La vipera "di Montecristo": una creatura confinata nell'isola da 1400 anni. Il suo arrivo sembra coincidere con quello di San Mamiliano, come ipotizza uno studio

Cronache di un fotografo naturalista # 20 / Secondo gli studiosi, il santo avrebbe portato avanti delle ricerche sulle proprietà medicinali del veleno delle vipere. Il confronto genetico tra la popolazione di Montecristo e quella del bosco della Ficuzza, nei pressi di Palermo, dove il vescovo avrebbe potuto procurarsi gli esemplari, ha restituito una sorprendente corrispondenza. Mamiliano in fuga dai Vandali ha regalato quindi un mito ancora oggi presente nell'Arcipelago Toscano

Il riflesso di una berta maggiore (Calonectris diomedea) taglia la superficie del mare come una lama.
Porto Azzurro si fa sempre più distante dall’aliscafo e il sentiero di schiuma bianca che segna il tragitto diventa rarefatto e il colosso di granito a poppa più nitido.
"Da Pianosa a Monte Cristo 20 miglia quarta di scilocho ver levante e per quella via guarti da due seche chessi chiamano le Formiche e paiono dalla banda da mezodì per contra al Monte Cristo. La cognoscenza¹ di Monte Cristo è una montagna alta come un diamante apuntato."
Così il Portolano Magliabechi, manuale di navigazione del Quattrocento, descriveva la rotta verso Montecristo. Ancora oggi, avvicinarsi a quest’isola mi fa sentire un viaggiatore d’altri tempi: con un piede nelle pagine di un romanzo d’avventura e l’altro nello stupore della scoperta naturalistica, verso un luogo che continua a sembrare più immaginato che reale. Una delle sette isole del Parco Nazionale Arcipelago Toscano, Montecristo è una Riserva Naturale Integrale ed è proprio questa sua inaccessibilità che la rende attraente per un naturalista come me.

Attraccati al molo con Leonardo della WBA² ad accoglierci è il profumo intenso dell’elicriso (Helichrysum italicum) e il volo di cetonie e pigliamosche tirrenici. Raggiugiamo la foresteria che sarà il nostro campo base per questi due giorni. Leonardo è qua per la ricerca di un minuscolo coleottero che vive sulla cima dell’isola e io sono di supporto e per documentare fotograficamente la ricerca.

Accompagnati da Jasmine e Vittorio, i due carabinieri forestali impegnati nel turno di sorveglianza, prendiamo la via che parte da Fosso di Cala Maestra per raggiungere Collo dei Lecci, una sella che ci porterà a Cima dei Lecci a 563 metri s.l.m.

Montecristo è una terra nuda dove la presenza di grandi alberi è limitata da pochissime e ristrette aree, spesso protette dalle capre, ma non è sempre stato così. La condizione attuale è il risultato di una lunga storia di disboscamenti, pascolo e incendi ad opera dell’uomo che hanno ridotto a pochi esemplari i maestosi lecci che formavano la foresta mediterranea che ricopriva buona parte dell’isola. Non ultima, l’introduzione della capra già dall’antichità ha contributo al paesaggio attuale.

Un maschio di capra (Capra aegagrus hircus) ci spia da un roccione di granito con i suoi occhi vivi e brillanti che raccontano un viaggio che ha avuto inizio con i primi navigatori del Neolitico tra il VI e V millennio a.C. dall’Anatolia e poi successivamente con introduzioni almeno fino al V-XVI secolo coi monaci benedettini.
Ci arrampichiamo tra le forre e i sentieri appena accennati e rigogliosi di felci aquiline (Pteridium aquilinum) dove scorre acqua.

Un discoglosso sardo (Discoglossus sardus), unico anfibio dell’isola ed endemismo sardo-corso, si tuffa in acqua e raggiunge un riparo in una crepa nel granito. Avanziamo tra le felci cercando la via più facile per raggiungere i grandi lecci, patriarchi secolari che ancora dominano le alture dell’isola. Tra le felci e le eriche, adagiata nell’ombra calda ricavata in un tafone granitico³, ecco apparire la regina dell’isola, la vipera di Hugyi (Vipera aspis hugyi).

Una delle ragioni per cui sono approdato la prima volta su questa fortezza rocciosa è stata lei, la vipera "di Montecristo", una creatura che per anni avevo conosciuto soltanto attraverso i racconti a metà tra realtà e leggenda degli abitanti della costa tirrenica. Considerata fino a poco tempo fa una forma esclusiva dell’isola con il nome di Vipera aspis montecristi, il mistero sembra essere stato risolto in tempi recenti. Qua la storia si fa interessante però ed è necessario fare un passo indietro ai tempi delle invasioni barbariche.
Era il V secolo d.C., un'epoca di profonde trasformazioni. L'Impero Romano d'Occidente stava crollando e le flotte dei Vandali, guidate da Genserico, dominavano il Mediterraneo. In questo scenario si colloca la figura di Mamiliano, vescovo di Palermo, che secondo la tradizione fu esiliato durante le persecuzioni antiariane. Mamiliano fu catturato e condotto a Cartagine, allora capitale del regno vandalo in Africa. Dopo varie peripezie trovò rifugio nell’Arcipelago Toscano, approdando proprio sull’antica Montegiove, che secondo la tradizione liberò dal drago che la infestava, consegnandola alla storia con il nuovo nome di Montecristo.

