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15 luglio | 19:43

Bianca Di Beaco, la donna che una scalata alla volta vinse i pregiudizi: torna in libreria “Non sono un'alpinista”

Dal 15 luglio i racconti di Bianca Di Beaco saranno nuovamente disponibili in libreria, e raccontano la vita e il pensiero di un'alpinista che ha riscritto il ruolo giocato dalle donne in montagna, diventando la prima donna a scalare sul Sesto grado da Capocordata

(foto dx - caivalmadrera.it)
(foto dx - caivalmadrera.it)

TRIESTE. “Non ne vale la pena, risentono del tempo e poi perché pubblicarli, a chi interessano?”.

 

Fu questa la reazione di Bianca Di Beaco, figura emblematica dell'alpinismo triestino e italiano, descritta dal suo amico Giambattista Magistris in risposta alla domanda che egli le rivolse chiedendole il permesso di pubblicare i suoi racconti, come riportato nella prefazione del libro che ne scaturì nel 2018 dal titolo “Non sono un'alpinista”, a testimoniare l'umiltà e il carattere elusivo di Bianca, che rifiutava l'esaltazione mediatica e arrampicava sospinta unicamente dalla passione sconfinata per gli spazi verticali.

 

Bianca non vedrà mai la pubblicazione dei suoi racconti, perché morì il 2 febbraio del 2018. Parole, quelle di Bianca, che tornano in mente in questi giorni, a otto anni dalla sua scomparsa, e viene da chiedersi come reagirebbe oggi, di fronte alla seconda pubblicazione del libro che racchiude i suoi racconti autobiografici. “Non sono un'alpinista” torna infatti in libreria a partire dal 15 luglio per Cai Edizioni, con una veste grafica completamente rinnovata e la prefazione di Melania Lunazzi.

 

Il titolo del volume racchiude il senso profondo che Bianca Di Beaco attribuiva alla sua figura e alla sua attività in montagna, che sfuggiva alle etichette e alle condizioni che l'ambiente alpinistico imponeva, soprattutto alle donne, sessant'anni fa. Era un altro mondo.

 

Basti pensare che fino alla metà degli anni Settanta vigeva l'assoluta convinzione che per caratteristiche fisiche una donna non fosse fisiologicamente in grado, ad esempio, di raggiungere gli ottomila metri di quota in alpinismo, una convinzione che decadde il 4 maggio 1974 sulla vetta del pericoloso Manaslu, in Himalaya, quando a mettere piede su quella cima fu una donna, nello specifico la giapponese Junko Tabei, che successivamente avrebbe anche fatto il bis sull'Everest l'anno seguente, sbalordendo il mondo intero.

 

Bianca di Beaco viveva in quel clima, in un ambiente governato dal pregiudizio. In quest'ambito, sessant'anni fa esatti, si tenne a Verona la riunione generale dell'Accademico del Club Alpino Italiano, dove sotto la presidenza del veterano Ugo Ottolenghi di Vallepiana venne rigettata a larga maggioranza la proposta che anche le donne potessero accedere al Caai. Se questo era l'alpinismo, Bianca scelse di non definirsi tale, nonostante un curriculum di ascensioni che in quel momento era già in grado di far impallidire molti alpinisti di lungo corso.

 

Bianca Di Beaco nacque a Trieste nel 1934 e viene annoverata come una delle prime, e da certe riviste di settore la prima in assoluto, a scalare da capocordata sul Sesto grado, vale a dire la massima difficoltà possibile all'epoca, spronata in tal senso dal compagno di corda e di vita Walter Mejak.

 

Sovvengono in tal senso le innumerevoli spedizioni internazionali in lungo e in largo in giro per il mondo, o quando assieme al suo gruppo sopravvivette alla bufera sull'Aguille Noire de Peuterey del Monte Bianco nel 1963. E poi naturalmente la Val Rosandra, la “piccola montagna” dietro casa, scoperta grazie a Jose Baron e Spiro Dalla Porta Xydias. Quella Valle che lei stessa avrebbe saputo valorizzare catalizzando nel grembo della prima scuola di roccia d'Italia alcuni dei massimi esponenti dell'alpinismo di sempre.

 

“Spiro e io arrampicammo sulla Bianca con Walter Bonatti – scrive Di Beaco -. I suoi occhi hanno il modo di osservare di coloro che sono abituati a vivere da soli le situazioni più pericolose. Introverso e timido, pure non seppe contenere l'ammirazione per questa nostra piccola oasi che ti porta come per magia lontano dalla vita caotica della città per farti sentire un nuovo individuo”. La “Bianca” è una delle più belle e note vie della Valle aperta da Emilio Comici. E' Bonatti che respira Comici nel suo tempio, un'intercapedine tra spazio e tempo che la fa sognare. Passano gli anni e i tempi cambiano e finalmente, verso la fine degli anni Settanta, le domande di ingresso al Club Alpino Accademico Italiano di Bianca Di Beaco e Silvia Metzeltin vengono accettate. Ma a quel punto è lei a tirare dritto per la sua strada, ed entrambe ritirano la domanda, con un concetto chiaro in mente: “Non sono un'alpinista”.

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