Perché sempre più smart worker, artisti e nomadi digitali scelgono la montagna per vivere? "La mia impressione è che siano persone accomunate da una 'ricerca di spazi'"

Smart worker, nomadi digitali, artisti: sono loro i nuovi abitanti della montagna? Non persone in fuga dalla città, ma individui in cerca di un luogo dove la mente possa lavorare senza essere travolta. È la tesi suggestiva del regista e organizzatore del Piccolo Festival di Antropologia della Montagna, Giacomo Agnetti. Da qui l'idea di un'intervista per capire insieme a lui come l'arte stia costruendo un nuovo immaginario delle Terre Alte, e cosa renda possibile, per i nuovi e i vecchi abitanti, costruire insieme comunità sostenibili

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Cercatori di spazi: smart worker, nomadi digitali, artisti. Non semplicemente persone in fuga dalla città, come si racconta spesso, ma individui mossi da un bisogno più preciso e vitale: trovare un luogo dove la mente possa lavorare senza essere travolta da ansia e frenesia.
Sono loro, secondo Giacomo Agnetti, i nuovi abitanti della montagna. È la tesi suggestiva di una riflessione densa e appassionata, pubblicata su Dialoghi Mediterranei, il periodico bimestrale dell'Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo.
Guida escursionistica, regista, illustratore, docente di Cinema Digitale alla Iulm e tra gli organizzatori del Piccolo Festival di Antropologia della Montagna di Berceto (Parma), Agnetti osserva da anni il timido ripopolamento dell’Appennino con uno sguardo che è sì documentaristico ma pure profondamente culturale.
Nel suo testo parte da un dettaglio etimologico - il verbo cercare, dal latino circare, "andare intorno" - per arrivare a un’idea che ribalta la lettura più comune dello spopolamento montano: il vuoto lasciato da decenni di abbandono non è una ferita, ma un alleato.
Lo abbiamo intervistato per approfondire meglio insieme lui questa particolare lettura della montagna.
Case, alberghi, borghi interi diventano una riserva di spazi che chiedono di essere reimmaginati. Che cosa permette, concretamente, a chi arriva in montagna di pensare?
Viviamo in un’epoca davvero strana: abbiamo tutte le informazioni possibili che ci affollano la mente. Corsi di mindfulness, meditazione, guru della rete che sparano regole fondamentali per vivere felici come se fossero consigli per fare il bucato. Emerge una situazione bizzarra, in cui l’unica cosa che veramente ci sfugge è capire quello che vogliamo, ciò che ci rende felici. Le aree urbane offrono continuamente formule per riempire il vuoto, il silenzio, la noia. In montagna, o comunque nelle aree di provincia, le persone sono costrette a convivere con l’assenza di intrattenimento e questo le porta, volontariamente o involontariamente, a conoscersi più in profondità. Se vogliamo, si potrebbe dire che qui aumenta la possibilità di concedersi il tempo di portare a termine delle riflessioni. Una casa abbandonata può diventare così un’idea, un progetto personale di ristrutturazione e, alla stessa maniera, un albergo o un museo chiusi possono trasformarsi in un’idea di gestione comunitaria. Quando le persone sono armate del giusto sguardo, il vuoto diventa un’opportunità. Per questo i nuovi abitanti sono così importanti: perché vedono più possibilità.
Nel tuo articolo sostieni che l’Arte ha sempre nominato i movimenti culturali. In che modo può farlo anche oggi, dentro il timido ripopolamento delle nostre Terre Alte?
