Contenuto sponsorizzato
Storia | 29 ottobre 2026 | 18:00

"Gettavano acqua calda e aceto sulla roccia affinché cedesse, scavavano fessure con il piccone e appiccavano un incendio". Nacque così il primo traforo alpino della storia

Nel 1478 fu approvato il progetto del "Buco di Viso", per volontà di Ludovico II di Saluzzo, d'accordo con il re di Francia. Del suo scavo si occuparono maestranze piemontesi con sistemi ancora rudimentali. Il tunnel esiste ancora oggi, e – dopo più di cinquecento anni – continua a collegare il versante italiano e quello francese

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Le Alpi sono la catena montuosa più alta d'Europa, che separa la penisola italiana dall'Europa continentale, arrivando a toccare Francia, Svizzera, Liechtenstein, Germania, Austria, Slovenia e Ungheria. Da sempre barriera in tempo di guerra e luogo di traffici in tempo di pace, queste montagne sono tra le più attraversate al mondo.

 

Non solo passi e valichi, solcati per secoli da eserciti, mercanti e turisti, ma – più di recente – anche decine e decine di trafori sotterranei, da piccole gallerie alpine a monumentali passaggi ferroviari e stradali, tra i quali il traforo ferroviario più lungo del mondo: la galleria del San Gottardo, con oltre 57 chilometri di sviluppo.

 

Ma qual è stato il primo traforo alpino transfrontaliero? Quando si è deciso per la prima volta di forare queste montagne per collegare due territori di confine? Perché lo si fece?

 

Il Parco del Monviso, oggi area naturale protetta a cavallo fra Valle Po e Valle Varaita, ci aiuta a ripercorrere la storia del "Buco di Viso", (Pertuis du Viso in lingua francese, Përtus dël Viso in lingua piemontese) un tunnel ancora oggi esistente di circa 75 metri, che collega l'Italia con la Francia mettendo in comunicazione i territori comunali di Crissolo e Ristolas.

Siamo nelle Alpi Occidentali, nei pressi del "Re di Pietra", il Monviso. Per arrivarci, però, dobbiamo settare la macchina del tempo indietro di diversi secoli. Quando venne scavato il primo traforo alpino della storia, il vecchio mondo era ancora l'unico: mancava poco che l'America venisse scoperta. Allora, parte delle attuali province di Cuneo e Torino, appartenevano al Marchesato di Saluzzo, un'antica entità politica autonoma sotto il controllo della nobile dinastia dei Del Vasto, figlia del dissolvimento del regno carolingio.

 

Alla fine del Quattrocento, sotto la guida di Ludovico II, il Marchesato di Saluzzo si apprestava a toccare l'apice del suo splendore. Il piccolo stato esercitava da secoli un ruolo tutt'altro che secondario sul territorio cisalpino occidentale, e così pure sulla scena internazionale. La politica saluzzese aveva infatti alternativamente seguito le linee dei Savoia e dei francesi e la strategica posizione territoriale rendeva il Marchesato particolarmente ambito dai due governi.

 

Preso il potere nel 1475, Ludovico II inviò una richiesta ufficiale al Parlamento di Grenoble per realizzare una galleria che rendesse più agevole il passaggio di uomini e muli da soma tra le sue terre e il Delfinato. Poiché la risposta si faceva attendere, nel 1477 il marchese decise di scrivere al re di Francia Luigi XI e a Jean d'Aillon, governatore del Delfinato.

 

All'epoca non era impresa da poco forare le dure rocce della catena del Monviso, ma i vantaggi per entrambe le parti sarebbero stati notevoli. Il commercio del sale in arrivo dalla Provenza era fiorente e sotto la galleria sarebbero potute passare anche le colonne di muli con le merci più disparate. "C'è da supporre – aggiunge il Parco del Monviso raccontandone la storia – che furono i disegni espansionistici a convincere il re di Francia e il parlamento transalpino: con la nuova galleria, infatti, il percorso sarebbe stato più sicuro anche per l'eventuale passaggio degli eserciti".

Il punto in cui realizzare l'opera, poco a nord del Monviso, fu individuato alle pendici del monte Granero sotto il Colle delle Traversette, a quota 2.882 metri, sotto la cresta che separa la valle Po da quella francese del Guil. La galleria avrebbe accorciato il viaggio di poche centinaia di metri, ma avrebbe consentito di evitare le ultime rampe che, soprattutto sul versante italiano, esponevano il sentiero su paurosi strapiombi. Nel 1478 il progetto fu approvato, e la realizzazione dell'opera affidata agli impresari Baldassare di Alpiasco, oggi Piasco, e Martino di Albano.

