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Idee | 12 agosto 2026 | 12:00

"Aperitivo volante" in seggiovia sulle Dolomiti: tre possibili rischi accompagnano il desiderio di sfruttare gli impianti con simili iniziative

Navigando sui social in questi giorni è facile imbattersi su post/video finalizzati a promuovere questa singolare iniziativa, proposta in Val Gardena. Opportunità o idea dagli effetti non desiderati?

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Navigando sui social in questi giorni è facile imbattersi su post/video finalizzati a promuovere una singolare iniziativa: l'"aperitivo volante" in funivia, promosso dal consorzio turistico Val Gardena. Si legge nel sito:

 

"Godetevi un aperitivo davvero speciale sulla seggiovia che dal Monte Pana porta al Mont de Sëura. Con l'imponente massiccio del Sassolungo e le sue maestose torri e guglie sempre davanti agli occhi, potrete salire in quota sorseggiando un fresco Hugo o un Veneziano, accompagnato da deliziosi antipasti e autentiche specialità altoatesine. Un'esperienza unica è garantita".

 

L'esperienza dura circa un'ora e ricorda, con qualche variazione sul tema, la cena in telecabina organizzata a Madonna di Campiglio a luglio 2024.

 

Non è del tutto sbagliato sfruttare delle infrastrutture – originariamente connesse al turismo invernale – anche d'estate: "Ormai ci sono", ripete spesso un collega, "perché non individuare delle modalità di utilizzo alternative?"

 

Come dargli torto. Tuttavia, queste iniziative (che sicuramente hanno delle ricadute economiche sul territorio e possano offrire una serata suggestiva o, almeno, piacevole a chi vi partecipa) possono provocare tre tipologie di effetti non desiderati, che proverò a sintetizzare qui di seguito.

 

1 – Da spazio da vivere, le montagne vengono trasformate in scenografia

Insieme a queste idee sale in montagna una configurazione turistica che rischia di evidenziare solo marginalmente il carattere peculiare dei territori, anestetizzando così quell'importante slancio empatico che può prendere vita dalla frequentazione diretta di una determinata valle montana.

I rilievi diventano così sfondo di un'esperienza replicabile ovunque. Ciò è un peccato, perché Alpi e Appennini sono culla di una molteplicità di traiettorie singolari.

 

2 – Abitudine a prodotti non sempre facili da garantire (soprattutto nei rifugi)

Non è raro ascoltare rifugisti o gestori di strutture situate parzialmente isolate lamentarsi delle bizzarre (e spesso insistenti) richieste dei turisti, seguite a volte da atteggiamenti di manifesta delusione. Non è sempre facile, infatti, rifornire i rifugi: motivo per cui spesso dispongono dell'essenziale.

Abituare i turisti al consumo di determinati prodotti in quota può alzare le aspettative dei turisti: così, quando il rifugista non riesce ad appagarle, rischia di essere investito dal carattere provocato dall'insoddisfazione.

Ovviamente nessuno sostiene una montagna fatta di austerità e privazioni, ma questa problematica ha probabilmente assunto una dimensione più ampia a causa di una comunicazione o di iniziative che hanno trasferito in quota abitudini più consone ad altri contesti alle città (ma anche ad alcuni centri di montagna).

 

3 – Giustificare nuove infrastrutture

Nonostante un patrimonio funiviario non indifferente, e malgrado l'aumento delle temperature e la conseguente riduzione delle precipitazioni nevose, sulle Alpi italiane si sente ancora l'esigenza di realizzare nuovi impianti.

Come si scriveva in apertura di articolo, queste iniziative possono allargare le modalità d'impiego dell'infrastruttura, svincolandola dall'inverno, ma non devono – soprattutto se un domani prenderanno piede – diventare il pretesto per tirare altri cavi e piantare nuovi piloni.

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