L’offerta turistica delle valli di montagna non è mai stata così ricca di eventi e festival. Spesso a organizzarli sono associazioni culturali formate da persone del posto e da nuovi abitanti. La vera potenzialità di questi gruppi è il loro modo di vedere il luogo in cui hanno scelto di vivere, ovvero come una terra di opportunità. A chi verrebbe in mente, altrimenti, di organizzare concerti e spettacoli teatrali nelle stalle, di trasformare canoniche e case di riposo in accoglienti spazi teatrali o di lanciarsi nell’organizzazione di enormi festival in località con meno di 2mila abitanti? Come dicevamo, siamo solo all’inizio di un fenomeno culturale, ma un nuovo immaginario si sta pian piano formando, e non solo in Italia. Penso a band come Lostatobrado, autori come Massimo Zamboni e Mario Ferraguti, a organizzazioni come quella degli Antagonisti di Melle o gli UGEL (Unión de Grupos Excursionistas Libertarios), fino a It's Good 2 Be Young in the Mountains, ad Harlan in Kentucky, che ci ha ispirato il Piccolo Festival di Antropologia della Montagna che organizziamo a Berceto, in provincia di Parma. Lentamente, ma con costanza, l’arte si sta appropriando di toponimi e atmosfere di questa montagna, che ha poco a che fare con l’alpinismo eroico. È in questo modo che si forma un immaginario collettivo. Alcuni luoghi della Terra, come per esempio la regione dei laghi nel Rio Negro, in Argentina (la Patagonia del Nord, per intenderci), stanno vivendo un periodo di boom economico e demografico generato in parte dalla letteratura, sia di viaggio sia alpinistica. Per citarne alcuni: Chatwin, Sepúlveda, Theroux, Coloane, Verne, Darwin, Chouinard, Bonatti e Salvaterra sono solamente alcuni degli autori che hanno scritto pagine capaci di attrarre, per decenni, persone in quei luoghi così lontani. Il compito dell’Arte è aiutare i popoli a immaginare ed è stupefacente come l’esito di una semplice residenza artistica possa aiutare gli abitanti a vedere il proprio paese come nessuno aveva mai osato immaginarlo.
Smart worker, artisti, nomadi digitali: che cosa li accomuna davvero? È corretto considerarli una nuova comunità montanara?
La mia impressione è che siano persone accomunate da una ricerca. Io li ho chiamati "cercatori di spazi" solo perché penso che alcune persone sentano la necessità di avere spazio intorno a loro. Ovviamente non parlo solo di spazio fisico, ma anche e soprattutto mentale. Per anni ho pensato, come molti altri, che i nuovi abitanti fossero persone che fuggivano dalla vita frenetica della città e che volevano vivere in una casa immersa nella natura. Solo più tardi ho iniziato a capire che la maggior parte di essi non era alla ricerca solo di un luogo "bello" in cui vivere, ma anche e soprattutto di una comunità attiva e accogliente. Detto questo, non credo sia corretto considerarli una nuova comunità montanara, perché loro sono già parte della comunità montanara. In alcuni contesti i nuovi e i vecchi abitanti non riescono a percepirsi come parte dello stesso gruppo, eppure vivono sotto lo stesso cielo, fanno la spesa negli stessi negozi e affrontano in auto le stesse curve tutti i santi giorni.
Perché la montagna sembra essere uno dei pochi luoghi dove la lentezza non è percepita come un ostacolo ma come una condizione necessaria?
La stagionalità porta chi vive in montagna a sviluppare ritmi mentali diversi, che prescindono dal lavoro svolto. Ci sono stagioni durante le quali è normale correre e altre in cui si è quasi costretti ad andare più lenti. Per quanto gli abitanti della montagna continueranno a lamentarsi, probabilmente per sempre, di entrambe le stagioni, sono convinto che in cuor loro finirebbero per odiare un’esistenza scandita sempre dallo stesso ritmo. Il periodo accelerato dell’alta stagione è propedeutico e necessario alla lentezza della bassa stagione. Credo però che sarebbe un errore considerare la lentezza una caratteristica della montagna. La montagna non è lenta: alterna velocità e lentezza. Tutti, in fondo, si danno delle priorità nella vita. Chi sceglie di vivere in montagna mette spesso tra le proprie priorità anche quella di concedersi un po’ di tempo per stare tranquillo. Come disse tempo fa il mio caro amico Umberto Fabi, attore e regista teatrale scomparso da qualche anno: "Questo non è un luogo comune, ma è sicuramente comune al luogo".
Chi arriva non conosce il dialetto, non sa fare i lavori tradizionali, ma spesso si integra con risultati eccellenti. Da cosa dipende questa riuscita?
Anni fa lessi un articolo su Alagna Valsesia, sotto al Monte Rosa, in cui l’autore cercava di spiegare cosa fosse un local, ovvero un abitante del luogo. Ebbene, a detta sua, un local è una persona che riesce a descriverti in cinque minuti quello che a lui è servita una vita per imparare. Mi colpì profondamente e tuttora mi ritrovo a domandarmi quante volte siamo stati dei buoni local senza esserne consapevoli. Ecco, la buona riuscita di una convivenza tra vecchi e nuovi abitanti è data dalla quantità di local che hanno intenzione di aiutare gli altri a capire.