Arriviamo agli anni 2000 quando Marco Zuffi, ricercatore ed erpetologo - nonché amico e mio secondo relatore di tesi - studiando la popolazione di vipera di Montecristo si pone delle domande e indaga sulla loro origine e grazie alla morfologia e ad analisi genetiche evidenzia che la vipera isolana è ascrivibile a Vipera aspis hugyi, la sottospecie di vipera comune presente nel sud d’Italia, e scopre sorprendentemente una deriva genetica della vipera di Montecristo rispetto a quelle siciliane. Quella distanza genetica non era solo un dettaglio: raccontava una storia nella storia. Calcolando i tempi di questa divergenza, Zuffi e il paleo-ecologo Marco Masseti ipotizzarono un isolamento della popolazione di Montecristo iniziato circa 1400 anni fa, proprio nel periodo in cui la tradizione colloca l’arrivo di Mamiliano sull’isola. Un dettaglio rende questa ipotesi ancora più affascinante: secondo gli studi dei due ricercatori, Mamiliano avrebbe portato avanti delle ricerche sulle proprietà medicinali del veleno delle vipere. Il confronto genetico tra la popolazione di Montecristo e quella del bosco della Ficuzza, nei pressi di Palermo, dove il vescovo avrebbe potuto procurarsi gli esemplari, ha restituito una sorprendente corrispondenza. Mamiliano in fuga dai Vandali ha regalato quindi un mito ancora oggi presente nell’Arcipelago Toscano.

Prima di arrivare al Collo dei Lecci incontriamo altri individui di vipera al riparo dal sole nella piccola foresta di felci e macchia mediterranea. Sono animali bellissimi e mi perdo nel loro fascino mentre li fotografo. La dieta di queste vipere sull’isola è prevalentemente a carico delle lucertole campestri, ma in questo contesto povero di risorse trofiche, a differenza delle vipere continentali, si sono adattate a sfruttare anche un altro alimento: gli uccelli. In particolare, durante il periodo delle migrazioni, la vipera isolana se ne sta in agguato sui cespugli per predare piccoli passeriformi.

Raggiungiamo la cima e Leonardo può finalmente raccogliere i campioni di lettiera sotto ai grandi lecci protetti dalla fame delle capre da impenetrabili reti metalliche. La vista consola per la fatica e il caldo che ci avvolge. Il Mediterraneo da quassù è come il miraggio di un’oasi nel deserto: lontano, luminoso, quasi impossibile da raggiungere, ma capace di restituire la promessa di una tregua. Tornati alla foresteria aspettiamo la sera sulla melodia da sintetizzatore analogico del succiacapre.

Un tarantolino (Euleptes europaea) si muove sul tronco di un olivo mentre il generatore si spegne e Montecristo dimentica la presenza dell’uomo per un attimo. È il momento di andare a coricarci, tra poche ore saremo in piedi per l’alba.

Chiudo gli occhi sotto un denso cielo di stelle e mi lascio cullare dall’eco delle onde su Cala Maestra. Da bambino sognavo di dormire su quell’isola lontana che, quando la foschia la separava dal mare, sembrava una nave immobile sull’orizzonte. Questa notte sono finalmente salito a bordo. Perché Montecristo non è altro che una montagna che naviga sul Tirreno.
NOTE
1. Cognoscenza: cioè dei riferimenti visivi che i portolani fornivano ai naviganti per riconoscere un'isola o un tratto di costa.
2. Leonardo Forbicioni, Presidente di World Biodiversity Association onlus.
3. Tafone: è una cavità scavata dagli agenti atmosferici, molto comune in ambienti granitici.

Naturalista e fotografo di natura. Si occupa di divulgazione scientifico-naturalistica, conservazione della natura e realizzazione di progetti legati alla tutela e promozione della biodiversità. Ideatore e direttore scientifico della rassegna “Le notti della natura” per i comuni di Scarlino, Follonica, Gavorrano e Parco nazionale delle colline metallifere (GR). Collabora con il Museo di Storia Naturale della Maremma e come esperto al programma GEO (Rai 3). Ha pubblicato per Quercuslibris “Di malerbe, tritoni, lucciole e altre storie”, un volume di racconti e fotografie.