 

L'intero costo, calcolato in dodicimila fiorini, era da dividere in eguale misura tra il Delfinato e il Marchesato di Saluzzo. "Si concluse così un accordo che prevedeva la sistemazione delle strade di avvicinamento sul versante francese a cura del governo transalpino. Si considerò anche che dallo stagno di Berre, vicino Marsiglia, si sarebbero potute produrre 5300 olle l'anno di sale e si stabilì che la parte per il Marchesato avrebbe avuto un prezzo minore. Per evitare speculazioni, si stilarono precise regole che i mercanti dovevano rispettare".

 

A quanto si dice, per scavare la galleria furono impiegati fuoco, aceto e acqua bollente. Gli operai scavando fessure nella roccia con il piccone, quindi appiccavano un incendio controllato e gettavano nelle fessure acqua calda mescolata con aceto. In questo modo la roccia veniva indebolita e cedeva più facilmente all'impeto dei picconi. "In soli due anni dall'approvazione del progetto i due versanti delle Alpi erano, per la prima volta nella storia, collegati da un tunnel".

I commerci tra i due versanti s'intensificarono portando benefici alle popolazioni locali. Ma dopo le merci vennero gli eserciti e il buco acquisì importanza strategica. Più volte bloccato, fu poi riaperto al transito delle truppe: quando le guerre si placavano riprendeva il passaggio delle merci. Nel secolo scorso ebbe ancora una funzione di rilievo: fu utilizzato dagli emigranti della Valle Po e della vicina pianura che si recavano in Provenza e nel resto della Francia a zappare viti, mietere il grano o a svolgere umili lavori.

 

Nel corso dei secoli il Buco di Viso fu spesso soggetto a periodi di chiusura forzata dovuti alle frane, specialmente sul versante francese. Nel 1803 fu ripulito dai materiali che ne ostruivano il passaggio, ma nel 1820 era di nuovo bloccato. Da allora, le sovvenzioni di enti e l'intervento di personalità e di volontari resero possibili periodiche riaperture.

 

"Una delle più note – raccontata dal Parco del Monviso, che sarebbe nato nella forma attuale solo 110 anni più tardi – fu certamente quella del 1907, molto ben documentata da Valbusa nel bollettino del Cai numero 11 di quell'anno: i festeggiamenti durarono due giorni, furono sparati i mortaretti, intervennero autorità civili e militari e giornalisti dei due versanti delle Alpi, tra cui il corrispondente del Corriere della Sera".

Da allora la galleria è stata oggetto di lavori a più riprese. L'ultimo grande intervento è stato completato tra l'estate e l'autunno 2014.  Il tunnel era infatti già da molti anni quasi completamente ostruito in corrispondenza dell'uscita sul lato francese a causa del pietrame che vi si era accumulato. Neve e ghiaccio, presenti spesso fino a stagione estiva ampiamente inoltrata, rendevano il transito ancora più problematico e difficoltoso. Di fatto, il percorso più agevole per compiere il Giro del Monviso era tornato ad essere salire al soprastante Colle delle Traversette.

 

Per risolvere in modo definitivo il problema, nel 2014 la Regione Piemonte ha avviato un progetto transfrontaliero di lavori di manutenzione straordinaria, affidato nell'attuazione al Parco del Monviso. È stata realizzata una galleria artificiale in cemento armato che si prolunga per circa 23,5 metri dall'uscita del tunnel naturale e che, a lavori ultimati, è stata ricoperta per ridurne l'impatto visivo e ambientale con pietrame reperito in loco e che proveniva dallo scavo per l'alloggiamento del cunicolo.

All'esterno l'unico elemento visibile di questa nuova galleria è l'arco in pietra che ne contraddistingue l'entrata, che nel corso del 2023 è stata completata con il posizionamento di una porta in acciaio corten, che viene chiusa a chiave al termine della stagione escursionistica.

 

"Oggi il Buco di Viso è meta di studiosi e di escursionisti che salgono lassù per ammirare l'opera di alta ingegneria che da oltre cinque secoli collega la Valle Po con la francese Valle del Guil. Una vera anticipazione dell'attuale cooperazione europea".

 

Qualche giorno fa il Buco di Viso è stato chiuso per la stagione invernale. "Come ogni anno – conclude il Parco del Monviso – l'imboccatura francese, soggetta ad importanti accumuli di neve, è stata bloccata e rimarrà chiusa fino alla prossima tarda primavera o inizio estate, a seconda dell'innevamento".

 

 

Crediti fotografici: Parco del Monviso

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Ambiente
| 29 ottobre | 13:03
Il Muse (Museo delle Scienze di Trento) si prepara ad accogliere l'appuntamento con EuBiReCo, la conferenza dedicata [...]
Ambiente
| 29 ottobre | 12:00
Può capitare di vedere un ramo secco in un fusto vivo e vigoroso: scopriamo come un albero "impara" a lasciarlo [...]
Ambiente
| 29 ottobre | 06:00
Cinquant'anni fa l'Eni esplorò uno dei maggiori giacimenti di uranio noti in Italia, scavando chilometri di gallerie [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato