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| 29 ottobre | 17:36

''Bino amava stare con la gente. Raccontava delle sue montagne. Ogni sentiero, ogni cima, ogni alpeggio'', addio al mitico Albino Bionaz fondatore del Rifugio Prarayee

Fu lui, assieme alla moglie Rosanna a costruire la struttura simbolo dell'alta valle di Bionaz. Il ricordo dei figli: ''All'epoca bisognava andare subito a lavorare. Prima negli alpeggi da ragazzino, poi al lavoro duro in diga, e anche facendo il contrabbandiere, come tanti di montagna a quel tempo, per portare a casa qualcosa. Grazie di tutto, papà. Ci hai insegnato la cosa più vera: che nella vita, chi va piano, va sano e va lontano. Bien faire et laisser dire''

Bino amava stare con la gente
di L.P.

BIONAZ. ''Ieri il nostro papà Albino ci ha serenamente lasciati. Per tutti, semplicemente, Bino. Bino era l'anima del Rifugio. Un rifugio che lui e la nostra mamma hanno costruito con sacrifici e sudore, pietra dopo pietra, tramandandoci l'amore per questo lavoro''. A ricordare il fondatore del Rifugio Prarayee Albino Bionaz sono i figli che oggi gestiscono la struttura. ''Bino'' infatti se ne è andato martedì e la struttura rimarrà chiusa fino a domani per le giornate di lutto. Il Prarayer è un rifugio simbolo posto a poco più di 2.000 metri nell'alta valle di Bionaz in Valle d'Aosta (Valpelline), lungo la sponda orientale del Lago di Place-Moulin, porta d’accesso verso alcuni dei grandi ambienti d’alta montagna della valle e verso strutture quali il Rifugio Aosta, la testata della Valpelline e le montagne che circondano il ghiacciaio di Tza de Tzan oltre ad essere tappa del Tour del Cervino nel cuore dei 4.000 della Alpi Pennine.

 

Di fatto rifondato sui ruderi di un vecchio alpeggio, proprio da Albino Bionaz e Rosanna Petitjaques resta vicino alla vecchia struttura dell'albergo/rifugio risalente ai primi del 900 e chiuso nel dopo guerra. E un'ondata di affetto ha travolto la famiglia Bionaz per la dipartita di Albino. ''Più di ogni altra cosa, Bino amava stare in mezzo alla gente. Era lì che stava bene. In mezzo a un tavolo a chiacchierare, a raccontare - scrivono sulla pagina del rifugio i familiari -della sua gioventù, delle sue avventure di vita, dell'alpeggio. Raccontava delle sue montagne, che conosceva in ogni singolo dettaglio. Ogni sentiero, ogni cima, ogni alpeggio. Le conosceva come le sue tasche, perché le aveva vissute tutte. Amava parlare di mucche. La sua passione più grande, perché è stato il suo lavoro di una vita, le ha allevate, le ha commerciate. Ed è anche commerciando mucche che ha incontrato tanta gente. Era un uomo curioso di tutto, perché il suo più grande rimpianto è sempre stato quello di non aver potuto studiare di più. All'epoca non c'erano i soldi per l'istruzione e bisognava subito andare a lavorare. Prima negli alpeggi da ragazzino, poi al lavoro duro in diga, e anche facendo il contrabbandiere, come tanti di montagna a quel tempo, per portare a casa qualcosa''.

 

''Forse - proseguono - è per questo che non gli importava che lingua parlassi. Anche se non sapeva una parola di tedesco o di inglese, lui ci provava lo stesso. Con le mani, con un sorriso, con due parole inventate. E in qualche modo si faceva capire da tutti. E poi c'erano le sue gaffe. Esilaranti. Le faceva con una nonchalance incredibile, con la faccia più seria del mondo. E ti lasciava lì a ridere per giorni. Ha vissuto una vita piena. Grazie di tutto, papà. Ci hai insegnato la cosa più vera: che nella vita, chi va piano, va sano e va lontano. Bien faire et laisser dire. Ci mancherai Bino''.

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