Polemiche sul ddl Caccia. Lipu: "È stato descritto come necessario per una maggiore convivenza con i selvatici, ma c'è ben poco che affronti realmente tali questioni"

Il provvedimento, ora all'esame del Senato, non smette di suscitare accese discussioni. Tra i punti salienti vi sarebbero l'ampliamento delle stagioni di caccia e degli animali cacciabili, e la maggiore apertura all'utilizzo di esche vive. Il parere dell'associazione ambientalista: "Inserisce la parola 'gestione' nel titolo, ma sono soltanto interventi marginali che hanno ben poco a che vedere con la gestione della fauna selvatica"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Ad un anno di distanza dall’inizio del suo iter, il contestato disegno di legge sulla caccia è arrivato ieri, 17 giugno, al vaglio del Senato. Le criticità, sollevate da diverse associazioni ambientaliste e opposizioni - vanno dalla riduzione delle aree protette all’ampliamento delle stagioni di caccia ai periodi pre-migratori.
Il testo riforma l'attuale legge sulla caccia, la 157 del 1992, ha la firma del presidente dei senatori di FdI, Lucio Malan, e conta in tutto 20 articoli. Il centrodestra ha promosso il testo elencando i rischi che vengono dalla presenza di alcuni animali selvatici come gli ungulati, spesso causa di incidenti stradali e di danni agli allevamenti, ed evidenziando il ruolo dei cacciatori intesi come "bioregolatori". In questo senso, se il decreto venisse approvato, la caccia diventa formalmente "attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi".
Aumenterebbe dunque il numero di animali cacciabili e delle aree di caccia consentite, come spiagge e aree protette, e faciliterebbe la pratica dell’attività venatoria in Italia anche cacciatori stranieri, rendendo il porto d’arma a scopo di caccia valido automaticamente anche nel nostro Paese.
Il ddl include inoltre una modifica dei calendari venatori, aprendo alla possibilità di cacciare anche durante le fasi di migrazione e nidificazione degli animali, o con il buio, perché si potranno usare visori notturni e silenziatori. Previsti, infine, limiti meno rigidi sui richiami vivi ossia gli uccelli usati come esca sonora negli appostamenti di caccia.
Il decreto non è stato ancora approvato definitivamente. Attualmente è in discussione al Senato, in sede assembleare, dopo essere stato licenziato dalle due commissioni riunite che hanno lavorato sul testo: l'Ottava Commissione (Ambiente) e la Nona Commissione (Agricoltura). Il provvedimento verrà ora esaminato dall'Aula, con la discussione e il voto sugli emendamenti, per poi essere eventualmente approvato e trasmesso alla Camera dei Deputati per il successivo iter parlamentare.
Tra le associazioni che si sono apertamente opposte alla proposta tramite comunicati e manifestazioni di contrarietà ci sono Slow Food Italia, Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Wwf Italia e Lipu-BirdLife Italia. Oggi, per approfondire le loro ragioni, abbiamo interpellato Giovanni Albarella, referente Lipu per la caccia e l’antibracconaggio.
La prima considerazione che emerge dal portavoce, più che di contenuto, è di carattere comunicativo, ossia sugli argomenti con cui questo Ddl viene presentato.
"È stato più volte descritto, anche da rappresentanti della maggioranza, come un intervento necessario perché l'attuale normativa sarebbe ormai datata e avrebbe bisogno di essere aggiornata rispetto alle nuove esigenze. Secondo questa narrazione, il problema principale sarebbe quello della convivenza con la fauna selvatica, in particolare con gli ungulati e soprattutto con i cinghiali, e dei danni che questi provocano all'agricoltura. Tuttavia, al di là di queste dichiarazioni, nel Ddl c'è ben poco che affronti realmente tali questioni".
Questa maggioranza - ricorda Albarella - era già intervenuta sul tema del controllo faunistico a partire dal 2022. "Evidentemente, però, quegli interventi non hanno prodotto i risultati auspicati. Anzi, l'unico risultato concreto è stato l'avvio da parte della Commissione europea di una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per presunta violazione della Direttiva Uccelli".
Oltre alla propaganda, dunque, poco o nulla di questa proposta di legge andrebbe concretamente a lavorare sul problema della gestione della fauna selvatica. Al contrario, gli aspetti che l’associazione ritiene critici sono diversi. Uno dei principali riguarda la possibilità concessa alle regioni di estendere ulteriormente la stagione venatoria.
Fino a oggi, infatti – spiega il referente Lipu - i calendari venatori erano soggetti al parere vincolante dell'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Con il Ddl, invece, non solo verrebbe eliminato il limite stagionale del 10 febbraio, ma il parere dell'Ispra perderebbe il proprio carattere vincolante. "Questo è forse uno degli aspetti più preoccupanti e irresponsabili del provvedimento".