Quando dici che "l'azienda è nella mente", descrivi un nuovo modo di lavorare. Che cosa cambia quando questo lavoro viene portato in quota?
Sinceramente non so se la quota possa avere un ruolo nel cambiare il modo di lavorare, ma credo che sia un dato di fatto che, quando si è vicini a un ambiente naturale, cambi il modo di pensare e di affrontare i compiti quotidiani. Per qualche anno ho vissuto a Milano e faticavo a percepire le stagioni e i diversi ritmi. In montagna mi ritrovo invece a pensare che forse alcune questioni lavorative possano essere rimandate all’inverno, per esempio. Ma il lavoro da remoto nasconde molti pericoli: solitudine, mancanza di confronto, procrastinazione, oppure anche l’esatto contrario, il burnout dato dalla mancanza di pause. Per fortuna stanno nascendo come funghi uffici di coworking nei quali si radunano i più inaspettati professionisti, che prima non erano in contatto tra loro perché ognuno lavorava a casa propria. A cosa porteranno questi nuovi hub di lavoro nessuno lo sa, ma di certo si tratta di una novità assoluta in ambito montano.
Guardare l’ambiente montano come un insieme di parole, concetti, melodie: quanto incide, a tuo avviso, il paesaggio sul processo creativo?
La creatività è molto soggettiva. Ricordo un’intervista con un discendente dei Tehuelche, in Chubut. Gli chiesi se non preferisse vivere tra le montagne verdi e i laghi del nord della regione, invece che nella steppa, che ai miei occhi era sostanzialmente un luogo piatto, freddo, brullo e ventoso. Mi rispose che le montagne gli piacevano, ma che il suo sguardo lì non poteva correre. Da cosa dipende quindi la creatività? Non credo di poterlo dire, ma sicuramente i paesaggi influenzano il pensiero, esattamente come fa la musica.
Siamo davvero all’inizio di un nuovo ciclo culturale? Che cosa potrebbe renderlo stabile?
L'età media della popolazione nelle zone montane d’Italia si attesta intorno ai 49-50 anni, un dato nettamente superiore rispetto alla media nazionale. Questo ci porta a considerazioni piuttosto ovvie: nei prossimi anni, in montagna, avremo un crollo rapidissimo della popolazione dovuto ai decessi. Molte case si libereranno e, a quel punto, avremo due opzioni: diventare il giardino estivo delle persone che vivono per tutto l’inverno in città oppure dare la possibilità a nuovi abitanti di occupare quelle case e costruire comunità che siano sostenibili anche dal punto di vista economico. La stagione invernale sta cambiando e presto saranno pochissime le località di montagna che avranno la possibilità di offrire sia la stagione invernale sia quella estiva. Rimarrà solamente una stagione e pensare che un luogo turistico possa vivere grazie a una manciata di mesi di alta stagione è una semplice utopia. Se le comunità delle zone montuose non avranno la prontezza e la dinamicità di ospitare nuovi e stabili abitanti, non riusciremo mai a sviluppare quel movimento ideologico e culturale che pretende di vivere secondo ritmi diversi rispetto a quelli delle città. È per questo che i territori dovrebbero iniziare a collaborare per co-progettare non solo la propria valle, ma tutte le province, in modo da creare un sistema città-montagna che possa diventare economicamente sostenibile.
In che modo il "tuo" Piccolo Festival di Antropologia della Montagna intercetta questo cambiamento?
Grazie alla mia compagna, l’antropologa Maria Molinari, il festival prova ogni anno a riunire nello stesso luogo studiosi che hanno ragionato su quelle che vengono chiamate "aree interne". A volte, per intercettare un cambiamento, è sufficiente riunire persone che parlano delle stesse tematiche. Durante il festival vengono portati casi studio nazionali e internazionali e questo aiuta chi partecipa a comprendere che c’è, anche se lentamente, qualcosa che sta cambiando a livello globale. L’attenzione non è più solo rivolta alle grandi città. Detto questo, il nostro Festival è solamente una delle tante occasioni per ragionare sulle tematiche della montagna, ma credo che sia indicativo che alle conferenze che organizziamo ci sia sempre un pubblico attento, preparato e soprattutto numeroso.













