riguarda il primo viaggio solitario di Giacomo, giovane e inesperto cavié, alla ricerca delle sue donne.

Adesso per ripagare mio nonno e mia madre per tutto quel benessere, mi ritrovavo qui da solo, sui sentieri che si intrecciavano tra le montagne. Perciò dovevo tirar fuori un po' di coraggio, andare con spirito leggero e non come fosse una condanna, e fare con scrupolo il mio lavoro, prendere le giuste misure, impratichirmi, come in tutte le cose. In fondo, al posarsi della prima neve consistente, quella a cui basta una notte per nascondere un sentiero, sarei potuto tornare a casa. A guardare in quei giorni la corposità e il colore delle nuvole, a sentire l'odore diverso dell'aria, che sapeva di canfora e di legno bagnato, non sarebbe passato tanto tempo dal cadere dei primi fiocchi.
Nel frattempo però tra questi sbuffi di panna che viaggiavano lenti nel cielo sopra di me il sole si era trovato uno spazio per insinuarsi ed era venuto a riscaldare il prato. Lo percorsi verso l'alto fin quando trovai tra l'erba, per caso, una roccia bianca e appiattita, quasi fosse stata una chiazza di neve sopravvissuta all'estate.
Mi tolsi con sollievo il carico dalle spalle, lo appoggiai senza riguardo sul terreno pungente per la miriade di piccoli cardi che vi crescevano e mi me lascial cadere sulla pietra liscia, allungando le gambe. Stirai le braccia e le spalle e inarcai in avanti la schiena, per darle sollievo. Quindi aprii la bisaccia di panno e presi un pezzo di formaggio e una mela, che mangiai senza usare il coltello che mi aveva regalato il nonno, ma dando morsi veloci e avidi, capaci a uno a uno di riempirmi la bocca di polpa succosa e fresca. Il coltello preferivo tenerlo in una delle tasche dei pantaloni che mia madre aveva chiuso con un bottone di legno per evitare di perdere le piccole cose che di solito mettevo dentro alla rinfusa. Sentirne il manico attraverso la stoffa mi dava una sensazione di sicurezza, anche se non immaginavo proprio come avrei potuto usarlo contro qualche malintenzionato o per difendermi da qualche cane selvatico. Dalla tasca opposta tirai fuori il foglio di pelle sul quale erano state disegnate le borgate e lo spiegai sulle ginocchia. Orientare quella mappa fu facile, perché la riga scura del fondovalle coincideva con il fondovalle vero, quello che vedevo proprio sotto di me; il tetto rosso sulla sinistra indicava Prazzo, di cui ancora riuscivo a scorgere i camini di pietra scura, là in fondo, e poi vi era indicata la cima del Chersogno, una delle montagne più alte, dietro le mie spalle. Su, in direzione di quel monte, erano indicati altri piccoli tetti, di colore nero; rappresentavano grange isolate o grumi di piccole costruzioni rurali dove avrei trovato le mie donne - almeno, le prime con cui avrei cominciato davvero il mestiere. Ripiegai e riposi la mappa e guardai verso l'alto i fianchi della montagna, ma i prati ripidi si alternavano a tratti di vegetazione compatta così non riuscii a distinguere nessun muro o steccato che circondasse un orto, nessun covone di fieno e neanche un ricovero per pecore, vacche o persone. Bisognava dunque salire di nuovo. Rimasi però lì un altro po' a raccogliere il sole ancora caldo e a guardare il paesaggio di fronte: valli selvagge divise da creste frastagliate come i denti di una sega, oltre le quali c'era la Francia. Chissà se un giorno il nonno mi avrebbe mandato fin laggiù, a vendere la merce.
Le montagne davanti stavano cambiando colore. In alto le praterie rasate dal vento tendevano già al marrone e le rocce erano diventate scure e lucide per la pioggia che era caduta lassù nei giorni passati e che il sole non era ancora riuscito ad asciugare. Al centro, dove si aggrovigliavano cespugli, arbusti spinosi e piante che stentavano a crescere, c'era qualche macchia gialla e arancione. In basso invece era rimasto tutto verde, gli abeti facevano emergere dalle ombre di fondovalle i loro rami ricoperti di aghi scuri e brillanti mentre i faggi lasciavano tremolare le foglie ovali e lucide, non ancora intrecciate tra loro dalle tiepide carezze dell'autunno. Erano cose già viste, in fin dei conti, ma durante i giorni in cui le stagioni me decidevano di darsi il cambio su queste nostre terre le trovavo sempre attraenti e un po' magiche. Provavo ancora quella meraviglia che lasciava addosso una bella sensazione, la sola capace di sostenermi nei cammini solitari. Poi mi resi conto che la contemplazione non portava a niente di concreto e mi scossi. Misi la bisaccia a tracolla, tirai fin sulle spalle la gerla e ripresi a salire verso il Chersogno, tagliando agevolmente per i prati dove ormai le bestie si erano mangiate da un pezzo l'erba buona e non nascondevano ostacoli. Era come camminare su un tappeto, anche se a volte pungente, per via dei cardi.
Foto: Wikimedia Commons, www.invalmaira.it

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".