"L'Ispra rappresenta infatti il principale organismo scientifico di riferimento dello Stato in materia di fauna selvatica. Eppure il suo ruolo viene fortemente ridimensionato: i suoi pareri vengono ridotti a una semplice consultazione oppure equiparati a quelli del Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale. Si tratta di un organismo rilanciato dal ministro Lollobrigida che, però, di scientifico ha ben poco, perché è composto in larga parte da rappresentanti del mondo venatorio e delle regioni. In sostanza, si rischia che siano gli stessi soggetti interessati a esprimere valutazioni su questioni che li riguardano direttamente".
A questo si accompagna poi un forte rilancio dell'utilizzo dei richiami vivi: "Una pratica che già oggi la legge consente e che consiste nell'utilizzare uccelli tenuti in gabbia durante tutto l'anno e poi portati sul territorio di caccia, sempre in gabbia, per attirare altri uccelli migratori liberi, che possono poi essere abbattuti dai cacciatori. Si tratta di una pratica che riteniamo profondamente sbagliata e che dovrebbe essere abolita. Invece il Ddl la rafforza".
In generale, poi, vi sarebbe poi un ampliamento – oltre che della stagione di caccia – anche delle specie cacciabili. Attraverso un emendamento viene prevista, ad esempio, la possibilità di cacciare l'oca selvatica, una specie che in fase migratoria trascorre l'inverno in alcune regioni italiane e che finora non era cacciabile.
"Se si ampliano le aree cacciabili e si allungano i periodi di caccia, aumenta inevitabilmente la pressione venatoria. E questa pressione non si estende soltanto nel tempo, ma coinvolge anche periodi particolarmente delicati, come quello della migrazione prenunziale, quando gli animali si dirigono verso i luoghi di nidificazione. Il danno alla biodiversità rischia quindi di essere molto grave".
Le questioni spinose poi si estendono, fino ad interessare – secondo le controargomentazioni di Lipu - la sicurezza stessa dei cittadini e la possibilità di fruire degli spazi naturali. "Se si estende la caccia anche all'interno dei boschi demaniali, per esempio, si introducono elementi di forte preoccupazione per chi frequenta questi luoghi. Non a caso, anche la Commissione europea ha evidenziato diverse criticità, soprattutto rispetto alla compatibilità di alcune disposizioni con la Direttiva Uccelli".
C'è poi un altro elemento che Lipu considera particolarmente significativo nella valutazione del "ddl caccia": nel testo si afferma che la caccia contribuisce alla tutela della biodiversità e che i cacciatori svolgerebbero una funzione di "bioregolatori".
"Francamente – commenta Albarella - questa affermazione appare difficilmente conciliabile con la realtà. È difficile sostenere che un'attività ludica che consiste nell'abbattimento di animali selvatici possa essere considerata uno strumento di tutela della biodiversità. A questo si aggiunge una contraddizione evidente. Si attribuisce ai cacciatori il compito di contribuire alla gestione della fauna selvatica; quando loro stessi hanno degli interessi su di essa e sulla permanenza di prede da cacciare".
Il concetto di "gestione" – riflette l’associazione - negli ultimi anni, è stato progressivamente identificato esclusivamente con l'abbattimento degli animali. "Naturalmente il problema della convivenza con la fauna selvatica, e in particolare quello dei cinghiali, esiste e va affrontato. Nessuno lo nega. In alcune aree rappresenta una questione concreta. Tuttavia deve essere affrontato con strumenti scientifici e non con approcci ideologici o semplificazioni".
Il punto dell’argomentazione di Lipu è che questo provvedimento, nei suoi contenuti, non affronta realmente quel problema. "Inserisce la parola ‘gestione’ nel titolo e nelle finalità della legge, ma nell'articolato ci sono soltanto interventi marginali che hanno ben poco a che vedere con la gestione della fauna selvatica. L'obiettivo reale – sospetta Albarella - sembra piuttosto un altro: rendere la caccia sempre più privatizzata, attraverso maggiori concessioni alle aziende faunistico-venatorie, ampliare il ricorso ai richiami vivi e consentire un'estensione dei periodi di caccia".
Insomma, secondo Lipu si tratta di una proposta presentata come una riforma necessaria per affrontare i problemi della convivenza con la fauna selvatica, ma in realtà conterrebbe ben poche misure in questa direzione. Al contrario, amplierebbe gli spazi dell'attività venatoria, riducendo il peso delle valutazioni scientifiche e introducendo elementi che possono avere conseguenze negative sulla biodiversità, sulla tutela degli animali e sulla fruizione del territorio da parte dei cittadini.
"Inoltre – concludono - si tratta di una riforma elaborata senza una preventiva valutazione dello stato di attuazione della normativa vigente. E questo pone una domanda fondamentale: come si può decidere su cosa intervenire se prima non si è verificato quali aspetti della legge attuale abbiano funzionato e quali no?".
Seguiranno ulteriori approfondimenti.
Foto in apertura da: Lipu












